Giorno 8

Himeji e Kyoto I

L’Himeji Castle, ricco di storia, e il primo incontro con Kyoto: allibiti di fronte al Fushimi Inari Temple

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Himeji e Kyoto I

Mattina a Himeji

Caso strano, oggi la sveglia suona presto e col senno di poi ci renderemo conto di aver commesso un piccolo errore di sopravvalutazione dell’afflusso al castello di Himejidurante la fase di organizzazione del viaggio. Sapendo essere una delle mete favorite dal turismo giapponese e internazionale, trovandoci in alta stagione avevamo previsto di lasciare Okayama con lo Shinkansen delle 6:30 (da qui la sveglia alle 5:30) per arrivare a destinazione alle 7:15. Copriamo a piedi i 500 mt che ci separano dalla stazione seguendo le indicazioni che portano alla banchina dei treni veloci, dove abbiamo ancora qualche minuto per osservare questi bellissimi “animali metallici da corsa”. In una quindicina di minuti divoriamo la distanza di 75 km su strada ferrata, quindi percorriamo a piedi il dritto km di Otemae-dori che separa la stazione di Himeji dal castello pensando di metterci pazientemente in coda dietro la fiumana di persone in attesa dell’apertura prevista alle 9. Invece niente di tutto ciò: la strada presenta il traffico lavorativo di tutti i giorni, molti negozi sono ancora chiusi, qualche bar vende le prime tazze di tè verde; anche in prossimità del castello si vedono solo gli spazzini intenti a raccogliere la poca immondizia. Felici di non trovare gente, un po’ meno per l’ulteriore levataccia che ci saremmo potuti risparmiare, ne approfittiamo per visitare tranquillamente il parco circostante il castello, all’interno del quale zelanti giardinieri soffiano le foglie e rastrellano i camminamenti. Queste attività, a dire il vero rumorose e inquinanti, talvolta finiscono per intaccare l’atmosfera rilassante e gioiosa di parchi e giardini sempre impeccabili. Quando arriviamo in prossimità della biglietteria manca un quarto d’ora all’apertura e ci sono solo un paio di ragazzi francesi. I visitatori si spostano solitamente in bus turistici organizzati, riuscendo ad anticiparli prima dello sbarco siamo salvi. La temuta calca non c’è stata, possiamo entrare con calma per goderci questo capolavoro d’ingegneria militare, i cui interni si dividono sostanzialmente in due parti: la zona residenziale allestita a museo e il castello vero e proprio, in legno, dove si può salire lungo strette scale a senso unico fino al quinto e ultimo piano, dal quale si gode un’ottima vista sulla città. Passiamo prima dai giardini fioriti di rododendri, per passare ai western bailey quarters dove si trovavano le stanze delle donne di servitù della famiglia dello shogun, che abitava all’interno del maschio centrale. Come a Matsuyama, i manieri di epoca medievale dove dimoravano i Signori della Guerra sono tutti in legno, il che li rendeva teoricamente vulnerabili al fuoco nemico, oltre agli incendi di origine accidentale; interessante come le travi non fossero tenute insieme da chiodio altri attrezzi metallici, solo da incastri o chiodi in legno. Sicuramente gli interni risultano più attraenti dei rispettivi europei eretti rigorosamente in pietra, anche se stupisce l’assenza di sistemi di riscaldamento, almeno stando a quanto riusciamo a vedere.

Dopo due ore davvero interessanti visitiamo ancora l’incantevole Koko-en, il giardinoadiacente che rappresenta una vera musica per gli occhi: cespugli fioriti, aceri nelle varie tonalità, laghetti dipinti dal verde riflesso della vegetazione, in cui si tuffano scintillanti cascatelle e nuotano le pacifiche carpe koi. Ogni sguardo è un quadro e ogni foto andrebbe stampata e incorniciata. Facciamo infine rientro a piedi verso la stazione, dove alle 12.59 abbiamo un nuovo Shinkansen prenotato che (non) ci aspetta; ma prima s’impone la breve digressione in un negozio (quasi una boutique) che vende delicatezze gastronomiche, tra le quali scegliamo un’abbondante porzione di sushi da gustare su una panchina del viale principale. Caffè in stazione e via per Kyoto in soli 45 minuti via Kobe e Osaka nella stessa direzione di stamattina, verso est. Ma prima delle metropoli si susseguono villaggi alternati a coltivazioni di riso, per spezzare un paesaggio altrimenti costellato da palazzi e stabilimenti industriali.

Siamo finalmente nella città simbolo dell’arte, della magnificenza e del turismo nazionale: insomma la vetrina del Giappone. Kyoto si presenta con una splendida stazione moderna che visiteremo dopodomani. Da qui acquistiamo un pass giornaliero della metro utile per spostarci in hotel, dove lasciamo i bagagli e avviarci a piedi alla volta del To-ji, un complesso di templidagli enormi tetti spioventi, ingentilito dalla forma fogliare di una pagoda a 5 piani che risalta contro il cielo azzurro.

