Giorno 4
Hiroshima
La primavera – nonostante l’uomo – rifiorisce nel sito della prima atomica
Mattina a Hiroshima
Sveglia alle 4:45, rapida colazione in camera e copriamo i 500 metri che ci separano dalla stazione. Fukuoka si sta appena svegliando, anche in stazione tutto è calmo, al punto che i tornelli dello Shinkansen non sono nemmeno aperti. Il nostro treno parte alle 6:00, manca ancora mezz’ora e gli zelanti operatori apriranno solo un quarto d’ora prima: nessun problema, dopo che a gesti con altri passeggeri in attesa abbiamo chiarito di trovarci nel posto giusto. Avevamo prenotato tutto con largo anticipo loggandoci sul sito della JR Central, accediamo tramite QR code, lo sportello rilascia automaticamente un biglietto, che in realtà servirà a nulla in quanto per uscire si passa nuovamente il QR code, e quando arriviamo alla banchina il fulmine bianco è già in attesa sui binari, sembra gli abbiano appena tolto la polvere dalla carrozzeria, l’interno è semplice ma perfettamente pulito. Le informazioni sono ben indicate anche in inglese, ci sono perfino i segni di scarpe dove posizionarsi prima di salire a bordo, con indicazione precisa sul marciapiede della carrozza e dei posti a sedere a seconda del tipo di treno che andrà a fermarsi in quel punto. Prendiamo posto nei sedili assegnati e teniamo d’occhio l’orologio che scatta sul minuto nel momento in cui parte il treno…o viceversa. Il paesaggio si sussegue rapido fra paesi e risaie fino alla stazione di Hiroshima, 280 km coperti in 1h7’. All’arrivo proviamo a cimentarci nel prendere un bus di linea: tramite Google Maps identifichiamo il numero del bus e la postazione di partenza, saliamo, e a gesti o con Translate ci facciamo confermare che possiamo pagare in contanti nel momento in cui scenderemo usando la macchinetta posta a fianco dell’autista, che dà anche il resto. La tariffa cambia in funzione della fermata in cui si scende. Tutto funziona a meraviglia e con quattro passi siamo in hotel a lasciare i trolley. Scopriremo solo più tardi che l’hotel situato convenientemente vicino ai punti più interessanti da visitare si trova a pochi metri dall’ipogeo dov’è scoppiata la bomba; in realtà questa doveva esplodere all’altezza di un incrocio di ponti, essenzialmente per una facile identificazione, ma la deflagrazione avvenne a poche centinaia di metri di distanza a causa del vento e, forse, imprecisione del pilota. Vista la portata dell’ordigno non sarebbe cambiato nulla, ma fa una certa impressione sapere che 80 anni fa esattamente 580 mt sulla verticale di dove trascorreremo la notte sia scoppiata la bomba d’Hiroshima. Una colazione leggera e con breve passeggiata a piedi lungo il fiume ci troviamo di fronte al mostro, il palazzo sventrato che era il Centro per la Promozione Industriale, scheletro edilizio divenuto simbolo e sinonimo del disastro nucleare. Sono appena le 8:30 e c’è ancora poca gente intorno, così l’ambiente risulta più raccolto. Grossi cespugli di azalee fiorite cercano di ingentilire questo rudere che rappresenta un pugno nello stomaco per l’umanità, l’altro l’abbiamo visto appena ieri a Nagasaki; sulla superfice ci sono ancora le macerie cadute nel momento della deflagrazione. La sua storia è curiosa: l’edificio non venne distrutto interamente come accadde ad altri in quanto “troppo” prossimo al punto di esplosione, pertanto non venne investito direttamente dall’onda distruttrice. Nell’immediato dopoguerra, quando la città era rasa al suolo, vennero rimosse tutte le macerie per iniziare la ricostruzione. Qualcuno chiese di non abbattere completamente quello che successivamente sarebbe stato chiamato l’A(tomic) Bomb Dome affinché rimanesse memoria di quanto accaduto, mentre altri ne avrebbero preferito la completa demolizione per voltare pagine e iniziare un nuovo corso. Prevalse il primo pensiero, il rudere è diventato un monumento protetto dall’Unesco ed è famoso in tutto il mondo quale esempio della distruzione atomica. Il contrasto con le siepi fiorite e ilfiume che scorre lentamente al suo fianco sembrano voler essere un richiamo di come la fine non sia mai veramente tale e anche delle ceneri atomiche sia possibile una rinascita. Rinascita che è stata perfino rapida in quanto nella tragedia generale della distruzione, il fatto che la bomba sia stata volutamente fatta esplodere a mezzo km dal suolo per creare maggiori danni e irradiare i suoi venefici raggi su una superficie più ampia ne ha impedito l’impatto sul terreno scongiurando la radioattività superficiale, come invece avvenuto a Chernobyl in tempi più recenti.
