Giorno 12

Japanese Alps II

Shirakawa e le case Gassho Zukuri, Takayama e il suo centro storico, Matsuyama con il Castello del corvo

1 gallerie 0 mappe
Japanese Alps II

zona del castello

L’hotel di Kanazawa ha stanze minute come tutti gli altri, ma è molto funzionale e dotato di accessori che rendono il soggiorno confortevole. Con oggi iniziamo una tre giorni all’interno delle Alpi Giapponesi, lungo una linea ideale che parte dal mare del Giappone e corre fino a Tokyo, sul versante Pacifico. Pur trovandoci a 35° di latitudine nord, le correnti oceaniche si scontrano con quelle interne causando copiose precipitazioni invernali pur senza essere a quote elevate, di conseguenza la neve è una costante per l’intera stagione e oltre.

La prima parte di superstrada attraversa una regione prettamente agricola, ricca di risaie e coltivazioni a verdura. Appena si inizia a salire leggermente di quota attraverso verdi colline, sullo sfondo iniziamo a vedere canaloni ancora innevati nonostante la stagione inoltrata e la bassa quota. Lunghe file di spazzaneve nelle aree di servizio stanno a confermare che in inverno lo strato dev’essere di tutto rispetto: a Nagano – che si trova a poche decine di km rispetto a dove dormiremo stanotte – nel 1998 si sono tenute le olimpiadi invernali. La prima tappa è Shirakawa, il villaggio famoso per le costruzioni Gassho Zukuri, case di campagna il cui tetto è formato da spessi strati d’erba essiccata ripidamente spioventi e fissati con un’arte propria del luogo. È domenica in un periodo ideale per le escursioni fuori porta, così dobbiamo agire d’ingegno evitando destinazioni e orari di massa; il centro principale di Shirakawa (Ogimachi) è anche quello più turistico, la fila di bus che stanno arrivando non depone in favore di una visita tranquilla e i 1.000Y (6,5€) richiesti solo per il parcheggio lasciano presagire un intenso sfruttamento del luogo e dei visitatori stessi. Seguendo le indicazioni della Lonely Planet (vecchia edizione) ci allontaniamo di qualche km verso una borgata decentrata, dove le case sono identiche e c’è solo meno gente. Ci fermiamo per un paio di foto, quando da un’abitazione tradizionale spunta una gentile signora che ci saluta e fa cenno di entrare; è una casa-museo dove non vediamo altri visitatori, ci avviciniamo e veniamo accolti con la solita cortesia giapponese. La padrona ci invita ad entrare in un grande salone poco arredato a prendere posto sui cuscini adagiati sul tatami intorno al focolare, sopra il quale è appeso un contenitore del tè e delle castagne messe lì ad affumicare. Mentre sorseggiamo il tè misto fatto con 9 tipi di foglie diverse (fra le quali spiccano quelle del bamboo) lei inizia a raccontarci la storia della dimora: ha circa 300 anni e appartiene alla famiglia di suo marito ormai da diverse generazioni. La casa è stata costruita interamente con legno e corde su diversi piani senza uso di carpenteria metallica; la materia prima è facilmente reperibile nei dintorni anche se si sono vissuti periodi in cui le case non potevano essere edificate in quanto i signori del tempo vietavano la raccolta del legname atto per questo genere di costruzioni. Attualmente per scaldarsi utilizzano delle stufe a kerosene mentre un tempo al pian terreno si trovavano due focolari a carbone sempre accesi; il calore e il fumo salivano anche ai piani superiori, il primo per apportare un minimo di tepore il secondo per disinfettare le travi contro insetti e parassiti, oltre ad asciugare la seta appena prodotta.

L’abitazione poteva ospitare fino a 30 persone contemporaneamente, di cui una parte era costituita dalla famiglia proprietaria mentre altri erano persone che vi lavoravano in quanto l’edificio fungeva anche da opificio per la produzione e la tintura della seta, nonché per realizzare la carta washi nelle stagioni adatte.Il tetto della casa è costituito da una serie di enormi fascine di paglia simile all’erba della pampa che viene raccolta ed essiccata, ce ne sono circa 9.000 su ognuno dei due versanti e viene sostituita ogni 20/25 anni; prima si fa interamente un lato quindi quello opposto a distanza di ca. 5 anni. Gli inverni sono rigidi e molto nevosi nonostante ci troviamo solo a 340 mt sul livello del mare; quest’anno i due metri abituali di neve sono stati superati di almeno 50 cm., abbiamo visto foto di soli due mesi fa con molta neve per terra, tanto che esiste il problema di come evacuarla e fare sì che si sciolga rapidamente; si ovvia al problema buttandola in uno stagno appena dietro casa dove scorre acqua in permanenza, ma non è compito semplice. Nel bacino nuotano anche delle carpe che un tempo rappresentavano una fonte alimentare, attualmente possiamo dire che forniscono un elemento decorativo e sono da compagnia.