Passaggio lungo il santuario di Fushimi Inari con torii rossi vivaci.

Tradizioni e spiritualità

Con un balzo in bus ci portiamo in prossimità del Tofuku-ji temple, dove sorgono altri edifici religiosi imponenti di credo buddhista; sembra che la religione volesse manifestare la grandezza divina attraverso grandi costruzioni, non sappiamo se questo pensiero contemplasse lo stesso obiettivo d’incutere timore reverenziale nelle popolazioni di fedeli, come avveniva con la Chiesa cattolica nelle colonie sudamericane. In ogni caso le forme lignee modellate secondo lo stile orientale e il contorno di alberi e giardini tenuti a perfezione rende ogni complesso templare un luogo degno di visita, peccato che fra grandi e piccoli solo a Kyoto ve ne siano circa 1.600 e spostarsi richieda più tempo rispetto ad altre metropoli, stante la presenza di due sole linee metropolitane che intersecano la città in direzione nord-sud ed est-ovest. Per il resto occorre muoversi con i bus urbani, i quali non hanno la stessa frequenza e devono sottostare alle regole e tempistiche del traffico di superficie. In più, i monumenti sono dislocati soprattutto nelle zone collinari a nordovest e a est; avevamo fatto una lista di cosa vedere e dovremo lavorare sodo per riuscire a visitare quasi tutto.

Fushimi Inari-taisha Temple

 Ma la giornata non è affatto terminata dal momento che abbiamo ancora un jolly da giocare, che decidiamo non a caso di farlo oggi e a quest’ora. Si tratta della ciliegina da gustare (anche come colore) e ci eravamo proposti di farlo proprio nell’ora del tramonto: il Fushimi Inari-taisha Temple con la sua serie quasi infinita di torii, portali rossicci, a risalire su per la montagna sacra. Dopo il Fuji rappresenta sicuramente l’immagine più iconica del Giappone. Una camminata dal Tofuku-ji di un km lungo stradine poco trafficate che mai si penserebbe possano condurre a un monumento di tale portata e siamo al suo cospetto. Come facilmente intuibile, la base pullula di turisti scaricati dai bus. Vi s’incontrano templi di bella fattura e negozi che vendono di tutto, dai gelati al matcha (tè verde) ai gadget e i paramenti sacri; qui come altrove non mancano i botteghini che offrono per pochi yen degli amuleti con i quali si può cercare d’intuire il proprio futuro. La scalinata corre sotto un serie ininterrotta di torii offerti da aziende e privati per ingraziarsi il Divino e ottenere successo nei rispettivi campi d’interesse; c’è parecchio contrasto fra loro, alcuni sono nuovi, altri sono stati restaurati, altri ancora pericolanti o addirittura abbattuti per ragioni di sicurezza. Come sempre accade in queste occasioni, basta fare poco sforzo per scrollarsi di dosso il pubblico: man mano che si sale meno gente si vede, tanto che si riescono anche scattare foto senza tracce di presenza umana. In realtà scopriremo che di “sentieri” ce ne sono diversi, tutti con la stessa caratteristica a galleria di torii, anche se quello che sale verso la cima è ben riconoscibile quanto a imponenza. Le indicazioni sono quasi unicamente in giapponese ma c’è poco da apprendere: basta salire. Fino a un punto dove i portali scompaiono e si ha un’ottima veduta sulla città, però non è una cima. Rientriamo, e da una piazzola dove si trovano degli altari prendiamo un’altra strada che conduce a quella che sarebbe la vetta, questa volta senza viste mozzafiato. Il percorso ora scende in direzione opposta rispetto a quella dove dovremmo andare e sta ormai facendo buio, ritorniamo sui nostri passi in salita e con la magia dell’ora blu coadiuvata di tanto in tanto dai primi fari che si accendono vediamo questa splendida galleria rossa sotto un’altra prospettiva, alternata a piazzole ricche di altari, lanterne e statuette in pietra di volpi (sinonimo di astuzia = successo nella vita e negli affari); su qualche altare viene posizionata una moltitudine di piccoli torii, quasi come dei gadgets, in quelli che potremmo definire ex voto. Visti scendendo i torii presentano iscrizioni, probabilmente i nomi di persone o aziende che li hanno offerti. Quando siamo di ritorno alla base c’è ancora gente ma il pubblico sta scemando e consente una migliore ammirazione dei torii posti più in basso, veramente imponenti. Rientriamo a piedi e lungo la strada troviamo un localino che eleggiamo a sede per la cena: non c’è ancora nessuno e gustiamo una buona cucina preparata sul momento (salmone, sgombro grigliato e pollo al sakè) condita con la solita cordialità giapponese, sebbene nei limiti dell’incomunicabilità linguistica. Non siamo distanti, quindi decidiamo di fare un’ultima passeggiata a piedi per rientrare nel nostro hotel anziché attendere un improbabile bus.

IT

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