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Giappone

30/04/2025

Antico e moderno si combinano perfettamente in Giappone, ma è il grado di civiltà insito nel carattere dei suoi abitanti a renderlo un Paese unico. La natura delle isole meridionali di Kyushu e Shikoku è forse la vera sorpresa positiva, ben oltre le attese. Nagasaki e Hiroshima, testimoni di atomico incubo. Nara e Kyoto, dove il Giappone è nato e vissuto. Le Alpi Giapponesi culminanti nella sacra montagna del Fuji. Infine Nikko e Tokyo, il sacro e la grande bellezza unita al sacro.

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Giappone

PIU’ A EST CHE A ORIENTEAntico e moderno si combinano perfettamente in Giappone, ma è il grado di civiltà insito nel carattere dei suoi abitanti a renderlo un Paese unico. La natura delle isole meridionali di Kyushu e Shikoku è forse la vera sorpresa positiva, ben oltre le attese. Nagasaki e Hiroshima, testimoni di atomico incubo. Nara e Kyoto, dove il Giappone è nato e vissuto. Le Alpi Giapponesi culminanti nella sacra montagna del Fuji. Infine Nikko e Tokyo, il sacro e la grande bellezza unita al sacro.

井の中の蛙大海を知らず (I no naka no kawazu taikai o shirazu)

Una rana in un pozzo non ha conoscenza del grande oceano (avere una visione ristretta del mondo perché le proprie esperienze e conoscenze sono limitate)

Proverbio giapponese

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Il Giappone va di moda in questo periodo: oltre al cambio conveniente del momento possiede da sempre il fascino di una cultura permeata di spiritualità corroborata da moderne attrazioni. Forse non è sufficientemente rinomato per le sue bellezze naturali e paesaggistiche, ed è proprio in questo ambito che c’è ancora parecchio da scoprire, al di là del noto fascino di una Kyoto imperiale piuttosto che le delizie per i nerd.

Prima di visitarlo, però il Giappone va capito. Non si tratta solo di un Paese rimasto fuori dalla storia per secoli, lontano in tutti i sensi dagli altri che hanno fatto la storia del mondo, nel bene e nel male. Si è perso, o forse ha scansato, quella fase successiva al nostro medioevo rimanendo ingabbiato nel proprio da una classe politica chiusa e oscurantista, separato dal resto dell’umanità per quasi tre secoli ed entratovi solo a metà Ottocento obtorto collo, salvo poi riscoprirsi potenza. Sensazione nefasta che lo ha condotto a un imperialismo sfrenato, dapprima a livello regionale (invasione di Corea più parte della Cina) e oltre con la storica vittoria nella battaglia navale di Tsushima contro la Russia zarista, quindi a livello planetario con l’Asse insieme a Germania e Italia in occasione della Seconda Guerra Mondiale. Umiliato, termine di accezione ben più pesante se tradotto a quelle latitudini, da una resa senza condizioni dopo due bombe atomiche e catapultato in pieno Occidente appena dopo. Cosa può aver significato diventare potenza economica dopo l’annullamento militare? Ritrovarsi in un contesto dove i grattacieli delineano il paesaggio urbano a fianco dei templi, ma potersi riscoprire forte grazie alle vetture piuttosto che ai cannoni. Più ancora della religione buddhista, lo shintoismo ha rappresentato un ideale collegamento fra il mondo spirituale e il materialismo insito nel business. Fin dai tempi antichi nei santuari si venerano le inari (volpi) simbolo di astuzia alle quali i fedeli si rivolgono per veder esauditi i loro propositi di successo. Istanze non necessariamente inoltrate a fini filantropici, ma sentite nell’intimo di un popolo concreto.

Statue di volpi vestite di rosso fiancheggiano una struttura del santuario.

Vista da fuori la distanza tra l’Occidente e il Giappone sembra appena percettibile, ma rimane pregnante nei suoi gangli vitali. Il carattere di questo popolo non si cambia in pochi decenni: il nazionalismo di connotazione positiva (traduzione di orgoglio nazionale) unito all’omogeneità sociale (l’immigrazione ha percentuali fra le più basse nel mondo) sono un cemento difficile a sgretolarsi sotto le tentazioni della modernità, riuscendo in tal modo a mantenere distinti l’anima orientale e lo sviluppo capitalista.

