Giorno 14

Japanese Alps IV

Il giorno in cui il monte Fuji ci appare nel suo bianco splendore. Hakone, Kamakura e infine Tokyo

1 gallerie 0 mappe
Japanese Alps IV

Oishi Park

La camera era stata prenotata (per qualche Yen in più) con vista sul Fuji. Restano poche ore utili per vederlo nella sua bianca interezza e per farlo le escogitiamo tutte, compreso il sistema della doppia sveglia: sfruttando l’alba di buon’ora fissiamo la prima alle 5:30, quando realizziamo che anche lui dorme ancora con la testa immersa in una coltre grigia e ci giriamo dall’altra parte; la seconda suona un’ora dopo e a questo punto il cielo è sereno ma non ci siamo ancora del tutto. Scendiamo per fare la solita, semplice, colazione e tornando su la finestra della stanza è diventata la cornice del Fuji-san, come viene riverentemente chiamato qui. Visibile finalmente nella sua interezza, riusciamo a fare un paio di foto a distanza prima che sparisca nuovamente e saliamo in macchina per tornare in un quarto d’ora all’Oishi Park. Sono le 7:30, il cielo ormai è privo di nuvole, fatta eccezione dove interessa a noi. Del resto tanti anni di frequentazione delle terre alte ci hanno insegnato come le vette siano catalizzatrici di nuvole. Col sole pieno e con pochissima gente rifacciamo il servizio fotografico al giardino dai mille colori, con più tempo a disposizione per riconoscerne le varie specie, parecchie delle quali sono presenti anche da noi (gigli di San Giovanni, lavanda, gladioli, ecc.). Per non farci tentare e trascorrere qui tutta la giornata ci siamo promessi di attendere un’ora, trascorsa la quale saremmo partiti per le altre destinazioni in programma. Come in ogni striptease che si rispetti il bello arriva alla fine: alle 8:30 sembra che siamo al dunque e le ultime velature debbano scomparire. Rompiamo il “voto” della scadenza e decidiamo di restare tanto che sembra imminente il Momento. Mai attesa si rivelerà tanto fruttuosa e ritardo verrà così apprezzato come nell’ attimo in cui il Fuji compare nella sua interezza, rivestito di neve su buona parte del pendio. Immacolata e imponente al tempo stesso, la montagna sacra per eccellenza del Giappone si erge di fronte a noi completando così il quadro del giardino fiorito nello schermo di smartphone e fotocamere, per tacere dell’emozione trasmessa istantaneamente ai gangli cerebrali e spirituali. La metà inferiore del quadro rappresenta dolcezza e sensibilità, quella superiore forza e maestosità, divise dal lago increspato che con le sue tenui onde sembra quasi voler mediare: un unicum che solo la natura sa trasformare in sublime bellezza. Sfiorando l’assurdo, per un instante viene da pensare che sia stato più faticoso attenderlo di quanto lo sarebbe stato ascenderlo, opzione neanche proponibile in questo periodo causa innevamento e forse perfino vietata con gli sci ai piedi.

