Giorno 2

Isola di Kyushu I

Diavolo e acqua santa: gli inferni di Beppu e il santuario di Dazaifu

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Isola di Kyushu I

Mattina a Tenman-gũ

Sveglia alle 6:30, colazione in camera (da intendersi come un tè preparato con l’apposito bollitore elettrico e qualche biscotto/dolce reperito in un supermarket, che quando possibile cerchiamo sia anche tipico). La Budget Rental Car apre alle 8:00, ci facciamo trovare sul posto qualche minuto prima arrivandoci con Maps e iniziando ad avere una prima vista di cosa sia una grande città giapponese. Bambini in divisa si recano a scuola, nell’unico vociare udibile nel circondario, mentre gli adulti vestiti di tutto punto si recano sul posto di lavoro senza lasciar trasparire sentimenti. Noleggiare una vettura in Giappone è facile e poco burocratico: al momento della prenotazione non c’è alcun addebito (ma si ritengono svincolati se non ci si presenta entro un’ora rispetto a quanto concordato), non viene bloccato alcun importo quale cauzione per danni e, oltre ai documenti da presentare anche in Europa, su richiesta (e conviene tassativamente farlo) viene consegnata una ETC card che gli operatori inseriscono nell’apposito ricevitore posto all’interno della vettura: servirà quale Telepass, in alcuni casi unica via per accedere alle autostrade (quasi tutte) a pagamento. Al rientro, gli operatori del rental car rimuovono la carta, la inseriscono in un dispositivo e ne esce un rapporto dei passaggi effettuati con l’importo da pagare sul momento. Per il resto bisogna vedere e confermare alcune pagine su un tablet dove si spiegano le regole di viaggio ed emergenza in Giappone, ma niente di straordinario; trattandosi della prima volta, ci è voluto più tempo a noi per leggere le avvertenze che alla controparte per smaltire la pratica. Ovviamente il volante è a destra e conviene avere un minimo d’esperienza su questo tipo di guida. Abbiamo preso una Suzuki della classe JSKN, in sostanza una scatoletta cubica compatta, molto accessoriata ed estremamente efficiente, di piccole dimensioni per ragioni economiche ma anche per poterci muovere meglio fra le strette vie giapponesi, non soltanto in città. Tanto in questa che nelle due occasioni successive in cui noleggeremo una vettura sarà inutile abbozzare un discorso in inglese, se non scandendo poche parole legate al contesto, possibilmente accompagnate da efficiente mimica. Con tutta la prudenza del caso usciamo dalle strette vie urbane di Fukuoka e con un paio di piccoli errori d’interpretazione del GPS arriviamo a Dazaifu. Qui facciamo la prima esperienza con il peculiare sistema di parcheggi a pedana sollevabile; ci abitueremo ben presto, apprezzando questo astuto modo di far pagare il giusto senza complicazioni. Dazaifu è una cittadina a pochi km da Fukuoka, ma ricca di storia grazie al santuario Tenman-gũ,  che si presenta con un giardino composto in modo estremamente equilibrato fra elementi naturali e quelli di creazione umana; la tipicità deigiardini giapponesista proprio nel saper fondere sapientemente corsi d’acqua sormontati da ponti solitamente di colore rosso, alberi i cui rami vengono plasmati in modo da ottenere un fogliame a ciuffo e distanziati fra loro, cespugli modellati fin da piccoli in modo da ottenere forme sferiche o quantomeno rotondeggianti, nonché pietre sistemate a completare un quadro visivo armonico. Nelle acque degli stagni nuotano pacifiche grosse e variopinte carpe koi, sacro simbolo di forza, pazienza e coraggio; le doti dei samurai, insomma. I loro colori dal biancorosso al dorato sono talmente nitidi da sembrare finti. Oggi abbiamo la fortuna di arrivare nel momento in cui si sta tenendo una celebrazione, della quale non comprendiamo nulla ma possiamo ammirare gli abiti cerimoniali e la cura di dettagli nei gesti degli astanti. Per l’occasione c’è parecchia gente, ma non in misura tale da disturbare la pace di questo ambiente naturale ricreato dall’uomo in forma sublime, che induce il pensiero verso il divino. Essere arrivati presto eviterà le code che vediamo nell’altro senso, probabilmente le celebrazioni andranno avanti tutta la giornata e i giapponesi non sono particolarmente mattinieri quando si muovono per turismo.

Un ponte rosso attraversa un corso d'acqua circondato da alberi frondosi in Giappone.