Oltre c’è solo l’immenso Pacifico, aspetto questo da tenere in debita considerazione quando si parla di Giappone. Non deve trarre in inganno l’iperbolico sviluppo dell’ultimo dopoguerra che ha in qualche modo omologato il Paese con il mondo occidentale. La geografia insulare e remota, e di conseguenza la sua storia, lo hanno situato lungo una linea di faglia fra gli imperi continentali asiatici e il mare; considerazione tanto più vera quanto più si va indietro nel tempo. Caratteristica dai connotati non necessariamente negativi, in quanto non sempre dall’estero sono arrivate istanze di progresso e civiltà. In ogni caso l’isolazionismo indotto ma anche ricercato durante il periodo di autarchia denominato Sakaku che durò dall’inizio del ‘600 fino a metà ‘800 ha forgiato un carattere orgoglioso, iconograficamente impersonato dalla classe dei samurai. Le forzate aperture al mondo prima con l’arrivo del Commodoro Perry nel 1853 e successivamente con lo sfacelo nella II Guerra Mondiale hanno scardinato la porta imperiale ma non il DNA intimo del suo popolo. Annichilito da atomica sconfitta militare, il Giappone ha saputo risollevarsi economicamente diventando e restando per lunghi anni la seconda potenza mondiale dopo gli Stati Uniti. Questo ha contribuito al risollevamento dell’orgoglio nazionale ma non ha aperto l’intimo popolare al mondo globalizzato come invece è avvenuto altrove. I giapponesi restano uno dei Paesi più omogenei dal punto di vista etnico, una lingua ostica aiuta a mantenere distanti i rapporti con l’estero (appena il 10% della popolazione parla inglese), la percezione dello straniero continua a essere di sospettoso distacco quando non proprio aperta ostilità: una sensazione epidermica, senza dover nemmeno scomodare il populismo politico imperversante in altri Paesi a elevato indice di sviluppo.

Al boom degli anni ‘70/80 che ha visto assurgere il Giappone alla ribalta fino a primeggiare quale impero economico mondiale, ineguagliabile in settori tra cui automotive ed elettronica, si sono succeduti decenni di stagnazione e poco entusiasmo tanto dal punto di vista dello sviluppo tecnologico che mentale, ora abbondantemente superato dalla Cina e non solo grazie al fatto che il dragone rivale conti dieci volte la popolazione nipponica. A titolo di esempio basti vedere come in Cina vengano prodotte 31 milioni di vetture contro gli 8 del Giappone. Pur non essendo diventata una potenza industriale di secondo piano, il Giappone è rimasto distanziato dalla sfida titanica fra Stati Uniti e cinesi, tanto nell’informatica di alto livello quanto nel campo dell’intelligenza artificiale. Ai nomi classici emersi negli anni ruggenti (Sony, Hitachi, Mitsubishi, ecc.) non se ne sono affiancati di nuovi, così come i produttori di veicoli sono sempre gli stessi (non è nata una Tesla o una BYD, tanto per citare esempi di successo nei due Paesi leader), i quali hanno innovato nei confronti dell’elettrificazione ma di vetture elettriche in circolazione se ne vede di meno che in Europa.

Il vantaggio accumulato si è affievolito negli anni causando stagnazione economica, dalla quale il Paese non si è ancora risollevato; l’invecchiamento della popolazione e il benessere generalizzato non contribuiscono a innescare nuove sfide che, per non andare distanti, i cinesi hanno invece saputo cogliere appieno. La struttura delle zaibatsu (gruppi di grandi aziende operanti nel settore industriale e finanziario) probabilmente ha fatto il suo tempo e il sistema clientelare che portava con sé è venuto meno in seguito alla globalizzazione e all’emergere di altre economie più aggressive.

Mappa del Giappone con percorsi di volo tra l'HND e il CPH.

IL VIAGGIO: al termine di un viaggio conviene sempre avere uno sguardo retrospettivo rispetto alle attese, ai dubbi e timori che si nutrivano prima di partire. Questo appariva come un tour “facile” in un Paese sviluppato e organizzato, con l’unica incognita della lingua (ostica all’impossibile per noi e inglese poco parlato dai giapponesi) nonché dei rischi connessi all’eccesso di turismo nel periodo, con la Golden Week, l’Expo Mondiale di Osaka, lo Yen particolarmente basso in questi tempi a favorire il flusso dall’estero. Imbastiamo un’organizzazione dettagliata e capillare in stile “giapponese” prenotando hotel, auto e treni fino a tre mesi prima della partenza, puntando subito al sud (isole di Kyushu e Shikoku) meno assaltato dai turisti, creando un programma preciso di cosa vedere e prevedendo eventuali imprevisti con alternative. Alla fine anche stavolta il diavolo non sarà così brutto come lo si dipinge e certe precauzioni si riveleranno perfino esagerate: meglio così. La Golden Week è la concatenazione di alcuni giorni festivi in modo da creare una settimana in cui i giapponesi vengano convogliati verso qualche giorno di vacanza, non esattamente come accade alle nostre latitudini.