Arrivo a Peace torii

Alle 9:30, due ore dopo che siamo arrivati e riempiti gli occhi di quanto desideravamo, siamo pronti a partire verso un itinerario di grande interesse che ci porterà alla conclusione di questo giro – non ancora del viaggio – verso Tokyo, attraversando Fujiyoshida con i suoi turisti e ammirando il Fuji che si staglia fra i caseggiati e fili della luce. La prima tappa in realtà è itinerante, un percorso a pagamento – la Hakone Skyline – che corre sulla cresta della collina verso Hakone. La strada attraversa prima una sequenza di boschi incantati; stretta, s’insinua con pieghe continue lungo queste basse montagne tra muretti rivestiti di muschio fino a raggiungere il punto di pedaggio e scollinare con vista sul lago di Ashi, il suo torii galleggiante e Hakone sotto i raggi del sole su un versante, e le pendici della penisola di Izu a sud sull’altro. Sullo sfondo si stagliano anche i fumi degli onsen che arrivano dall’inquieto ventre terrestre, residuo vulcanico risalente a 3.000 anni fa. Città di villeggiatura non distante dalla capitale e dalla sua conurbazione, è sempre caratterizzata da una grande presenza turistica, tanto che non riteniamo sia il caso di visitare il Peace torii(simile a quello di Miyajima ma meno famoso) causa scarsità di parcheggi e di tempo: in fondo il Fuji val bene l’ennesimo tempio. Non manchiamo tuttavia di vedere l‘Onshi Hakone Koen, che sorge su un istmo del lago, un tempo dimora estiva della famiglia imperiale e oggi splendido punto di osservazione tanto sul lago stesso quanto sul complesso di alberi e cespuglicoltivati nel più classico stile giapponese. Siepi di azalee, alberi potati in forma artistica a creare cespugli sollevati e ogni altro ingrediente atto a definire il quadro come sublime. Il massimo della fantasia unito a gusto e armonia lo apprezziamo meravigliati quando passiamo sui dissuasori o bande sonore posizionate a distanza tale da creare una musica al passaggio delle ruote, in quella che potremmo definire una sorta di melodia pneumatica: per essere un popolo triste i giapponesi non mancano certo in creatività!

Kamakura, anch’essa facilmente raggiungibile sia in auto che in treno dalla capitale, vanta una bella serie di siti religiosi, fra i quali spicca il santuario buddhista di Kotoku-in al cui interno si trova il Daibutsu, l’enorme statua del Buddha. A prescindere dalle dimensioni, a colpire particolarmente è l’espressione del Siddharta, serafica fino a infondere un senso di serenità in chi la guarda e trasmettere un silenzioso messaggio di pace e speranza pur nella sua immobile postura. Capacità di chi l’ha progettata, ma anche dell’essere di una religione pacifica, non pacifista. Intorno, come sempre, alberi e giardini sapientemente accuditi fungono da cornice degna del monumento principale. In Giappone è raro trovare edifici religiosi che non siano contornati da giardini, parchi o elementi naturali in genere.

Sulla strada che porta a Kamakura ci imbattiamo in una vista che induce a dubitare del nostro stesso tasso alcolemico, pur essendo ancora di mattino e non avendo (ancora) toccato goccia di sakè: un tram viaggia sopra la nostra testa, appeso a rotaie che scorrono sul tetto del mezzo, sostenute a loro volta da possenti tralicci. Non si tratta né di visione onirica e nemmeno di un miracolo: semplice tecnologia giapponese.

Giardino giapponese con alberi potati e vegetazione lussureggiante sotto il cielo azzurro.