La vegetazione presenta ancora il verde tenue di quando la natura sta appena uscendo dalla stagione invernale; i boschi intorno sono ricchi di castagne, ci viene fatto assaggiare un dolcino fatto con la loro farina mischiata a quella di grano. Al momento i ciuffi di castagne vengono appesi sopra il fuoco unicamente a scopo decorativo e si mangiano solo più bollite, un tempo si mangiavano anche le castagne così affumicate. Sempre al pian terreno sono presenti due piccoli templi, uno dedicato allo shintoismo per la preghiera all’universo e un altro che ha circa 100 anni ed è dedicato alla preghiera degli antenati, tipicamente buddhista. Allo stesso modo la casa è dotata di tre ingressi separati: uno per la famiglia, uno per gli ospiti dal quale siamo entrati noi e un ultimo, particolarmente bello, nella parte dedicata agli alloggiamenti, che veniva utilizzato nel periodo dei Signori Haga; qui spiccano degli splendidi quadri i cui soggetti sono stati incisi nel legno. A un certo punto arriva anche il padrone di casa, ci fa vedere alcuni strumenti mai visti finora fra i quali ne spicca uno che produce un suono secco, simile a quello delle nacchere; a questo punto la signora intona una canzone e lui l’accompagna con lo strumento (sasara, costituito da più di 100 pezzetti di legno attaccati insieme): anche se la melodia ascoltata non sarà esattamente la ragione primaria per venire in Giappone o un ricordo indelebile che porteremo a casa, rappresenta tuttavia un profondo sentire del folklore e della cultura locale che apprezziamo convintamente. Saliamo quindi su ripide quanto strette scale a pioli verso i piani superiori, dove il primo veniva adibito a essiccatoio delle granaglie, nonché alla sericultura. Attualmente vi si trovano anche una serie di foto storiche e oggetti legati alle attività agricole, dov’è divertente riconoscere similitudini e differenze rispetto alla nostra tradizione rurale. I pavimenti sono costituiti in parte da listelli aperti in modo da permettere al calore di salire insieme al fumo, utile quest’ultimo a sanificare quanto di organico vi era immagazzinato. Concludiamo la visita con un’occhiata all’ingresso e alla sala per gli ospiti dove il tappeto è formato dalla pelle di un grosso orso nero. Acquistiamo una decorazione natalizia molto originale che andrà ad arricchire il prossimo albero di Natale.

Anche a Shirakawa, fatta eccezione per il villaggio principale assaltato dai pullman, s’incontra poca gente e c’è modo di godere appieno del luogo. Soddisfatti, anche per il sole che sta prevalendo sulle nuvole, dopo un caffè di metà mattinata nel bar a nido d’aquila sul fiume che scende impetuoso e cristallino, vediamo ancora dall’alto il caratteristico villaggio di Saganuma, anch’esso costituito unicamente da Gassho Zukuri. La strada balza continuamente da un lato all’altro del torrente interrotto di tanto intanto da dighe, usciamo dalla zona di Shirakawa puntando la meta successiva identificata nella cittadina di Takayama. L’autostrada da Gokayama è un susseguirsi di tunnel, il più lungo dei quali raggiunge gli 11 km, ai quali si alternano cortissimi viadotti.

Architettura tradizionale giapponese di Shirakawa-go-style con tetto di paglia.

Il volto urbano di Santuario shintoista

Entrando in città cerchiamo di fare rifornimento di benzina ma incontriamo qualche difficoltà nel decifrare il giapponese al self-service; è appena il caso di accennare una richiesta di aiuto che una giovane coppia si presta a collaborare per effettuare l’operazione senza alcun problema: anche questo è il Giappone! Più turistica per quanto meno interessante, Takayama è adagiata in una splendida conca circondata da montagne e si vede nettamente la linea della neve ancora assai copiosa; possiede un bel centro costituito da vie con le caratteristiche case in legno (old private houses) un tempo abitate da samurai, mentre ora è un continuo di vetrine invaso da turisti nei giorni festivi. È un luogo dove acquistare del raffinato artigianato in legno e del buon street food (hita beef). Merita assolutamente una passeggiata in centro, un assaggio di mochi (infilati dentro uno stecchino, sono a base di riso e vengono intinti nella salsa di soia), dango gohey mochi (sostanzialmente stessa ricetta ma la forma ricalca quella di un ghiacciolo e viene intinto in una salsa dolce)  e un buon gelato al matcha (tè verde). Fra i negozi più interessanti troviamo le distillerie che vendono sakèe organizzano corsi nei quali viene illustrata la storia e la produzione della prelibata bevanda che ben conosciamo e apprezziamo regolarmente da quando siamo sbarcati nel Paese del Sol Levante; oltre a quanto espongono in vetrina sono ben riconoscibili dalla caratteristica sfera di criptomeria (una sorta di cipresso) appesa di fronte all’ingresso e simbolo classico dei produttori di sakè, nonché dalle caratteristiche botti che usavano contenerlo per preservarlo durante il trasporto.

