Giorno 6

Isola di Shikoku II

La supremazia del verde nelle valli centrali. Strade strette e villaggi montani

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Isola di Shikoku II

Nagoro “Scarecrow” Village

L’accesso alle camere è consentito solo con le ciabatte depositate all’ingresso, mentre quello sul tatami è a piedi scalzi. L’esperienza di un sonno sul futon si rivela positiva e siamo pronti ad affrontare una giornata che si presenta nuovamente serena. Alle 5 siamo già svegli causa i fasci di luce che iniziano a entrare, ma riusciamo a sonnecchiare fino alle 6:15 quando il sole è ormai relativamente alto. Se normalmente le stanze giapponesi presentano la caratteristica di dimensioni assai ridotte, questa volta abbiamo a disposizione ampi spazi, compresa una saletta con un piccolo tavolo al centro dove consumeremo la colazione. Chiediamo qualche informazione al cordiale gestore circa la strada da intraprendere e ci incamminiamo. Possiamo dire di avere familiarizzato con le strade e – prestando le dovute attenzioni – riusciamo a percorrerle senza rischi e troppa tensione. Oggi peraltro intendiamo cimentarci lungo le strade 335, 32, e infine 439, estremamente panoramiche ma praticamente a una sola corsia che si avviluppano lungo le pieghe sinuose delle montagne dello Shikoku: quando s’incontrano altre vetture bisogna sperare di essere in prossimità di una piazzola al fine di dover evitare pericolose retromarce; fortuna vuole che il traffico sia limitato (evidentemente i giapponesi non sono particolarmente inclini a certi tipi di avventure), anche grazie al fatto che siamo a inizio mattinata e quando ci s’incrocia si trova modo di passare senza particolari difficoltà. Esperienza stancante ma esaltante al tempo stesso: seguiamo il tratto destro orografico del fiume Iya, la giornata brillante illumina i boschi dai quali si emana ogni tonalità di verde, il percorso alterna gallerie nel verde della boscaglia a punti panoramici sul canyon nel cui fondale scorrono acque cristalline. Tutto questo accade nel Giappone che la retorica corrente vuole come una sterminata landa urbana e industrializzata. Ad un certo punto compare la caratteristica Statue of peiing boy, rappresentante un bambino intento a fare la pipì; niente di ché ma notevole è soprattutto lo sfondo naturale che alterna macchie di cipressi, a bambù e aceri. Ogni tanto incontriamo un paesino abitato e restiamo alquanto sorpresi di come la gente conduca ancora una vita tanto spartana in luoghi così remoti (siamo pur sempre in Giappone); è uno stupore di ammirazione, non abbiamo dubbi sulla scelta fra vivere qui o in uno di quegli alloggi urbani dove la metro sembra entrarti in camera. Evidentemente esiste un’economia semplice che a noi sfugge: turismo ce n’è poco, l’asperità del terreno rende la vita la difficile, forse solo i boschi possono fornire il necessario per una vita decorosa. Alla fine la 32 prende in direzione est, che seguiamo lungo l’alta valle del fiume Iya che va sempre più restringendosi. Il tutto è talmente bello che ci lasciamo prendere e arriviamo fino alle pendici del Mount Tsurugi, dove pensiamo di non trovare anima viva invece siamo praticamente imbottigliati nel traffico. La ragione è semplice: se dal nostro versante la strada è stretta e richiede una certa attenzione, sull’altro vi si arriva da ben due parti e zone più densamente popolate. Ci togliamo subito di mezzo cercando la prima piazzola per invertire la marcia, mentre uno zelante vigile stacca multe sulle vetture parcheggiate lungo la strada.  Nelle vicinanze si trovano sentieri ma soprattutto una funivia e ristoranti: non diversamente da quanto accade in Italia, le comodità attraggono le masse. È curioso notare (siamo solo a 1.400 mt di quota) come la primavera stia appena arrivando, i ciliegi siano splendidamente fioriti consentendoci di vedere un finale di hanami e l’aspetto della vegetazione a distanza risulti ancora spoglio. I ciliegi sono quelli tipici giapponesi, cotonosi e di colore rosa a formare una macchia pastello senza particolari sfumature; ci sono anche i ciliegi bianchi ma rendono decisamente di meno. Siamo ormai in tarda mattinata e temiamo ci sia controtraffico in salita, il che non sarebbe l’ideale su una strada tanto stretta; fortunatamente non ci sono problemi, prestando comunque tutte le attenzioni, viaggiando intorno ai 30 km/h e guardando bene negli specchi in prossimità delle frequenti curve cieche. Dove la strada si fa particolarmente stretta ci sono semafori intelligenti che lampeggiano intimando di fermarsi perché in senso contrario sta per arrivare un altro veicolo, creando di fatto un senso alternato; un sistema di radar efficiente, del quale basta conoscerne previamente l’esistenza in quanto non particolarmente segnalato: fortuna ha voluto che la prima volta ci fosse qualcuno davanti e ha fatto da insegnante.

