Giorno 7
Isola di Shikoku III
Matsuyama Castle e il Koraku-en Garden a Okayama
Mattina a Dogo Onsen Honkan
Sveglia alle 6:45 dopo un sonno coadiuvato dal ticchettio della pioggia sui vetri; oggi il programma prevede la visita del castello di Matsuyama, città di mezzo milione di abitanti che raggiungiamo in 45 minuti di viaggio. Le previsioni davano pioggia e pioggia fu, per la prima volta da quando siamo partiti, anche se all’inizio sparute nuvole basse lasciano trasparire raggi di sole tesi a illuminare i fittissimi boschi con tutte le tonalità di verde possibile, a punteggiare i rilievi delle colline. Mentre ci spostiamo in direzione ovest il paesaggio si presenta estremamente ondulato, alternando quindi viadotti a tunnel senza soluzione di continuità; sullo sfondo si vedono rare zone pianeggianti riempite da paesi e risaie, piccole tenute che cingono gli abitati. Man mano che ci avviciniamo alla costa il tempo peggiora e quando raggiungiamo la nostra meta è iniziato a piovere. Vediamo dall’esterno il Dogo Onsen Honkan, una stazione termale storica che merita una breve visita solo per la sua architettura; la pioggia ci consiglia di passeggiare nelle le due gallerie commerciali che s’incrociano ad angolo retto per arrivare al tipico orologio Botchan Karakuri. Il cielo rimane scuro ma almeno smette di piovere quando risaliamo la scalinata sotto gli alberi (c’è anche una funivia ma non si tratta di mezzi confacenti alle nostre attitudini) che porta in cima alla collina dove sorge il famoso castello, il Matsuyama-jõ, anch’esso contornato da un bel parco con vista sulla città, mentre nel frattempo smette di piovere. Poco prima dell’ingresso veniamo salutati da un signore appostato allo scopo in cima alla scalinata che ci raccomanda di prestare attenzione in quanto il terreno è bagnato! Decidiamo di visitare la struttura per avere contezza di come fosse la vita all’interno di un maniero giapponese e ne ricaviamo preziose informazioni sull’epoca passata. Ovviamente previo deposito delle nostre scarpe e calzata di ciabatte messe a disposizione dall’organizzazione. Gli interni sono interamente in legno, presentano scale strette e ripide che salgono su quattro piani fino alla torretta, bel punto panoramico dal momento che il castello sorge sul culmine di una collina in una zona abbastanza centrale della città. Diversamente da altri, questo monumento è anche ricco nei suoi interni, con una bella raccolta di katane (le spade dei samurai) dov’è perfino possibile sollevarne due per farsi un’idea del peso: a prima vista doveva sembrare pesante nel contesto di movimenti rapidi durante una battaglia. Altro particolare è quanto siano affilate, un’arte tipicamente giapponese. In passato venivano testate tagliando tre teste di prigionieri in un colpo solo oppure dividendo esattamente a metà un malcapitato con un solo fendente verticale. Approfittando del fatto che non piove più indugiamo qualche attimo nel piazzale antistante per ammirarne i tetti spioventi con muri in blocchi di pietra levigati, tali da incastrarsi perfettamente,gli alberi finemente trattati e la città più in basso; col bel tempo possiamo a malapena immaginare come dovrebbe essere.
Riscendiamo al parcheggio e con l’auto ci rechiamo al tempio buddhista Ishite-ji (ovvero tempio 51); non è distante da dove ci troviamo e vale una breve digressione. Si chiama anche tempio 51 perché fa parte del circuito di 88 templi lungo il perimetro dell’isola di Shikoku, il pellegrinaggio più famoso del Giappone, degno omologo del Camino de Santiago in Europa. È stato creato sulla fama di un monaco buddhista vissuto intorno all’800; il numero 1 si trova a Naruto, dove siamo stati l’altro ieri a vedere i vortici marini, e vanno visitati nell’ordine numerico prestabilito. Chi lo percorre indossa un abito a tunica bianca e vediamo proprio due pellegrini così vestiti, giunti da poco, in contemplazione del luogo sacro. Anche qui una parte dell’economia verte intorno al percorso, tanto che il Setouchi, la Guesthouse dove abbiamo dormito stanotte, funge anche quale punto tappa.