La statale 158 è una vera propria strada di montagna lungo la quale troviamo ancora qualche mucchio di neve ammassata e ciliegi fioriti; man mano che si sale la vegetazione cambia aspetto per assumere colori e sembianze completamente invernali, salvo ritornare poco per volta in primavera lungo la discesa successiva al colle. In zona si vedono stazioni sciistiche con piste che appaiono assai ripide; più in basso ci sono diverse dighe e una nuova strada in costruzione dove frequenti tunnel vanno a forare la montagna per divallare da un vallone all’altro. La filosofia giapponese per costruire le strade montane si differenzia da quella europea: ovunque sia possibile vengono costruiti dei tunnel, il che presenta sicuramente un vantaggio in termini di manutenzione esterna evitando la costruzione di massicciate a monte e a valle, nonché per lo sgombero della neve, che da queste parti scende copiosa per lunghi mesi. Per contro tanto l’edificazione che la cura delle gallerie richiede molte energie economiche. Incontriamo frequenti gallerie sia sulla superstrada fino a Takayama che lungo la statale che conduce a Matsumoto. Il percorso si dipana lungo le pendici di ripide vallate, i cui boschi sembrano sorreggerle fin da tempi ancestrali, quando i membri dei clan perdenti nelle faide che dilaniavano il Giappone erano costretti a nascondersi in questi luoghi impervi. Boschi che la stagione fa apparire fosforescenti sotto i raggi del sole che filtrano in mezzo alle nuvole come fasci di luce a illuminare un palcoscenico. È solo metà pomeriggio ma il rientro domenicale inizia a farsi vedere sulla strada, un lento quanto ordinato traffico frequentato soprattutto da bus consente di vedere (si potrebbe dire, gustare) la bellezza che ci si para innanzi. Con tutta calma arriviamo in quella che sarà l’ultima destinazione odierna, Matsumoto, dove giungiamo nel tardo pomeriggio; città abbastanza grande con un traffico intenso per quanto sempre disciplinato.

Nawate Dori

Il ryokan di oggi si trova in posizione tranquilla lungo un fiumiciattolo ed è gestito da una coppia di anzianotti. Come sempre l’efficienza è il biglietto da visita e la cura dei particolari si vede un po’ ovunque: la signora ci istruisce opportunamente su cosa si può fare e cosa non. Per evitare problemi di parcheggio in centro decidiamo di affrontare una mezz’ora a piedi attraversando quartieri residenziali e ricavando così uno spaccato della quotidianità a Matsumoto. Arriviamo nella zona del castello, che presenta le solite caratteristiche: imponenza, corsi d’acqua di contorno, alberi e cespugli a riempire ogni spazio che l’occhio tenderebbe a vedere come parzialmente vuoto. Davvero bello nell’armonia della sua veduta complessiva, una creatività di decorazioni che mettono al centro ed esaltano l’antico maniero. Ci spostiamo verso il fiume dove si trovano un paio di viuzze storiche dei mercanti e degli artigiani (Nawate Dori) nonché un tranquillo santuario shintoista, ma soprattutto la zona a maggior concentrazione di ristoranti. In uno di essi vediamo entrare gente locale e leggiamo (come sempre grazie a Google Lens) un menù interessante affisso all’esterno. L’arredamento interno è tipico e i piatti non lo sono da meno: gustiamo ancora una volta cucina locale con carne cruda di cavallo, bambù, trota, udone tempura; stranamente non servono riso, forse che sia dovuto ai prezzi del cereale enormemente aumentati negli ultimi tempi, tali da far dimettere addirittura un ministro. All’uscita il fresco si fa sentire ma la lunga camminata che ci aspetta e un bicchiere di sakè una volta giunti nel ryokan aiuteranno a ristabilire la giusta temperatura corporea. Ma prima dobbiamo ancora vedere il castello by night e questa immagine sarà vera musica per gli occhi: illuminato con cura tipicamente giapponese, riflette la sua immagine nei larghi fossati fino a raddoppiarla; il cielo buio e l’acqua color petrolio s’incontrano a creare uno sfondo degno dell’artistico soggetto, sembra di essere a teatro. Da questo punto in avanti sarà compito delle gambe coprire i due km che mancano alla meta finale…e al sakè. Bevuta fresca, la bevanda con i suoi 14/15° si presenta quale valido digestivo prima di andare a dormire, tanto che quando disponiamo di vettura a noleggio o pernottiamo più notti nella stessa location abbiamo preso l’abitudine di acquistarne un bottiglia da 0,75 cl., cercando di farla durare tre sere. Anche la birra durante i pasti non è male: Asahi, Sapporo e Kirin sono le più comuni.

IT

Commenti

0 approvati

Nessun commento approvato per questa lingua.