Giorno 6
Bukhara
Visita di Bukhara, profusione di moschee, madrase e minareti
Tra Kalon, bazar e mausolei
Dopo aver recuperato la carta di credito presa in ostaggio ieri dal bancomat cerchiamo di prelevare dei soldi con la Visa in un altro ATM contactless, per non rischiare nuovamente, ma il pin a 5 cifre non viene accettato: massimo 4. Andiamo allora nel Central Asian Hotel, che ha un ufficio cambi abbastanza conveniente, ed otteniamo quanto ci serve. Ci apprestiamo così ad un’altra giornata dedicata alla visita delle bellezze di Bukhara: iniziamo con la Moschea Hoja Zayniddin, ma soprattutto restiamo impressionati alla vista del minareto e della moschea Kalon in una mattinata in cui non c’è ancora molta gente in giro; il sole che inizia a lambire i monumenti restituisce un’immagine ancora più maestosa. Visitiamo gli interni che tanto qui come a Khiva e a Samarcanda sono simili nella struttura ma diversi nelle decorazioni, e non ci si stanca di ammirarli nella loro grandezza. Rispetto a quanto visto in Iran i disegni sono meno fini, più geometrici, ma prendono quota da distante in virtù delle grandi dimensioni assunte dagli aivan e dai portali, i pishtak. Gli influssi arabi si fanno sentire solo fino a un certo punto, il resto è improntato a un’essenzialità che attribuiamo al carattere della gente della steppa. In realtà, chi non avesse visto le moschee persiane probabilmente non avvertirebbe questa semplicità nei disegni, peraltro non presente ovunque: basti pensare a certi mausolei dello Zand o a quello di Gur-e Amir a Samarcanda. Come in una sorta di antipasto di quanto vedremo nel Registan di Samarcanda, sull’altro lato della piazza si erge la moschea Mir-i-Arab. Proseguiamo la passeggiata verso l’esterno dove le vetuste mura stanno subendo un processo di restauro, vicino al quale si trova il mercato ortofrutticolo, quello vero, in quanto il bazar storico suddiviso sotto tre arcate situate a poca distanza fra loro nella zona di Kalon è esclusivamente a beneficio di una clientela turistica, dove la variopinta merce in esposizione nulla ha a che vedere con il suo passato storico. In questo si trova invece una grande varietà vegetale posizionata ordinatamente sui banchi, dietro ai quali i cortesi venditori cercano di attrarre l’attenzione senza strillare. Ovviamente non mancano la frutta secca, facciamo incetta di uva rossa, datteri e noci, e le spezie. Queste ultime presentano ovunque delle colorazioni pastello da rimanere incantati. Fra le mura ed il mercato vediamo un carro dei pompieri che avrà almeno 50 anni e starebbe benissimo in un museo, così come sembra appena uscito da un museo di antropologia dell’Asia Centrale il simpatico anzianotto con zucchetto e barba bianca che ci offre un paio di caramelle mentre fotografiamo il mezzo; il suo aspetto e la cordialità con la quale si avvicina rappresenteranno una delle immagini simbolo del viaggio.