Il volto urbano di Dogo Onsen Honkan
Alla fine avremo visitato una città affascinante, dal traffico intenso ma sempre scorrevole in virtù di un sistema di mezzi pubblici efficiente, un’urbanistica fluida e rispetto da parte degli autisti. Stessa situazione la osserveremo in altri centri abitati di una certa importanza così come sulle autostrade; pur trovandoci in un Paese intensamente sviluppato il traffico pesante non è particolarmente intenso. A causa della presenza di molte vie strette, il parco macchine dev’essere necessariamente limitato in quanto a dimensioni. Acquistiamo qualche sushi in un supermercato, un onigiri e qualche ciambella all’acero che consumiamo comodamente in macchina con un caffè freddo, bevanda assai comune da queste parti, e riprendiamo la via verso Okayama tramite un altro istmo situato appena più a nord, che con un terzo plastico ponte (uno l’abbiamo attraversato all’andata e il secondo l’abbiamo visto in occasione della visita ai vortici) ci riporta nel main land di Honshu. In realtà si tratta di uno più lungo e una serie di altri che saltellano letteralmente fra le isole, che paiono essere poste lì appositamente per congiungere le due maggiori di Shikoku e Honshu, a sembianza di un passo giapponese dei giganti. Seppure col cielo grigio, il paesaggio di colline verdi emergenti dall’acqua è sublime, immaginarlo col cielo sereno è quasi impossibile e dev’essere da brivido. Sotto un cielo ricoperto da nuvole grigie Okayama ci accoglie per la seconda volta, questa volta tramite arterie stradali fino alla sede della Budget dove lasceremo la piccola Mitsubishi noleggiata; nei tre giorni avremo percorso 350 km.
Sosta a Castello detto U-jo
Siamo ormai a metà pomeriggio: raggiungiamo a piedi l’hotel distante alcune centinaia di metri, superando la stazione da cui partiremo domattina, poco oltre la quale si apre un quartiere ricco di ristoranti e locali che torneranno utili per la cena. Ma prima intendiamo ancora visitare il giardino Koraku-en, splendido anche sotto il cielo grigio, anzi arricchito da lampade adagiate sui prati e perfino con i bordi dei ruscelli decorati da luminariecontinue, pur non essendo comparabile con il Ritsurin di Takamatsu. Sull’altra sponda del fiume Asahi (stesso nome della famosa birra) si vede il Castello detto U-jo(del corvo, per via del suo colore nero). Nel parco si trova una piccola piantagione di tè, cespugli di rododendri e una voliera dove ci sono delle gru, l’uccello nazionale giapponese. Quando manca poco al temine della visita uno scroscio improvviso ci convince ad accelerare il passo verso l’uscita, visitiamo quindi i negozi di una bella galleria coperta dove acquistiamo alcuni dolci per la colazione di domani in pasticceria; smette di piovere, per cena ci rifugiamo in uno dei tanti ristoranti tradizionali, dove si trovano piccole salette private divise da separé in legno a totale garanzia della privacy, il cui pavimento si trova all’altezza della seduta e si scende per appoggiare i piedi a terra sotto il tavolino, senza dover incrociare le gambe nella posizione del loto; le scarpe restano all’ingresso e si procede a piedi scalzi. Ottimo il pesce, crudoovviamente: un mix di sashimi e pesce alla griglia in cinque varietà diverse (polipo, ricciola, salmone, tonno e sgombro). Rientriamo presto, ma prima di addormentarci riusciamo ancora a goderci una bella vista sulla skyline di Okayama dalla stanza al tredicesimo piano; vista corroborata da un buon bicchiere di sakè, acquistato per l’occasione e debitamente conservato al fresco nel frigobar della camera, come sempre dotata di ogni comfort.
IT
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