Il volo prenotato a novembre dello scorso anno con la SAS prevede la triangolazione via Copenaghen e al ritorno serata a disposizione nella città della sirenetta. Tutto si svolge secondo i piani, anche se arriveremo a Tokyo con un’ora di ritardo giustificata dalla circumnavigazione della Russia, resa necessaria dallo stato di belligeranza, e dalla congestione nell’aeroporto di arrivo. Poco prima dell’atterraggio come per incanto compare dal finestrino l’inconfondibile figura del monte Fuji: sembra la trovata di un’azienda di promozione turistica, invece è proprio lui ad offrirci il benvenuto. Al ritorno percorreremo addirittura la rotta polare via stretto di Bering e scenderemo dalla Groenlandia in 13h10’ di volo netti fino in Danimarca, concludendo così letteralmente il giro del mondo, con buona pace dei terrapiattisti.

Idealmente la classica “linea turistica” del Giappone corre lungo la direttrice da Tokyo per arrivare a Hiroshima come massima estensione. Con digressioni a Nikko verso nord o a Kanazawa da Kyoto. In effetti è in quest’area si concentrano le meraviglie storiche del Paese, ma non necessariamente quelle naturalistiche. Per vedere queste occorre visitare le due isole meridionali di Kyushu e Shikoku, forse anche Hokkaido ma non ci siamo stati. A causa di un retaggio che vuole il Giappone non imprescindibile dal punto di vista naturale, probabilmente anche per la minor comodità di accesso (occorre avere una vettura), molti visitatori non si spingono oltre la sfortunata città che ha inaugurato l’era atomica. Quest’ultima viene toccata da chi intende approfondire l’argomento storico e perché non è tanto distante da Himeji col suo splendido castello. Perché andare a Nagasaki quando c’è modo di vedere il sito principale del disastro atomico in posizione più prossima?

Guidare col volante a destra per giunta su strade sovente strette non invoglia il turista medio, sovente nemmeno a conoscenza di quello scrigno verde modellato lungo le delicate sinuosità collinari del sud giapponese. Ma è proprio qui che si può godere di un ambiente e un’ospitalità più veri: non assillati da frotte di visitatori come invece accade a Kyoto o altre aree del centro, tanto nei negozi che nei ristoranti c’è modo di vedere un Giappone ancora poco intaccato nel suo animo originale. Forse sono meno preparati ad accogliere i viaggiatori, ma questo viene ampiamente ricompensato dall’attitudine insita in quel popolo a cercare di risolvere i problemi nel migliore dei modi. A parte Nagasaki (museo sull’Atomica e il centro cittadino), Beppu con i suoi “inferni” di vapore che provengono dal sottosuolo e poco altro, non esistono siti che valgano da soli il viaggio. Del resto la natura non è un “posto”, è piuttosto un’osservazione prolungata che fa scaturire riflessioni e pensieri di ogni genere. I colori della primavera difficilmente possono essere racchiusi nella descrizione di una guida, così come il mare che s’infrange contro le coste e piccoli templi disseminati nel verde non rappresentano in sé la ragione per fare tanti km in condizioni non sempre agevoli. Il sapore genuino del Giappone si assapora invece qui, non per nulla nell’isola di Shikoku si trova il “Camino de Santiago” giapponese, ovvero il Cammino degli 88 templi.

Volendo ridurre il tutto in estrema sintesi possiamo dire che per vedere il Giappone culturale può bastare il treno, se si vuole invece vedere la natura serve una vettura.

Carattere nazionale e curiosità:

  • La tradizionale e ben nota cortesia dei giapponesi all’atto pratico sorprende ancora di più. Non è soltanto formalità quella che ci viene prospettata durante il soggiorno. Anche persone senza interessi specifici (come receptionist o camerieri) si dimostrano disponibili ad aiutarci in ogni occasione utile. Il limite della lingua rimane, ma la buona volontà da entrambe le parti consente di superare ogni barriera usando tutti i mezzi possibili: parole singole, gesti, Google Translate, immagini tratte da Google e quant’altro possa essere utile. Quando non sono in grado di essere di supporto verrebbe quasi da consolarli per quanto non hanno potuto fare. Un’organizzazione perfetta fa il resto, limitando al massimo il rischio di errori o malintesi.
  • Educazione: tanto sui mezzi pubblici che per strada il tono di voce resta sempre basso, non esiste il concetto di parlare ad alta voce o strillare. Quando i mezzi pubblici tendono a riempirsi viene richiesto ai passeggeri di astenersi dal fare o ricevere telefonate. Nel caso, ci sono punti definiti da utilizzare per non disturbare gli altri passeggeri. Anche nei confronti del fumo, in molte zone centrali ne è fatto divieto e i segnali sono ben visibili per terra. In realtà i fumatori vengono considerati alla stregua di paria: nelle aree di servizio ci sono gabbiotti esterni chiusi (a volte in prossimità dei bidoni dell’immondizia). Abbiamo visto frequentemente persone con la sigaretta in mano staccarsi dal gruppo di amici per farsi la loro “dose” senza investirli col fumo della sigaretta.
  • Abbigliamento: un’altra sorpresa è arrivata dal modo di vestire dei giapponesi. Ormai abituati ai jeans strappati o con il cavallo all’altezza delle ginocchia in voga nel mondo occidentale, che non si capisce bene se tratteggino solo una povertà intellettuale o ne evochino anche una economica, nel Paese del Sol Levante vanno ancora di moda i completi e i tailleur. Uomini e donne (non sono tutti manager) frequentano le metropolitane con abiti sobri, uomini sovente con giacca in molti casi accompagnata dalla cravatta e donne con abiti signorili di taglio classico. Il tutto innestato su fisici geneticamente snelli ma privi di forme aggraziate che ne valorizzino ulteriormente lo charme. L’unica ombra di decadimento s’incontra nel centro di Tokyo, dove i moderni punk sfoggiano vestiti neri con scarpe dalla spessa zeppa, in particolare le ragazze ostentano lunghe calze a rete che quasi arrivano ai calzoncini.
  • Il parco vetture è costituito al 95% da mezzi locali; il rimanente sono auto di lusso, sostanzialmente di matrice europea (BMW, Mercedes e qualche Porche); vediamo qualche Fiat 500, le uniche auto italiane incontrate durante il viaggio. Va rimarcato come molte strade siano particolarmente strette, a volte neanche facili per una sola vettura; va così per la maggiore la classe JSKN, scatolette cubiche compatte, per nulla aerodinamiche ed esteticamente poco belle dall’esterno ma estremamente funzionali e spaziose all’interno, accessoriate e con un consumo di carburante ridotto.
  • Circolazione: il traffico è sempre improntato all’ordine e al rispetto, non abbiamo trovato code o ingorghi nonostante il periodo vacanziero, grazie allo spostamento massiccio con bus turistici e treni efficienti. I semafori sono posizionati in orizzontale e vengono posti dopo l’incrocio, cosa che richiede attenzione per non trovarsi in mezzo al medesimo prima di accorgersi che è rosso. I limiti di velocità sono forse uno dei pochi argomenti sui quali i giapponesi rivelano un’interpretazione assai elastica, come invece non lo sono ad esempio con i parcheggi e la guida in stato di ebbrezza (max. 0,3 per mille): stante la presenza di un fin troppo prudente limite degli 80 km/h si viaggia abitualmente ai 100 e anche oltre. L’idling (ovvero tenere il motore acceso quando il veicolo è fermo) è invece molto frequente, tanto per mantenere il condizionatore o il riscaldamento in funzione come per una forma di comodità ed evitare di spegnere il motore quando si è a bordo. Per quanto riguarda il traffico pedonale, non siamo riusciti a capire il lato da tenere all’interno dei corridoi di pubblico passaggio (siano essi all’interno di stazioni della metro piuttosto che scale mobili). Talvolta viene indicato di stare a destra, altre a sinistra.
  • Urbanistica: le distruzioni dell’ultima Guerra Mondiale hanno richiesto la ricostruzione di interi quartieri, quando non proprio delle città, cosa che ha favorito un riassetto urbanistico basato su concetti più moderni, così che ne può beneficiare la viabilità e lo sviluppo di percorsi per i mezzi pubblici. Lo sviluppo economico e le conseguenti disponibilità finanziarie hanno permesso negli anni ’70 e ’80 la creazione di ponti futuristici e sopraelevate che hanno rappresentato per anni l’avanguardia in materia di opere pubbliche. Passando all’edilizia privata, molte case vengono ancora oggi costruite in legno, così come si può vedere nei tipici quartieri dei mercanti o dei samurai, nonché nei castelli che hanno fatto la storia del Paese