Signore di notevole stazza sfoggiano sorrisi raggianti da dietro i banchi del mercato grazie ai denti dorati; a volte coprono l’intera fila, evidenza che l’odontotecnica in Uzbekistan deve ancora fare dei progressi. Fa caldo ma i siti da visitare sono ancora parecchi: dopo una breve sosta per assaggiare i dolci locali venduti in un’area del bazar dedicata a prodotti da forno e dolciumi, ci addentriamo nel parco Saman dove si trova il magnifico mausoleo di Ismail Samani, antico di quasi mille anni e costruito con mattoni intarsiati da sembrare fatto a maglia: sostanzialmente un cubo di arte pura. Anche quando non si tratta di monumenti storici o di prestigio le porte sono sempre intagliate con uno stile delicato e una cura maniacale dei dettagli. A volte capita di vedere delle case molto semplici, ma le porte nobilitano l’intero edificio. Per contro lo stile delle decorazioni è più indicato ad una vista da distante, del complesso: le ceramiche rettangolari disposte come serie di domino sono abbastanza semplici e non rendono molto se viste da vicino; allontanandosi la percezione cambia radicalmente anche in virtù della grandiosità dei monumenti nei quali sono incastonate. Come già detto, il parallelo corre sempre all’esperienza iraniana, molto più raffinata ma di dimensioni meno grandi; qui gli aivan delle madrase sono veramente enormi. Meno rimarchevole esternamente ma interessante se visitato all’interno è il mausoleo Chashma Ayub, Sorgente di Giobbe, al cui interno si trova un interessante museo dove vengono spiegate le ragioni per cui vi si trova abbondanza di acqua in una regione sostanzialmente arida, ed alcuni pannelli nei quali s’illustra l’agonia del lago Aral, distante geograficamente ma preoccupantemente vicino per l’economia del Paese. Dopo gli scempi dell’epoca sovietica, in cui l’acqua dei fiumi Amu Darya e Syr Darya venne deviata per irrigare sterminati campi di cotone, nell’ambito di un’organizzazione dove uno produceva per tutti, i governi che sono succeduti hanno perfino aggravato la situazione costruendo una diga a monte dell’Amu Darya e riducendo il bacino dal 40% degli anni ’80 all’attuale 10%. Anche i talebani in Afghanistan sembra stiano attingendo in modo significativo lungo il tratto in cui il fiume scorre nel loro territorio. Il museo presenta anche una fonte che si ritiene abbia proprietà particolari; alcuni anziani pregano cantando salmi, le cui note vengono riflesse dalle basse volte a creare un’atmosfera particolare. In realtà nelle Repubbliche dell’Asia Centrale la fede nell’islam presenta connotazioni animistiche tipiche delle regioni scarsamente popolate e a popolazione nomade: se in Tibet e in Mongolia il buddhismo le ha incorporate in una dottrina definita tantrica, qui si configurano come marginali atteggiamenti difformi quando non in contrasto con la fede arrivata da occidente 1200 anni fa. Un’attenzione spirituale verso gli elementi della natura e un sistema di preghiere rivolto anche a soggetti non strettamente religiosi; due esempi di ciò li vedremo a Samarcanda al cospetto dei mausolei di Tamerlano e del più recente di Karimov. Lasciando gli ombreggiati viali del parco vediamo dall’esterno altre due belle madrase che verosimilmente saranno le prossime a meritare un restauro, quelle di Abdullakhan e di Modari Khan. Il patrimonio artistico uzbeko è sterminato e lo stato in cui versava molto critico, nonostante interventi fossero già stati portati avanti in epoca sovietica; attualmente si sta procedendo speditamente ben consci che le opere restaurate attirano turisti nel quadro di un volano positivo benefico per l’economia. In alcuni casi restano dubbi anche da parte dell’Unesco su lavori fatti troppo rapidamente a scapito del rispetto della linea originale.
Tra Bolo-Hauz e l’Ark
La Bolo-Hauz Mosque è invece una moschea dagli alti colonnati in legno, tipici del filone artistico locale, intagliati finemente nel corso dei secoli da abili artigiani. Non la si può visitare in quanto vi si tengono dei riti, ma basta la vista esterna con la grande vasca antistante bordata da alberi a raffrescare la giornata dei residenti. Vicino ad essa si trova una torre che fungeva da serbatoio d’acqua, oggi punto panoramico sulla città con tanto di ascensore e scenica illuminazione notturna. Usciamo nuovamente dall’ombra per affrontare l’Ark, la fortezza dove fino ad un secolo fa viveva l’emiro di Bukhara con la famiglia e la corte. Le spesse mura di argilla sembrano reggere le costruzioni interne, sopraelevate rispetto all’entrata posta sulla piazza. Anche qui ci sono moschee, madrase, un bel museo e le sale reali, in parte danneggiate dai bombardamenti che nel 1920 con le cattive maniere convinsero l’emiro alla fuga; si può vedere anche la cella situata in fondo a un pozzo nel quale l’emiro stesso costrinse per anni ad una prigionia terribile due emissari inglesi, prima di giustiziarli nella metà dell’Ottocento. La stanchezza provocata dall’azione del sole oltre i 30 °C, unita alla lunga camminata, inizia ad affiorare, ma ormai non rimane molto da vedere. Ritorniamo sulla piazza del Kalon, nelle cui vicinanze si trovano ancora le madrase di Ulugbek e Abdul Aziz Khan.