Arrivo a Hiroshima
Alle 9.00 dobbiamo salire sul battello per Miyajima, gentilmente prenotato ieri tramite la receptionist dell’hotel di Fukuoka. Imbarcarci da questo punto costa di più ma permette d’iniziare il viaggio in prossimità dell’hotel e dei siti di maggior rilievo in centro, risparmiando parecchio tempo e godendo di una vista diversa dal fiume di Hiroshima. Avevamo precedentemente trovato il sito internet ma non era stato possibile fare la prenotazione in quanto la versione inglese non lo consentiva, mentre con quella giapponese avevamo qualche difficoltà d’interpretazione; temevamo il tutto esaurito a causa della Golden Week invece non ci sono stati problemi. In 45 minuti di navigazione attracchiamo nel porto di sbarco sull’isola di Itsukushima dove iniziamo a intravedere a distanza il famoso “torii galleggiante”. Il viaggio è una interessante minicrociera perché si passa da un ambiente urbano che si snoda lungo le due rive del fiume per sbucare in mare aperto, comunque in mezzo a isolette e faraglioni disseminati un po’ ovunque. Una voce registrata ci illustra quanto andiamo incontrando lungo il tragitto. Il biglietto comprende 200Y di tassa di soggiorno, ampiamente ripagati dall’organizzazione offerta all’arrivo, cartine, ecc. È abbastanza presto, pur essendo nel sabato della Golden Week non c’è ancora l’affollamento che incontreremo nel pomeriggio ma il torii rosso è una delle immagini più ricorrenti di tutto il Giappone (insieme al Fuji e al Fushimi Inari di Kyoto) pertanto bisogna ricavarsi lo spazio per fotografarlo senza includere soggetti umani in posa. Il santuario è già preso d’assalto e c’è coda per entrarvi; poi, francamente non siamo venuti in questo paradiso naturale per chiuderci all’interno di un seppur interessante edificio storico. Ci solletica invece l’idea di coprire i 2,5 km 530 mt di dislivello (un po’ di più con i saliscendi) che portano al Mount Misen, la punta più alta dell’isola: per le 13:25 abbiamo il biglietto di ritorno, dobbiamo pertanto tenere presente questa scadenza. Grazie all’allenamento sulle ostre Alpi e all’equipaggiamento leggero intraprendiamo la salita di buon passo sul largo quanto ripido sentiero lastricato che passa attraverso il Momijidani Park. La giornata è calda, fortunatamente la fitta vegetazione offre valida ombreggiatura e non ne soffriamo troppo. Gli aceri (momiji) sono predominanti, notiamo come le foglie siano più piccole delle dimensioni dei nostri aceri nani rossi. Una volta raggiunto il primo santuario posto non distante il punto sommitale, il sentiero si restringe e a volte passa stretto fra enormi sassi, fino a quando l’orizzonte si apre verso l’infinito, su un 360° verdeazzurro, dominando sulla baia di Hiroshimae l’arcipelago intorno fino alle coste dell’isola di Shikoku, nostra meta nei prossimi giorni. Ci sarebbe da restare incantati per ore ma il rientro non concede deroghe; scendiamo nuovamente al santuario, dove brucia del legno, ardente da ca. 1.200 anni, quando il monaco Kobo Daishi vi prese dimora per la sua meditazione e da dove noi intraprendiamo una nuova via di discesa, incrociando un lungo serpente marroncino, e per giungere alsantuario di Daishoin, in quello che ci appare come un misto fra buddhismo e shintoismo. Qui s’impone una visita e qualche bello scatto sui nani di pietra curiosamente ricoperti da un berrettino rosso che sembra fatto all’uncinetto; c’è una serie di ruote di preghiera, tramite una corda si fanno suonare delle specie di piccole anfore metalliche e vi si trova l’immancabile campana che si suona spingendo un grosso bastone in orizzontale; agli altari vi si accede in silenzio, devozione e scalzi. Come altrove, anche qui non si può tacere dell’armonia creata dalla perfetta integrazione fra edifici religiosi e vegetazione di alto e basso fusto, fra cui spiccano aceri verdi e rossi. Ora si sta facendo veramente tardi e a farci le spese sarà il pranzo, saltato per salire a bordo pochi minuti prima che il battello molli gli ormeggi. La discesa è stata decisamente più ostica in quanto la scalinata non offre soluzione di continuità, meglio quindi percorrerla a scendere. Altri 45 minuti di viaggio a ritroso e finalmente gustiamo dei deliziosi ma non facili da digerire spiedini ripieni di riso e avvolti da carne di maiale, acquistati presso un banchetto vicino all’attracco. Sono ormai le 14:30 e la salita di corsa al Mount Misen ha lasciato i suoi strascichi in termini di appetito. È curioso notare come Hiroshima si trovi sul delta del fiume Ota, che si divide in sei rami prima di raggiungere appunto la baia omonima.