Imbocchiamo l’autostrada che attraversa l’isola di Kyushu in direzione sudest attraverso coltivazioni di riso, boschi variopinti che vanno dai colori tenui dei bambù fino allo scuro dei cipressi con qualche macchia di glicini, che da queste parti si avvinghiano agli altri alberi come fossero dei parassiti, per arrivare infine nella turbolenta zona di Beppu. Qui il sottosuolo è vivo e porta in superfice vapore, acqua calda e odore di acido solforico tanto da far sembrare l’ambiente un’anticamera dell’inferno, ovviamente solo nel senso visivo. Non ci fermiamo a Beppu, proseguiamo verso Kannawa che ne rappresenta la periferia, dove ci sono gli “hells”, jigoku in giapponese. E proprio “inferni” si chiamano i sette siti dislocati nelle vicinanze della città, cinque dei quali sono vicini fra di loro, mentre i due rimanenti richiedono uno spostamento di pochi km in auto. Pur distanti da quanto si possa vedere a Yellowstone o in Islanda, presentano coreografie cromatiche pregevoli: ilgrigio del fangoribollente, il rosso mattone dei due laghi con argilla bollente, per arrivare al celeste di altri laghetti dai quali emergono veli nebbiosi creati dal calore dell’acqua che sfiora i 100°C. In sintesi, quello che viene definito un inferno per calore e vapore diventa un paradiso per gli occhi. Uno di questi “inferni” è invece composto da una serie di vasche dentro le quali o sui cui bordi stazionano pigri un’ottantina di coccodrilli. La loro massiva visione in cattività non è poi granché ma consola sapere che si crogiolano in acque calde come se fossero nel loro ambiente naturale. Banchetti lungo la strada offrono uova e verdure cotte sul vapore naturale e c’è da immaginare che gli abitanti non debbano preoccuparsi più di tanto per il riscaldamento invernale, consegnato a casa direttamente dal sottosuolo. L’ultima curiosità è destata da uno di questi siti, dove a distanza regolare di 35 minuti esce un getto d’acqua da una buca nel terreno: non si può parlare di un vero e proprio geyser ma stupisce la regolarità della cadenza. Del resto siamo in Giappone e noblesse oblige, quindi di fronte al sito è stata creata una platea per sedere un centinaio di persone in attesa dell’evento. Di uguale se non maggiore interesse è la collina fiorita di azalee appena sopra: un’apoteosi di colori che andiamo a vedere subito dopo aver assistito al getto, prima che gli altri astanti occupino i sentieri e rendano meno sceniche le foto. Il fatto che non ci sia il sole non sminuisce certo la portata della veduta. 

Pur essendo il Giappone un Paese sovrappopolato, riusciamo a trovare un angolo che sembra essere stato dimenticato, o forse abbandonato. La cittadina di Kitsuki ci viene presentata dalla guida come sede di un interessante castello, in effetti lo è, ma tutto è lasciato a sé stesso, quasi alla ricerca di un mecenate che riprenda in mano l’intero sito. Il sole non è più un’opzione, mentre il vento freddo si fa sentire. Godiamo ancora un attimo la vista della costa con la bassa marea e del piccolo parco con fitti alberi e muschi, da quali sbucano nani di pietra. Si è fatto tardi e non riusciamo a trovare un posto adatto per mangiare qualcosa, così acquistiamo qualche dolcino in pasticceria. Questo genere di negozi si rivelerà una sorpresa: abituati alle pasticcerie italiane che espongono i loro prodotti e li impacchettano senza tante cerimonie, qui trattano i dolciumi artigianali alla stregua di prodotti d’arte, avvolti in scatole di cartone di pregio come si fa con i profumi, tanto che da distante le vetrine sembrano appunto profumerie. Il gusto non cambia, la percezione è invece diversa. Lo stesso avverrà anche da altre parti, dove i negozi più raffinati saranno appunto le pasticcerie. Per i dolci che devono essere consumati freschi la confezione conterrà anche il ghiaccio!

Il volto urbano di Tenman-gũ

Mentre il cielo si è ormai ammantato di nuvole, non resta che riprendere l’autostrada e andare a cercare la sistemazione prenotata per questa notte, vicino a Yufuin, in posizione tranquilla sulla collina sopra la città. Si tratta di una guest house senza pretese, e come in tutte le sistemazioni di questo genere ci si deve togliere le scarpe appena entrati e indossare le ciabatte messe a disposizione; quando si va in bagno c’è un altro paio di ciabatte pronte per essere calzate al posto di quelle nei piedi. La struttura è provvista di un onsen, cosa che da queste parti è la regola anche nelle abitazioni private, separato per uomini e donne in quanto si entra nudi dopo aver fatto una buona doccia. Riprendiamo la nostra “scatoletta” e andiamo in centro per la cena. Non avendo la più pallida idea di dove andare ed essendo al nostro primo vero pasto, ci affidiamo a Google per trovare qualcosa di tipico (altro non ci sarebbe) e finiamo in un’izakaya apparentemente senza pretese, in una zona interna e con poche insegne: sembra di entrare in un’abitazione privata, due tavolini basse e quattro sedie al bacone, ovviamente è frequentata unicamente da gente locale, dove si gusta un sashimi squisito, pollo cotto nel carbone e kalbi (straccetti di carne di vitello) crudo ovviamente. Una fila di bottiglioni di sakèfa bella mostra di sé sullo sfondo, ma non ne approfittiamo. Lo faremo poco dopo quando andremo ad acquistare la colazione per domattina: una bottiglia piccola da scolare con qualche dolcino di cioccolato al matcha una volta rincasati, mentre scambiamo qualche parola con un simpatico signore di Fukuoka in vacanza che parla decentemente inglese. È interessante notare la passione che la gente ha per il proprio Paese: ci fornisce preziose informazioni per domani, quando il programma sarà fitto e il tempo ristretto; sconsiglia di andare a Kumamoto per prendere il traghetto che porterebbe sulla penisola di Shimabara, troppo alto il rischio di non trovare posto a bordo per la vettura e attese lunghe. Meglio andare a Nagasaki per strada partendo presto. Apprezzeremo e seguiremo il suo consiglio.

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