  • Parcheggi: ci imbatteremo spesso nell’intelligente sistema di parcheggi, che sappiamo essere una materia gestita severamente in Giappone. Praticamente non esiste il parcheggio libero lungo la strada: o si tratta di parcheggio privato (quindi vietato), presso un esercizio (p.es. il supermercato, ma si può utilizzare limitatamente al tempo della spesa), oppure negli appositi parcheggi pubblici, normalmente a pagamento. In questo caso si posteggia la vettura negli spazi designati, dopo un paio di minuti si solleva una pedana sotto la scocca a bloccare l’uscita dell’auto; quando si rientra si digita il numero della piazzola sull’apposito schermo, il display mostra l’importo a debito (basta seguire le istruzioni in giapponese…), lo si paga in contanti e la pedana si abbassa consentendo alla ruota di passarci sopra liberando così la vettura. Ovvio che se si tarda, la pedana risale bloccando l’uscita.
  • Negozi: durante tutto il viaggio i piccoli market incontrabili un po’ ovunque saranno una garanzia per trovare bevande, alimenti per la colazione, pranzi semplici (sushi, onigiri, ecc.) e quanto serva nella quotidianità. Questo genere di negozi viene familiarmente detto konbini; sono essenzialmente tre le catene (7/11, Lawson e FamilyMart) e offrono una qualità standard giapponese. Ovviamente se c’è modo di trovare una gastronomia specializzata piuttosto che una pasticceria cerchiamo di non perdere l’occasione. Sovente dispongono di piccola ma poco invitante vetrinetta di caldo, essenzialmente fritto.
  • I prezzi sono abbastanza bassi e negli aeroporti non si assiste alla speculazione tipica praticamente di ogni scalo nel mondo: un caffè costa ca. 1,5€, un litro d’acqua 1€, gli onigiri 2€ cad., biscotti in negozio non arrivano ai 2€, per una cena leggera ma buona possono bastare 15€, mente pagandone 25€ si sale di quantità. Il cambio intorno ai 160Y per 1€ è sicuramente di grande aiuto, ma in alcuni casi abbiamo fatto un raffronto con situazioni più sfavorevoli (basti ricordare che appena prima del Covid il cambio era sui 115/120Y) ed è emerso non essere poi così sfavorevole, tenendo conto che la qualità ha sempre uno standard piuttosto elevato. Gli uffici di cambio sono scarsi, fatta eccezione per i centri urbani di Tokyo e Kyoto, in evidente contrasto con l’abitudine di intenso utilizzo del contante da parte dei giapponesi. Alcuni sono automatici, offrono condizioni economiche svantaggiose e cambiano importi ridotti, normalmente sufficienti ad acquistare il biglietto per vistare un monumento o poco più.
  • Quella che ai nostri occhi è una palese contraddizione sono i sistemi di pagamento o check-in totalmente automatizzati a fronte di un relativamente scarso uso delle carte di credito. A titolo di esempio, è praticamente impossibile acquistare un biglietto della metro presso uno sportello presidiato fisicamente, ma al tempo stesso occorre pagare in contanti e non ci sono problemi ad avere il resto. Lo stesso accade nei ristoranti, dove in molti casi ci si trova a doversi districare ordinando tramite app su un tablet (magari usando Google Lens per tradurre) o tramite QR sul proprio smartphone salvo poi saldare il conto con banconote. Quando si paga in contanti ci sono sempre dei piccoli vassoi sui quali depositare il denaro, l’addetto (al supermercato o altrove) lo conta sul momento mostrando in modo abbastanza palese quanto gli è stato dato e lo ritira; questo evidentemente al fine di evitare contestazione in seguito con l’eventuale resto
  • Cucina: si fa un gran parlare della cucina giapponese e non senza fondate ragioni. Occorre tuttavia fare una breve analisi e alcuni distinguo per rendere un giudizio obiettivo: se da un lato mangiare del buon pesce crudo è un piacere per il palato, fa bene alla salute e rende onore a un Paese che sa mantenere la catena del freddo in modo da non intossicare gli stomaci, va anche rilevato che sushi, sashimi, nigiri e simili non possono essere considerati vera e propria cucina, mancando la combinazione d’ingredienti che portano a creare un piatto dal gusto diverso dai componenti d’origine. Gli stessi ramen, udon e soba sono delle buone minestre o paste che in Italia godrebbero di modesto successo. In sostanza: a fronte di ingredienti impeccabili che deliziano il gusto non corrisponde una creatività e un’elaborazione che non solo gli chef, ma anche solo le mamme di un tempo sapevano cucinare. Detto questo, mangiare in Giappone è una delle ragioni per acquistare il biglietto aereo.
Un tavolo in Giappone con pasti e birra.

