Giorno 3
Isola di Kyushu II
Nagasaki, lo spettro della Bomba colpisce ancora
Politica e società
Nella notte scende copiosamente della pioggia. Sveglia alle 5, quando è già chiaro anche col cielo nuvoloso, gli onsen in fondo alla vallata dove sorge Yufuin emanano nell’aria fumo biancastro, un tè con qualche biscotto in silenzio nel locale comune e mezz’ora dopo siamo in macchina sulla superstrada a due corsie per due carreggiate (come tutte) che conduce a Kumamoto. Notiamo come lungo la strada esistano delle aree predisposte per calzare le catene, segno evidente che l’inverno dev’essere rigido pur essendo questa l’isola più meridionale a soli 33 gradi di latitudine nord. Il paesaggio è verdeggiante, con pochi prati e fitte foreste di cipressi, bambù e ogni altro genere di vegetazione ad alto fusto. Ci sono 11°, Il cielo è già chiaro nonostante le nuvole, ma si apre a poco a poco lasciando spazio a un vapore che sembra emanare dal terreno, come fumo proveniente dagli onsen; infine si apre completamente raggiungendo i 22/23° nel corso del pomeriggio, quando soffia una brezza fresca. Il programma non consente fermate e puntiamo direttamente su Nagasaki, adagiata in una baia sul Mar Cinese Orientale (che qui chiameranno ovviamente in modo diverso), al fondo di una lunga penisola. La città, tristemente famosa per essere stata teatro della seconda bomba atomica, è in realtà molto di più di un memoriale vivente di quanto accaduto 80 anni fa. È un luogo dove la qualità di vita dev’essere assai elevata e il contrasto fra mare e colline regala immagini davvero belle. Iniziamo ovviamente dal punto in cui il tempo si è fermato in quel giorno del 9 giugno 1945, quando un aereo americano alle 11:02 sganciò Fat Boy, come venne chiamata la Bomba al plutonio che uccise sull’istante oltre 75.000 persone (più altrettanti che morirono in seguito) e ferendone un numero impossibile da calcolare esattamente, su una popolazione di 240.000; le vittime non furono di più solo grazie alle colline che impedirono il propagarsi dell’azione congiunta fra deflagrazione (50% dell’energia rilasciata dall’esplosione), venti caldi oltre 200 km/h (35%) e ricaduta radioattiva (15%). La città venne prescelta all’interno di una serie di altre “candidate” (incluse Tokyo e Kyoto) per la presenza di industrie pesanti che costruivano materiale bellico, in particolare quella della Mitsubishi; essendo nuvoloso, la deflagrazione – che avvenne 500 mt sopra la città – invece di colpire la zona industriale dove si trovavano le fabbriche, finì per avere l’ipocentro nella zona residenziale nord, uccidendo soprattutto donne e bambini dal momento che gli uomini si trovavano in guerra o altrove sui luoghi di lavoro; vennero inoltre uccisi molti prigionieri coreani che si trovavano ai lavori forzati, oltre ad alcune centinaia di detenuti alleati; dettagli che non fecero cambiare la decisione.
Arrivo a Megami Bridge
Alle 8:30 siamo al Parco della Pace, facciamo il giro intorno alla Fontana della Pace a forma di colomba, in memoria di coloro i quali prosciugati dal calore della bomba chiedevano acqua e dissetarono con la pioggia radioattiva creata dalla bomba stessa: ovvio che non sopravvissero a lungo. All’interno il centro consta di un’area commemorativa, dove si trovano le “colonne di luce”, in fondo alle quali un’altra contiene una pila di libri mantenuta a temperatura controllata dove sono elencati i nomi di tutte le vittime a perenne memoria. Nell’adiacente museo sono raccolti i reperti, le testimonianze e i disegni/grafici per spiegare l’accaduto dal punto di vista tecnico e chiarire ragioni e retroscena. Vediamo il video dove una signora miracolosamente scampata al disastro ma rimasta irrimediabilmente ferita tanto nel fisico che nell’animo, racconta la sua storia. All’epoca era una bambina, dopo le amorevoli cure della madre è riuscita a farsi una ragione delle menomazioni rimaste sul suo corpo ed è diventata un simbolo della testimonianza di quanto accaduto; ha iniziato partecipando ad una conferenza a Ginevra e ha continuato girando il mondo quale testimone diretta di quanto accaduto, nonostante la limitazione di dover trascorrere la vita su una sedia a rotelle. Dal suo tono di voce e dalle sue parole non traspare alcun astio o sentimento di odio, ne emerge invece la chiara volontà di divulgare quanto ha vissuto affinché diventi un monito per sensibilizzare il mondo affinché le bombe atomiche vengano bandite. Il filmato è stato realizzato all’inizio degli anni ’90 e la ritrae ormai sulla cinquantina.
Quando usciamo il sole brilla sulle nostre teste, e ci domandiamo perché lo faccia ancora su tanta umanità indegna.