Il volto urbano di Hiroshima
La giornata è bella e lo rimarrà fino alle 17, consentendoci di visitare i siti d’interesse. Attraversando il ponte ci troviamo nel Parco del Monumento alla Memoria, dove in mezzo agli alberi sono disseminati vari monumenti: il primo incontrato è quello a ricordo dei 20.000 coreani che si trovavano in città e rimasti uccisi al momento dello scoppio, ai lavori forzati in quanto la Corea era una colonia giapponese e rappresentano circa il 10% delle vittime; va rimarcato che vi si trovavano anche diversi prigionieri alleati, oltre a lavoratori stranieri per i quali non ci fu migliore sorte. A seguire si trova il Tumulo sotto il quale sono state inumate le ceneri di gran parte delle vittime, il Monumento per la Pace dei Bambini, il laghetto e la fiamma accesa a ricordo e monito, che verrà spenta solo nel momento in cui gli armamenti nucleari spariranno dal pianeta (operazione che non appare come imminente). Infine, in un grande edificio si trova il Museo della Pace, di estremo interesse anche se strapieno di visitatori. Quest’ultimo si compone sostanzialmente di tre parti: dopo una prima nella quale si tratta l’evento in sé con immagini di vittime e ammalati a dir poco raccapriccianti, segue un’altra in dove si spiegano nel dettaglio gli aspetti tecnici della bomba dal punto di vista fisico, chimico (la bomba di Hiroshima fu all’uranio arricchito 235 mentre quella di Nagasaki al plutonio), come avvenne la detonazione e la fase esecutiva dello sgancio. L’ultima – e forse la più interessante – racconta gli aspetti politici, i retroscena e spiega molti dei perché circa l’impiego dell’atomica. Per esempio, la ragione storica che giustifica gli sganci (incluso quella di Nagasaki) è la tenacia con la quale il Giappone insisteva a difendersi nell’estate del 1945 nonostante la resa degli alleati tedesco e italiano, quindi al fine di scongiurare i costi di vite umane americane connessi all’invasione. Accanto a questo motivo sembra ce ne fossero altri due non dichiarati: l’occasione di testare l’atomica sul campo per verificarne gli effetti e trarne esperienze per il futuro ma, soprattutto, una forma di deterrenza nei confronti dell’Unione Sovietica, alleata nella guerra antinazista, ma con la quale stavano emergendo le divergenze che sarebbero poi sfociate nella divisione dell’Europa in due blocchi; nello stesso momento, lo sgancio ha significato la corsa agli armamenti nucleari. Va detto che l’URSS dichiarò guerra al Giappone solo l’8 agosto 1945, due giorni dopo l’atomica su Hiroshima. Un’ultima ragione, non certo la più importante ma significativa dal punto di vista politico, è che l’affannosa ricerca di avere una soluzione nucleare prima dei nazisti significò l’investimento di 2 miliardi di dollari del tempo, non usarla in un momento ancora critico avrebbe significato possibili ritorsioni a livello governativo. Infine, il Giappone non accettò la sentenza di Potsdam, nella quale si richiedeva la resa incondizionata (che poi avvenne) e le dimissioni dell’imperatore (che invece rimase pur dovendo rinunciare allo status di rappresentante divino sulla terra). Al tempo stesso viene spiegato come gli Stati Uniti, una volta entrati in possesso del Giappone, abbiano inizialmente sminuito l’accaduto e impedito la diffusione della notizia all’interno del Paese. Altro punto interessante – come già visto a Nagasaki – sono il plastico dinamico che riproduce fedelmente l’esplosione facendo vedere il prima, il durante e il deserto creatosi nell’immediato successivo. Tragico quanto notevole è conoscere quali furono le città “candidate” al bombardamento atomico, ridotte a una shortlist per poi far ricadere la scelta su Hiroshima e Nagasaki. Alla fine vi morirono 200.000 persone e un’area di 2 kmq venne ridotta in cenere.