Il volto urbano di Peace torii

È ora di convergere verso la capitale ma la strada da percorrere rappresenta in sé ancora un motivo d’interesse sotto diversi aspetti. Il bel mix di risaie e colline in uscita da Kamakura riempie nuovamente gli occhi di tinte verdeggianti, quindi la strada diventa a due carreggiate, ma in modo assai particolare: una sorta di superstrada prospicente il mare da un lato e caseggiati dall’altro, di tanto in tanto rallentata da veloci semafori. A prima vista la prossimità dell’arteria a scorrimento veloce con le abitazioni accanto può sembrare ragione di pericolo, anche per il costante sforamento dei limiti di velocità, ma nel civile Giappone i conducenti sono sempre concentrati su quanto stanno facendo, così come lo sono i pedoni. L’ora del pranzo rischia di scadere; pur viaggiando a 80 km/h nel traffico individuiamo un piccolo ristorante, riusciamo a toglierci dalla corsia senza rischi e andiamo a vedere cos’hanno da offrire. La fortuna oggi ha voluto che ci regalassimo un pasto veramente squisito a livello di menu, qualità e prezzo; peccato essere di passaggio e poterne approfittare solo una volta. Non resta che riprendere la corsa verso l’aeroporto lungo la strada che continua ad alternare mare e paesi a seconda che si volga lo sguardo a destra o a sinistra. Ovviamente è fondamentale che l’autista guardi soprattutto diritto. Oltre a essere conveniente dal punto di vista logistico, l’arteria che stiamo percorrendo rimane interessante anche quando il paesaggio passa da naturale a urbano, iniziando da Yokohama. Alti palazzi vanno a sostituire le casette a due piani, le zone industriali con enormi raffinerie fanno ormai parte integrante del paesaggio, mentre viaggiamo sopraelevati fra la città e il mare, in un fantasioso intreccio di strade che poche e grandi metropoli possono vantare. La sede aeroportuale della Budget si trova in zona appartata e mentre si arriva è curioso dare uno sguardo dietro le quinte di uno scalo come quello di Haneda: magazzini, centri di manutenzione dei container e aziende di servizi aeroportuali. Anche qui zero burocrazia, paghiamo l’ETC (il telepass locale) e veniamo imbarcati su una navetta in direzione aeroporto. Diversamente da quando siamo arrivati per la prima volta, oggi non siamo tanto sbattuti da viaggio e fuso orario, inoltre abbiamo già fatto un’esperienza 15 giorni fa; pertanto l’aeroporto di Tokyo non presenta particolari fattori di perplessità: acquistiamo un biglietto della Keykiu Line, che col passare delle stazioni diventa Asakusa e senza scendere in un’oretta siamo in prossimità dell’hotel, proprio nel quartiere di Asakusa. Non ci eravamo però avveduti che la catena APA dispone di altri hotel lungo la stessa via nei dintorni della stazione metro, così ne visiteremo altri due prima di raggiungere il nostro, l’ultimo, ma comunque poco distante e vicino alla Tokyo Skytree. Il tempo del solito check-in automatico, deposito dei trolley in camera e via per cena in un ristorante specializzato nella cucina tipica di Hokkaido, l’isola più a nord del Giappone, caratterizzata da lunghi inverni e mari più freddi: anche oggi si va di pesce, incantevole. Il quartiere nel quale pernotteremo tre notti è particolarmente conveniente ai fini della visita al Senso-ji, uno splendido complesso templare shintoista meritevole di essere visitato a tutte le ore: iniziamo con la versione serale, quando perfette illuminazioni risaltano i colori tendenti all’amaranto della pagoda a cinque piani, del legno in cui è costruito il tempio, nonché dei vari torii rossicci. Per non dire delle schiere di lanterne in carta di risodecorate con eleganza e raffinatezza. Sembra vivere in una dimensione surreale, solo minimamente intaccata da qualche turista occidentale intento a farsi foto in posizioni “spiritose” di fronte all’imponenza dei monumenti. L’arte tipicamente occidentale e cinese di farsi immortalare scimmiottando appare quantomeno irriguardosa nei confronti di simboli e religioni (tanto di questa come altre) che stanno a immedesimare culture antiche, storie solitamente caratterizzate da sofferenze e conquiste avvenute a costo di grandi sacrifici da parte delle popolazioni credenti. Significati e simbologie vengono vanificati di fronte ad atteggiamenti modernisti sfrontati, sinonimo della scarsa educazione (eufemismo voluto!) di una fetta della nostra società, a prescindere si possegga o meno una fede religiosa.

Si è fatto tardi, le botteghe della trafficata Nakamise street sono ormai chiuse da qualche ora e anche i negozi allineati sotto gli artistici porticati iniziano a ritirare i prodotti in esposizione. È giunto il momento anche per noi di ritirarci nella piccola ma confortevole stanza dell’hotel, dopo un’ultima vista alla Skytree ben illuminata e al fiume Sumida che scorre ai suoi piedi.

IT

Commenti

0 approvati

Nessun commento approvato per questa lingua.