Questa incredibile densità di scuole coraniche la dice lunga sull’importanza che doveva rivestire in passato la città dal punto di vista dell’educazione religiosa e non solo. In una prima fase si studiavano materie religiose o teologiche, poi qualcuno proseguiva per diventare imam, mentre altri sceglievano discipline laiche e veniva loro insegnata la matematica, la filosofia, l’astronomia, ad un livello da concorrere con gli atenei in Europa e Medio Oriente.
Sinagoga, Maghok-i-Attar e vita quotidiana
Dopo aver acquistato una buona quantità di halva, un dolce secco con vaniglia e pistacchi tipico uzbeko che può essere portato a casa, per cambiare tema e per completezza visitiamo anche la locale sinagoga, situata nel semplice quartiere ebraico, dalle caratteristiche sobrie e frequentata da diverse persone nell’ambito della preparazione di una festa. Vediamo infine il Maghok-i-Attar, la moschea più antica dell’Asia Centrale, abbassata rispetto al livello della strada, mentre il sole allenta la sua morsa ed inizia a calare.
Sera a Bukhara
La giornata volge al termine ed il nostro appetito raggiunge l’apice: non distante da dove abbiamo cenato ieri sera sorge un bel ristorante chiamato Art. Si tratta di un caravanserraglio riadattato con gusto, i tavoli e i divani con tavolino basso nel cortile sotto ombrosi alberi sembrano riportarci indietro nel tempo. Scegliamo di sederci su uno di questi facendo un dispetto in un unico gesto ad anche, gambe e ginocchia, tuttavia con grande soddisfazione del palato e dello spirito. Ritemprati partiamo alla ricerca dei monumenti illuminati by night trovando l’apice nel minareto di Kalon: puntando verso l’alto i fari mettono in risalto e conferiscono tridimensionalità alle complesse decorazioni, facendole sembrare elementi vivi; nel contempo le imponenti madrase sul fianco offrono un antipasto di quanto vedremo domani nel Registan di Samarcanda. Anche l’Ark risplende come un enorme castello di sabbia uscito dalla fantasia di un bambino sulla spiaggia. Per oggi può bastare, domani abbiamo il treno per Samarcanda di buon’ora e conviene riposare dopo una giornata intensa e calda.
Bukhara godeva ampiamente dei nostri favori prima della partenza e non possiamo dire che abbia deluso. Come in ogni situazione o caso della vita il fattore umano gioca una componente importante: in questo abbiamo rilevato una freddezza di comportamenti che non ha molto di asiatico. Pur tenendo in debito conto le difficoltà di comunicazione, dei 70 anni di assoggettamento all’URSS che hanno plasmato gli uomini nella freddezza di rapporti quasi a sembrare indifferenti nei confronti della vita, ed altre attenuanti generiche, abbiamo rilevato la pressoché totale assenza di convenevoli anche fra di loro. Saluti d’incontro o commiato e ringraziamenti sembrano suppellettili superflui nel volgo di quest’area. Ci viene detto come sia sostanzialmente abitata da tagichi, gente di buon carattere ma poco incline alle formalità. In realtà anche Samarcanda è di cultura tagika ma la sensazione che ne cogliamo è diversa. Dal punto di vista urbanistico i monumenti più importanti sono ad una certa distanza fra di loro e per raggiungerli si attraversano zone residenziali, dove si ha modo di osservare la gente nella sua quotidianità.
IT
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