Alberi in piena fioritura rosa adornano un paesaggio collinare primaverile.

Nagoro “Scarecrow” Village e Oku-Iya Double Vine Bridge

Fuggiti dalla folla e rientrati nel verde facciamo due soste, la prima è al Nagoro “Scarecrow” Village, un paesino che avrebbe niente da mostrare se i propri abitanti non si fossero ingegnati di popolarlo con una miriade di spaventapasseri, riempiendo con la paglia vecchi vestiti e piazzandoli nelle posizioni più “umane” e tradizionali in ogni angolo del villaggio o in assembramento ai margini della piazza centrale. Un’altra opera dell’ingegno la riscontriamo invece nei tradizionali ponti sospesi costruiti con le liane. A Oku-Iya ce ne sono addirittura due ad attraversare l’omonimo torrente e a consentire di fare un breve giro ad anello, l’Oku-Iya Double Vine Bridge (Oku lya Ni-jũ Kazura-bashi). Venivano usati in passato e avevano il grosso pregio di poter essere facilmente recisi in caso di attacchi nemici; ovviamente necessitano di maggior manutenzione e devono essere completamente rifatti dopo un po’ di anni. Cartelli indicano di procedere con attenzione e fare rumore lungo i sentieri ma orsi non se ne vedono e oggi non correranno il rischio di fare brutti incontri con noi. È il momento giusto per la sosta in un ristorantino posto dall’altra parte dell’ingresso all’area dei ponti: pasto energetico costituito da pot con zuppa a base di riso, uova, pollo e verdure più un piatto di riso fritto con verdure di monte e uova, il tutto preparato e servito con cura da due anziane quanto esperte signore. Siamo a 1.000 mt. di quota e la giornata si conserva splendida, ancora qualche foto ai fiumi cristallini che scendono impetuosi lungo vallate ricche di vegetazione per lasciare la valle dell’Yia, superare l’Oboke Bridge e vedere ancora qualche angolo verdeggiante, disegnando lungo la strada un ferro di cavallo il cui riferimento è Otoyo e raggiungendo infine il mare interno di Seto con meta finale a Saijo, dove ci attende uncomodo e largo futon all’interno di una villetta adibita a ryokan. Si trova in ambiente agreste con vista sulla punta più elevata dell’isola di Shikoku, che raggiunge circa i 1.800 mt. e presenta ancora canaloni innevati. Riusciamo perfino a fare quattro chiacchiere con il gestore, il quale parla un buon inglese: ci racconta della vita rurale che scorre tranquilla da queste parti e un po’ di storia locale. Finalmente non siamo di corsa e possiamo concederci una passeggiata prima di cena, osservando le villette borghesi con giardini zen di perfetta fattura, nei cui dintorni abbondano coltivazioni di patate, cipolle, zucchini, melanzane, fave, piselli, fragole, riso e grano (ormai a maturazione); il tutto in un silenzio figlio di culture pacifiche. Quasi tutti i campi sono ribassati per poter essere inondati quando vengono coltivati a riso e si vede un fitto sistema idrico di canali e paratie creati allo scopo. Anche qui le strade sono strette, quasi a voler risparmiare terreno da dedicare all’agricoltura, confidando nelle doti degli autisti e lo scarso traffico.

Arriviamo camminando all’izakaya Yuzuya, suggeritoci dal gestore della guesthouse, iniziamo a ordinare porzioni di pesci e frutti di mare in successione: polipo fritto, calamari alla griglia e in tempura, balena fritta, mochi di patate e formaggio, patate dolci con verdura grigliate, facendo scorrere lime e buona birra locale senza il timore dei successivi controlli da parte della polizia giacché siamo a piedi. Segue la spesa per i prossimi pasti nel supermercato adiacente, con gli immancabili budini al vapore e caramello per colazione e una bottiglia di sakè (in parte) per stasera; rientriamo in casa appena prima che inizi a piovere intensamente. Sono appena le 20:30 ma il tempo ci torna utile per fare il piano dettagliato della giornata di domani. Nel ryokan troveremo una famiglia di cinque giapponesi, dei quali apprezziamo il rispetto nel non far rumore e nell’attenta gestione degli spazi comuni il mattino successivo: la civiltà di un popolo la si evince anche da questi dettagli, che proprio tali non sono.

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