Un’ultima visita all’A-Bomb Exhibition Hall dove si vedono rovine originali: l’area dove sorge il parco era un quartiere popolato, interamente raso al suolo e i cui abitanti morirono tutti a eccezione di una persona che si trovava in uno scantinato a fare lavori di manutenzione. L’area venne successivamente trasformato in area verde e qui fu creato l’Hiroshima National Peace Memorial Hall, una struttura moderna ispirata al silenzio, al cui centro si trova un blocco cilindrico la cui base superiore va a formare un orologio che segna le 8:15, l’ora appunto dello scoppio. Dell’acqua scende da questo simbolo, simbolo a sua volta perché era quello che imploravano le vittime prosciugate dal vento e dal calore dell’esplosione. Nella zona dell’esplosione la temperatura raggiunse i 2000°C (fino a 3000° in certi punti), lasciando appena delle ombre sul suolo laddove c’erano dei corpi umani. Appena fuori dal museo sta per iniziare un concerto di musica moderna, giovani vi si accalcano con il tipico dinamismo e allegria: a prima vista sembra quasi un affronto al luogo nel quale ci troviamo. Ma a ben vedere pur non dimenticando la città ha dovuto voltare pagina; in fondo è giusto che qui e adesso la spensieratezza prevalga, anche per coloro che avrebbero voluto vivere lo stesso sentimento ormai 80 anni fa. In fondo si chiama Parco della Pace e quale migliore dimostrazione se non un’occasione di serenità per renderlo tale. Anche l’argine cementato del lungofiume, proprio di fronte all’attracco delle motonavi, oggi si è trasformato in teatro dove suonano gruppi musicali; intorno e sull’argine opposto convinti spettatori si godono le note in questo giorno festivo illuminato dal sole. L’acqua del fiume scorre in mezzo e porta via con sé i ricordi negativi.
Usciti da questa non facile visita, ma con maggiore contezza dell’accaduto e con diverse domande che hanno ricevuto una risposta, ci incamminiamo verso il castello, ricostruito recentemente nello splendo stile originale dopo guerre, terremoti e, infine, la bomba atomica. Nel parco adiacente si trovano degli alberi preesistenti alla bomba(eucalipti) che si trovavano a meno di 800 mt dall’ipocentro, con cartelli a spiegare come siano potuti sopravvivere. Esistono ragioni scientifiche a spiegarne il perché, ma il volere popolare attribuisce ragioni sacre circa la loro presenza in vita nonostante quanto hanno vissuto. Non essendo né scienziati né shintoisti, ci felicitiamo all’idea che la natura in taluni casi sia riuscita ad andare oltre la somma forma di distruzione umana. È ormai ora di cena, il cielo è diventato grigio e minaccia pioggia, ci troviamo un ristorante per assaggiare il tipico okonomiyaki, un mix di spaghetti, cavoli, pesce, maiale e soia fatto cuocere su una piastra secondo il gusto di chi lo mangia.
Fauna locale
Ancora due passi, ormaiil buio su Hiroshima è sceso completamente, l’A-Dome è illuminato nella sua macabra spettralità: un ultimo sguardo allo scheletro in ferro, quanto rimasto della cupola, appoggiata su mura stanche ai cui piedi siedono senza speranza macerie e calcinacci, come se tutto fosse accaduto solo qualche giorno prima: nessuna immagine potrebbe essere più chiara ed emblematica, nella speranza che tutto non accada nuovamente fra qualche giorno, mese o anno.
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