Stranamente in un Paese dell’Estremo Oriente dove si pensa che il riso sia pressoché l’unica scelta in tema di cereali, in realtà se si eccettua il sushi e quando usato quale complemento alle portate di pesce o carne, viene utilizzato di meno rispetto ad altri cucine dell’area. Va per la maggiore il grano, che si consuma nel ramen, udon e otonomiaki ed è presente all’interno di molte ricette tipiche.

  • Vending machine: presenti ovunque con una capillarità incredibile e anche nei posti meno immaginabili, si può acquistare a un prezzo normale ogni genere di bevanda fresca analcolica, in alcuni casi anche del cibo.
  • Mascherine facciali: già prima del Covid diversi giapponesi indossavano le mascherine in pubblico, forse per una forma di igienismo esasperato oppure per rispetto verso chi ci si trova di fronte. Anche ora è frequente incontrare persone col viso coperto, talvolta con tessuti griffati o in abbinamento ai vestiti, soprattutto in metro o quali receptionist, commesse o in generale persone a contatto con il pubblico in un rapporto di clientela. Non manca però di vedere individui che la portano guidando da soli o camminando all’aperto. Beninteso non esistono vincoli di alcun genere e la scelta è completamente libera. Volendo essere maliziosi vi si può leggere un segno di introversione per celare i propri sentimenti derivanti da una smorfia o altre espressioni, come ben ricordiamo dai tempi vissuti durante il Covid.
  • Cestini: in particolare a Kyoto, ma un po’ in tutto il Giappone visitato, abbiamo rilevato la scarsità quando non la totale mancanza di cestini per l’immondizia. Non siamo stati in grado di capire se si tratti di ragioni igieniche, di sicurezza per evitare attentati con bombe depositate nei cestini stessi o altro. Resta il fatto che depositare anche un solo pezzo di carta o una bottiglia di plastica vuota può diventare operazione non semplice se ci si trova per strada o nelle vicinanze di una fermata di bus.
  • Servizi igienici: a parte il fatto che non abbiamo visto un solo water tradizionale, nemmeno nei bagni pubblici, e che sono tutti automatici con una serie più o meno varia di optional e comfort, negli urinatoi per uomini c’è un piccolo gancio al quale appendere l’ombrello. In quelli femminili si possono trovare i seggiolini per ospitare i bimbi e fasciatoi completi di ogni comfort. Il meglio lo vediamo in un’area di servizio lungo l’autostrada che da Nagoya porta a Kanazawa: appena dopo l’ingresso nei servizi maschili o femminili un display indica quanti sono i water liberi, tanto che mentre sto entrando il numero uno lascia spazio al due, segno evidente che qualcuno ha terminato i suoi bisogni e ha liberato il posto. E’ questo un esempio calzante di come determinati comfort siano generalizzati e fruibili da tutti probabilmente è anche sinonimo di un popolo che sembra aver più pochi desideri da esprimere
  • Cavi: probabilmente a causa del suolo instabile a causa per l’intensa attività tellurica, i fili elettrici sembrano essere tutti sospesi su dei pali in modo caotico, con matasse penzolanti e conseguente inquinamento ottico quasi nella stessa misura di quanto visto in Paesi molto meno ordinati come il Vietnam o il Nepal.

Consigli e istruzioni per l’uso:

  • Periodo di visita: se la fine di marzo/inizio aprile coincidono con l’epoca ideale per vedere l’hanami (la fioritura dei ciliegi), il periodo in cui siamo stati noi rappresenta quello dell’esplosione del verde primaverile, punteggiato da fioriture di azalee, rododendri e iris. Una coda di hanami si può ancora gustare nelle zone montane dove la stagione è più indietro. Da tenere in considerazione che il nostro raggio di visita è spaziato dal centro (Nikko) fino al sud (isola di Kyushu). Altra situazione e altri colori si vedranno in autunno, quando l’enorme numero di aceri assumerà le cromaticità della ruggine trasformando ulteriormente il paesaggio. La loro vista a tinte verdi e rossicce ha comunque tutto il suo significato. Le temperature sono miti, con un paio di giorni dove non avremmo disdegnato un paio di gradi in meno, mentre abbiamo incontrato in tutto due mezze giornate di pioggia.
  • eSim: acquistata online con Saily di Nord VPN. Si collega immediatamente e automaticamente appena toccato il suolo giapponese e non abbiamo mai avuto problemi di connessione.
  • anche se dall’Italia non occorre il visto, conviene compilare le solite informazioni richieste quando si entra nel Paese sul sito https://www.vjw.digital.go.jp e scaricare l’app per ottenere un QR code da mostrare al personale nel momento dell’ingresso per il controllo passaporti. Non è un must ma snellisce la pratica.
  • App taxi: Uber funziona ma gravita sulla rete locale di taxi e non è particolarmente conveniente. Esiste anche l’app GO che risulta essere di poco migliore. In verità, abbiamo preso solo due taxi e per tratte molto brevi abbiamo usato il solito Uber
  • App previsioni meteo: abbiamo usato l’app Weather Japan e si è rivelato preciso. Nella zona del Fuji esiste un sito preciso che indica il meteo previsto sulla montagna la fine di facilitarne l’osservazione: https://fuji-san.info/en/index.html.
  • Japan wifi auto connect: una app che aiuta a cercare dei wifi free. Non male, soprattutto per gli smartphones senza e-sim.
  • IC card: la Suica o altre simili sono usate per evitare di pagare in contanti metro, bus, ma anche diversi esercizi. Abbiamo preferito non prenderla (anche se alla fine non costa nulla) in quanto comprando dei biglietti giornalieri nelle città ci si muove meglio, per il resto il contante gira parecchio e non c’è problema ad avere moneta in tasca.
  • Carte di credito: inaspettatamente in Giappone sono meno utilizzate rispetto ad altri Paesi. I biglietti si comprano sì presso distributori automatici ma normalmente si pagano in contanti e sovente i ristoranti tipici (izakaya) non accettano carte.
  • Adattatori elettrici: 110v, dello stesso tipo utilizzabile negli Stati Uniti.
  • Power bank: l’abbiamo lasciato a casa e abbiamo sbagliato. Fra Google Maps, Translate, internet, fotografie, ecc. lo smartphone si scarica rapidamente. Fortuna che avevamo il vecchio smartphone che ha supportato almeno in materia fotografica e di navigazione quando necessario.
Un mercato vivace in Giappone con bancarelle e negozi sotto una tettoia coperta.

IL TURISMO IN GIAPPONE: pur essendoci andati in stagione di punta siamo stati favorevolmente sorpresi dall’assenza di code o flussi oltremodo intensi di turisti; merito dell’organizzazione e dell’educazione dei giapponesi (dote che finisce per contagiare anche gli stranieri). I visitatori locali tendono a spostarsi in viaggi organizzati; i gruppi arrivano normalmente con bus turistici, vanno a visitare i monumenti più famosi e rientrano dopo aver sostato in qualche ristorante per il pranzo. Se si riesce a scansarli si è salvi; in ogni caso basta allontanarsi di poco dal luogo principale di attrazione e ci si ritrova in un ambiente tranquillo. Va comunque detto che anche quando si è in mezzo a tanta gente il comportamento è sempre educato e il vociare non appartiene alla cultura dell’isola. Una tale forma di visitare i templi o santuari di maggior richiamo porta con sé il vantaggio di poter ascoltare le narrazioni storiche da parte delle guide, ma al tempo stesso finisce per perdere quel fascino mistico religioso che inevitabilmente richiede una presenza umana limitata, soprattutto con il susseguirsi ininterrotto di foto che impediscono di godere un’atmosfera raccolta. Anche in questi siti sommamente turistici non è facile trovare qualcuno che parli inglese: chi lo fa si limita a conoscere i termini essenziali richiesti dalla professione, sovente senza basi grammaticali. Porre domande o cercare di fare un discorso dà origine a situazioni imbarazzanti dove l’interlocutore cerca di sopperire alle proprie mancanze in qualunque modo, senza peraltro riuscirci e facendo perdere tempo. Anche le indicazioni in molti casi lasciano a desiderare: a parte essere solitamente e solamente in giapponese, anche quando ci fosse qualcosa in lingua inglese riesce difficile trovarne una successiva coerente. Tutti segni da imputare non alla cattiva volontà o disorganizzazione sistematica, quanto al recente sviluppo dell’industria turistica internazionale.