Il volto urbano di Megami Bridge
Per cambiare argomento ci tuffiamo nel centro cittadino, lambito dal placido mare della baia con sullo sfondo il Megami Bridge, un plastico ponte a saldare i due lembi di terra divisi dalla medesima. Con una passeggiata in mezzo a viali fioriti ci avviciniamo al vecchio quartiere dove si trovano le case e i magazzini dei mercanti olandesi, gli unici stranieri ammessi fino al 1850; all’epoca gli stranieri non potevano entrare in Giappone e gli scambi avvenivano unicamente tramite l’isola artificiale di Dejimaproprio nel centro di Nagasaki, sfruttando la sua posizione meridionale e per questo ideale punto di sbarco delle merci provenienti dall’Europa e dalla Cina. Anche agli stessi olandesi era interdetto l’ingresso in città, ma quantomeno veniva loro lasciata esercitare l’attività mercantile. Gli altri europei di religione cattolica vennero espulsi in quanto ritenuti troppo invasivi nella promozione del credo e le ambizioni di potere. Poco distante si trova una piccola Chinatown, evidentemente di epoca successiva, non particolarmente vivace come in altri Paesi. Vediamo anche i ponti in pietra (Meganebashi e altri) sul fiume Nakashima, un corso d’acqua piccolo quanto pulito, dove nuotano le sacre carpe giapponesi. Durante il trasferimento a piedi verso il centro, a poca distanza dal molo ci compare la scena di due addetti su una motonave intenti a convogliare con un rastrello le fogliegalleggianti sull’acqua sotto la prua che le aspira. Welcome to Japan!
Nagasaki è stata per secoli la naturale porta d’ingresso nel Paese e nei tempi non potevano mancare i missionari venuti a portare nuove fedi. I gesuiti riuscirono in un primo tempo a conquistare anime e ottenere benefici politici ma, a fronte di un di una Chiesa talvolta troppo ingerente nei confronti del potere temporale, la Compagnia di Gesù venne estromessa, il cristianesimo bandito e perseguitato, tanto che le vittime si contarono a decine di migliaia. In memoria dei tragici eventi sono stati eretti un monumento celebrativo a 26 martiri e un museo a essi dedicato. Nonostante le persecuzioni si possono vedere un paio di chiese e questa rimane la regione con maggior presenza cristiana del Giappone, pur se limitata.
Il tempo vola in questa città ben diversa da quanto ci si potrebbe immaginare a causa del nome che porta: del resto non si può pretendere che la vita dei sopravvissuti non continui e che le generazioni successive non debbano voltare questa pagina, pesante come un macigno, lasciandola socchiusa affinché la memoria e il rispetto non vadano persi. Tanto che oggi l’atmosfera è spensierata forse più di altre città visitate, ma noi dobbiamo fare rientro a Fukuoka per mantenere fede al programma che prevede la restituzione dell’auto entro sera. A metà pomeriggio riprendiamo l’autostrada con la solita teoria di viadotti e tunnel per arrivare a destino prima del tramonto. L’esperienza del noleggio si è conclusa bene, con 600 km percorsi e nessun problema, senza particolari difficoltà al momento della restituzione; occorre solo fare il pieno in un raggio di 5km in una delle stazioni di servizio (la benzina costa ca. 180Y, poco più di un Euro) indicate su un foglio consegnato al momento del noleggio e mostrare la ricevuta che attesti il rifornimento. I benzinai sono sempre molto disponibili, il self service non costa di meno, dipende dalla stazione se si può fare da sé (interpretando quanto scritto sul display) o avere il più comodo pieno fatto dal personale. In generale il senso di sicurezza non deriva soltanto dall’assenza di microcriminalità, quando dalla sensazione che in nessun caso qualcuno tenti di raggirare l’interlocutore (ancorché straniero) con un resto sbagliato o vendere un servizio/prodotto aggiuntivo inutile. Ciò ingenera un tranquillizzante rapporto di fiducia automatico che contribuisce a dare un valore apprezzabile all’intera vacanza.
La metropolitana di Megami Bridge
Lasciamo i trolley in hotel e decidiamo per un giro in centro: prendiamo la metro dove si trova il Maizuru Park, esteso polmone verde, nell’ora in cui il sole sta calandoe molta gente è impegnata a fare jogging o semplici passeggiate preserali. Vedremo anche nei giorni successivi come sia frequente incontrare parchi o giardini all’interno delle grandi metropoli, quasi una necessità per cercare una fuga da una quotidianità stressante. Visitiamo la zona del castello, sostanzialmente un rudere circondato da bastioni, e con un nuovo balzo in metro siamo nella zona dei ristoranti dove troviamo uno izakaya nel quartiere di Tenjin, che sembra fare al caso nostro per gustare una dozzina di yakitori, spiedini di carne, pesce e verdure. Rientriamo a piedi non troppo tardi, che domani – caso strano – la sveglia suonerà presto. Le stazioni nelle grandi città giapponesi rappresentano il centro urbano quasi come il duomo lo è in quelle europee e capita di doverle attraversare tramite tunnel pedonale o in auto per andare da una parte all’altra. Cosa che in questo momento risulta particolarmente propedeutica per familiarizzare con il sistema dei treni e non avere sorprese domattina: seguiamo le chiare indicazioni e riteniamo che non dovremmo avere problemi, ad ogni buon conto converrà recarsi sul posto per tempo. Farci trovare in orario è un imperativo, data la puntualità dei treni giapponesi non è lecito sperare in un loro ritardo a compensarne uno nostro.
IT
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