Giorno 11
Alti pascoli e mandrie
Fra il nero del carbone, il bianco delle pecore ed il blu del lago Song Köl
Dalla miniera di Kara-Keche al Song Köl
A partire da oggi scopriremo come vengono servite le colazioni kirghize: sul tavolo stazionano in permanenza biscotti, buonissime marmellate di vario genere e frutta secca. Non il massimo in tema d’igiene a causa delle mosche onnipresenti, ma non occorre formalizzarsi molto. Sul momento vengono poi portate alcune fette di wurstel, uova strapazzate e altro a seconda dei casi. Normalmente è un buon viatico per l’inizio della giornata. Colazione alle 8, partenza alle 8:30; sembra che in caso di pioggia le strade diventino particolarmente rischiose, ma il problema non si pone in virtù di un cielo cobalto. Partiamo lungo la valle Djumgal su una strada sterrata che corre parallela all’impetuoso fiume Kokemeren, attraversandolo di tanto in tanto. Non sale molto ma è costante, lasciando intravedere un bel panorama di montagne che ormai tendono al giallo, in un contrasto riuscito con il celeste del fiume e il blu dell’orizzonte. Camion carichi di materiale nero rantolano lentissimi; scopriremo trasportare carbone dopo aver visto quanto ne perdono lungo la strada: blocchi di minerale grossi come massi cadono dai convogli e rimangono lì in mezzo, con rischio d’incidenti per gli altri mezzi. C’è da sperare che vengano raccolti dalla gente del posto e possano essere almeno usati quale fonte di riscaldamento. Come Pollicino potremmo risalire alla miniera seguendo le tracce di carbone sul suolo, e alla fine ci troviamo di fronte a una cava, dove camion e scavatori si muovono come vermi sul corpo della montagna, apparentemente senza meta o destinazione. Probabilmente l’intenso traffico che vediamo è solo la parte superficiale, il vero cantiere dev’essere nel sottosuolo. C’è da restare allibiti: man mano che si risale la vallata non ci si accorge di nulla, poi compare una piccola città nel mezzo del nulla con carri che potrebbero sembrare l’evoluzione di quelli che usavano nel Far West, a fungere da semplici abitazioni. La vita dev’essere molto difficile qui, non osiamo immaginare come sia in inverno quando le temperature saranno rigidissime. Oltre al fatto che estrarre carbone non sia un mestiere salubre, fatica e condizioni atmosferiche contribuiscono a peggiorare la situazione. Ma questa è la loro vita; ci fermiamo qualche istante per scattare foto, non sono belle, di bello non c’è nulla qui, forse lo è solo il momento in cui si va via, anche se tutto intorno ci sono splendide montagne. Sono foto documentative per ricordare quanto visto, non quelle che si pubblicano per dimostrare quanto si è bravi ad andare in una località à la page dove possono andare tutti. Si riparte, sapendo che quelle vite nere rimarranno qui fino alla fine, la loro.
Salendo, la miniera appare in tutta la sua estensione ed è incredibile come i camion riescano ad arrampicarsi oltre, sulla strada che porta al colle Kara-Keche (3.384 m), dove stiamo per arrivare noi. Qui si fa molto più ripida e i mezzi sono carichi; inoltre sono vecchi modelli europei o cinesi la cui sicurezza rappresenta un elemento più che discutibile. Incedono a passo d’uomo per non usare troppo i freni lungo le discese, ma se si rompe qualcosa diventano un proiettile.

Il colle restituisce il silenzio e la serenità che solo la montagna può dare, sul versante opposto si aprono alcuni altipiani, praterie che qui chiamano jailoo. Sempre dagli altipiani, più bassi, iniziamo a intravedere il grande lago Song Köl, la nostra destinazione odierna, ma mancano ancora decine di km su sterrato poco agevole. Ci avviciniamo alla sponda sud, lo costeggiamo superando i vari ruscelli che scendono dalle montagne circostanti per rifornirlo d’acqua, in un contesto di pascoli sterminati, con un’infinità di animali e punteggiato da yurte bianche inconfondibili, a volte singole, altre in coppia, normalmente con un camioncino parcheggiato sul fianco. Non mancano piccole costruzioni in lamiera, forse l’unico soggetto non particolarmente adatto al contesto naturale. Pascolano in tranquillità soprattutto cavalli o bovini, ma non mancano anche greggi di pecore e capre, seppure in misura minore. Stupisce vedere una tale quantità di cavalli, usati per trasporto, carne e mungitura. L’immagine dei cow-boy locali che si spostano da una yurta all’altra o radunano le mandrie è un illuminante simbolo di libertà. Ogni vista potrebbe valere un poster, con le morbide montagne sullo sfondo e un cielo terso che richiama l’infinito. Quando raggiungiamo il piccolo yurt camp situato sul versante nord del lago sono ormai le 15:30; nonostante l’ora ci viene offerto il pranzo, che gradiamo insieme all’onnipresente tè. Camminata esplorativa lungo il lago che, data la grande estensione, produce una velatura di nuvole a disturbare la qualità delle foto. Di tanto in tanto serve voltare le spalle al lago per vedere l’entroterra, ammirando la quotidianità dei mandriani; alcuni di essi stanno ritirando il bestiame in vista del tramonto. Alcuni cavalli pascolano con una corda che unisce le due zampe anteriori per impedirne la fuga. L’erba è bassa, ci domandiamo come riescano a brucare, ma gli animali non sembrano affatto denutriti. Ormai la stagione volge al termine, gli yurt camp stanno iniziando a smantellare le tende ed entro una quindicina di giorni anche per i quadrupedi inizierà la transumanza verso le pianure di Kochkor e oltre, con modalità e tempistiche comuni a quanto accade sulle nostre montagne. Compatibilmente con l’innevamento presente, salgono da metà maggio a inizio giugno, trattandosi di un’area dove le precipitazioni nevose sono abbondanti. Rispetto alla Mongolia le yurte sono più semplici ma hanno dimensioni maggiori, tanto che ci stanno anche 5 o 6 letti; stessa struttura costruttiva, molto meno decorate e senza una vera porta, solo una spessa tenda che viene srotolata verso il basso. In compenso la stufa che brucia sterco manda un odore meno acre, probabilmente perché non siamo ancora nella zona in cui vivono gli yak. Le yurte e in generale gli yurt camp non dispongono di fonti di approvvigionamento energetico tramite generatori, si fanno bastare i pannelli solari collegati a una batteria e accendono la luce per il minimo indispensabile dalle prime ore serali.
Tramonto e notte in yurta al Song Köl
Le strade sterrate non consentono di fare velocità ma si viene su con ogni mezzo, meglio se 4×4; occorre tuttavia essere pazienti perché le distanze sono notevoli. Quando il sole sparisce dall’orizzonte le temperature scendono, siamo a 3.000 m; alle 19 giunge l’ora di una buona cena dopo aver osservato un tramonto magico: le ombre si allungano e i pascoli rasati sembrano infiniti campi da golf. Quindi giunge anche il momento di ritirarci nella nostra yurta per dormire. Il silenzio è totale e ci avvolge, così come anche il freddo: occorre inabissare la testa sotto il piumone.
IT
Commenti
0 approvati