Quello che è certo – e questo vale soprattutto per Kyoto – l’incremento di visitatori va a turbare l’ordinata quotidianità dell’uomo medio giapponese, tanto sui mezzi pubblici che nei negozi o altrove. Tutto ruota intorno a delicati canoni di educata convivenza, che l’ingerenza dei turisti stranieri mette pericolosamente a repentaglio. Il turismo va visto almeno in duplice ottica con ulteriori distinguo: mentre i giapponesi viaggiano compatti in gruppi e si spostano in forma omogenea soprattutto tramite bus, gli stranieri possono essere in gruppi organizzati (non molti) oppure da soli (magari con una regia locale per togliersi dai guai linguistici, culturali, segnaletici, ecc.). Fra questi ultimi noi riconosciamo nettamente gli occidentali, i mediorientali o gli indiani, ma in gran parte ci sfugge la massiccia presenza di asiatici che non riusciamo a distinguere dai locali (dettaglio da non dire ai giapponesi!). Fra questi abbiamo individuato parecchi taiwanesi, abitanti di Hong Kong e non possono mancare i cinesi, che per cultura e storia non possono facilmente integrarsi con i nipponici. Probabilmente l’atteggiamento disinvolto di alcuni indispettisce e porta a qualche forma di malcelata insofferenza. Non sappiamo se abbia a che fare con questo sentimento, ma talvolta capita di visitare monumenti importanti senza che vi sia della documentazione in inglese; i dépliant esistono, sono ben fatti, ma vengono scritti solo in giapponese.

Alto senso della privacy nei giapponesi, ma lo sanno anche bene gli italiani che vivono in zone turistiche come la presenza e talvolta l’ingerenza dei villeggianti non avvenga sempre in punta di piedi: cambiare la mentalità richiede generazioni e non basta un periodo di cambio favorevole della valuta per trasformare una popolazione con l’età mediana più alta del mondo a sopportare chi arriva con una cultura diversa, seppure per restarci pochi giorni. La globalizzazione degli ultimi 30 anni non ha intaccato la quotidianità di gran parte dei giapponesi, legati a valori religiosi e storici che non ne favoriscono l’apertura.

Itinerario

Giorni di viaggio

Arrivo a Tokyo
Giorno 1 1 gallerie

Arrivo a Tokyo

La capitale più orientale dell’Asia

Isola di Kyushu I
Giorno 2 1 gallerie

Isola di Kyushu I

Diavolo e acqua santa: gli inferni di Beppu e il santuario di Dazaifu

Isola di Kyushu II
Giorno 3 1 gallerie

Isola di Kyushu II

Nagasaki, lo spettro della Bomba colpisce ancora

Hiroshima
Giorno 4 1 gallerie

Hiroshima

La primavera – nonostante l’uomo – rifiorisce nel sito della prima atomica

Isola di Shikoku I
Giorno 5 1 gallerie

Isola di Shikoku I

Il nord: paradiso terrestre del Ritsurin Garden, l’impeto dei vortici marini a Naruto

Isola di Shikoku II
Giorno 6 1 gallerie

Isola di Shikoku II

La supremazia del verde nelle valli centrali. Strade strette e villaggi montani

Isola di Shikoku III
Giorno 7 1 gallerie

Isola di Shikoku III

Matsuyama Castle e il Koraku-en Garden a Okayama

Himeji e Kyoto I
Giorno 8 1 gallerie

Himeji e Kyoto I

L’Himeji Castle, ricco di storia, e il primo incontro con Kyoto: allibiti di fronte al Fushimi Inari Temple

Kyoto II
Giorno 9 1 gallerie

Kyoto II

La città dei mille templi, e molto altro ancora

Nara e Kyoto III
Giorno 10 1 gallerie

Nara e Kyoto III

La prima capitale del Giappone e ultime visite nella città infinita

Japanese Alps I
Giorno 11 1 gallerie

Japanese Alps I

Kanazawa, mercato e castello; ma soprattutto la magia del giardino Kenroku-en

Japanese Alps II
Giorno 12 1 gallerie

Japanese Alps II

Shirakawa e le case Gassho Zukuri, Takayama e il suo centro storico, Matsuyama con il Castello del corvo

Japanese Alps III
Giorno 13 1 gallerie

Japanese Alps III

Fra la sacralità shintoista del santuario di Suwa e quella naturale del Monte Fuji

Japanese Alps IV
Giorno 14 1 gallerie

Japanese Alps IV

Il giorno in cui il monte Fuji ci appare nel suo bianco splendore. Hakone, Kamakura e infine Tokyo

Nikko
Giorno 15 1 gallerie

Nikko

Santuari shintoisti e templi buddhisti immersi nel verde, senza soluzione di continuità

Tokyo
Giorno 16 1 gallerie

Tokyo

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