Giorno 9

Dall’Uzbekistan al Kirghizistan

Colazione a Samarcanda, pranzo a Tashkent e cena a Biškek in Kirghizistan

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Dall’Uzbekistan al Kirghizistan

Da Samarcanda a Biškek

Puntuale come sempre l’Afrosyab, treno ad alta velocità, parte dalla stazione di Samarcanda alle 6.13 con destinazione Tashkent, correndo lungo una steppa sempre uguale ma mai noiosa. A Tashkent avevamo lasciato da vedere la cattedrale ortodossa dell’Assunta, in quanto si trova in prossimità della stazione. Le sue cupole a cipolla dorate riescono a brillare sotto un cielo che presenta qualche velatura; la costruzione è segno tangibile dell’ormai storica presenza russa e riteniamo anche architettonicamente ben integrata nel contesto. Un paio di foto e proseguiamo la corsa in taxi fino all’aeroporto, da dove partiremo per Biškek con un volo della Uzbekistan Airways. In uscita ci sono tre serie di controlli, ma niente di quanto paventato in merito alla valuta cambiata o alla registration card, solo timbri sinonimo di una burocrazia parassita e inutile. Poco dopo il decollo si vede chiaramente la delimitazione fra la zona fertile e coltivata e quella desertica, passando in un contesto giallo nel giro di pochi km: finiscono le abitazioni e inizia la steppa vera e propria. Lo stesso cambiamento lo vediamo all’arrivo a Biškek. Tutte le operazioni d’imbarco e a bordo procedono con ordine e puntualità, che a questo punto potremmo definire uzbeka, ed arriviamo nel caotico scalo kirghizo. Qui l’ambiente è più confuso, ci troviamo di fronte a lunghe code al controllo passaporti che riusciamo ad evitare solo balzando fra i primi nel momento in cui aprono un nuovo sportello. Cambiamo, compriamo una sim card locale e cerchiamo un taxi: il solito, insomma. Esiste un procacciatore di clienti che parla inglese e col quale pattuiamo il prezzo del taxi, ci porta quindi all’esterno per presentarci un simpatico anzianotto con zucchetto in testa al volante di una scalcagnata utilitaria giapponese con guida a destra. In Kirghizistan si guida sull’altro lato ma evidentemente non si va molto per il sottile, basta che le vetture vadano in moto. Il nostro autista parte come un razzo sul lunghissimo viale che porta in città, dall’aeroporto sono circa 35 km, salvo rallentare sapientemente in prossimità dei frequenti controlli di velocità. Evita gli ingorghi trovando improbabili scorciatoie e ci porta sani e salvi a destinazione, cosa che sulle prime non davamo affatto per scontata. L’hotel Freedom è stato aperto neanche un mese fa e profuma di nuovo, quando arriviamo stanno appendendo i quadri nei corridoi e non sono ancora pronti per offrire la colazione ma, sapendolo prima, ci organizziamo. Preso possesso di una luminosa stanza, siamo pronti per scoprire la capitale kirghiza. I volti degli abitanti evidenziano chiaramente l’appartenenza ad un’altra etnia, il somatismo mongoloide inizia a prevalere su facce arrotondate ed occhi tipicamente orientali; i tratti centrasiatici tendono poco a poco a scomparire. Per contro si vedono meno donne col velo e più ragazze vestite all’occidentale, ma con minor stile rispetto agli uzbeki. Segno di una sudditanza psicologica nei confronti dell’estero che in questo caso fa più onore al Paese confinante in una teorica sfida sui costumi moderni. Come sempre ci piace camminare lungo i viali per avvicinarci ai luoghi d’interesse e vedere la quotidianità che ci si presenta innanzi. È sabato pomeriggio, siamo un’ora avanti rispetto all’Uzbekistan, si vedono giovani e famiglie a passeggio, mentre gli operai che lavorano nei cantieri continuano il loro lavoro. Rispetto ad altre città Biškek non ha molto da mostrare, ma vale comunque la pena vedere qualche bel giardino mischiato alle immancabili brutture sovietiche, qui più presenti che altrove. Notiamo innanzitutto come le insegne siano in cirillico e i caratteri latini siano quasi del tutto assenti, mentre in Uzbekistan si assisteva ad un mix. Il Kirghizistan è un Paese decisamente meno ricco, per quanto non necessariamente povero: ciò sembra dovuto alla storia meno gloriosa e all’indole nomade della sua popolazione, oltre alla conformazione montana che da sempre ha sfavorito l’urbanizzazione. A poca distanza dall’hotel incontriamo la cattedrale ortodossa, entriamo nel momento in cui c’è una celebrazione ed abbiamo modo di ascoltare i pregevoli canti; le voci dei pope s’innalzano e riecheggiano contro gli archi interni, i fedeli continuano a farsi il segno della croce con una ritmicità della quale non riusciamo a comprenderne la ragione. La Piazza della Vittoria mette in mostra uno snello monumento a rappresentare la stilizzazione di una yurta, sotto la quale arde la fiamma eterna a ricordo dei caduti nelle guerre. Simbolismi che tendono a mettere in risalto l’unione della cultura locale con il dogma del comunismo sovietico. Nella capitale vivono ancora molti russi, anche se la maggioranza ha lasciato il Paese dopo l’indipendenza, ed è la città con impronta più europea; anche la lingua comune è quella di Mosca. Man mano che si esce verso le campagne e le montagne il kirghizo prende il sopravvento ed anche i caratteri somatici sono quasi tutti di stampo mongoloide. Fa eccezione la zona sudoccidentale intorno ad Osh, dove la popolazione è in maggioranza uzbeka ed esistono problemi di coesistenza, nonché irredentismi vari con i tagiki. Situazione non semplice, creata ad arte da Stalin per dividere et imperare: da un lato si confrontano questioni etniche e di principio, dall’altro esiste la necessità di collaborare per sopravvivere in una zona del mondo dove i Paesi amici scarseggiano e, quando ci sono, nascondono velleità egemoni. Attraversando un parco e passando davanti al teatro dell’Opera si arriva al cospetto dell’imponente Museo Nazionale di Storia, dietro il quale staziona la statua di Lenin, spostata in questa posizione più defilata negli anni scorsi ma comunque sempre di fronte al Palazzo del Governo, quale monito di un tempo che stenta a diventare storia. Il podio d’onore all’interno dell’arredo urbano spetta ad una statua equestre di Manas, l’eroe epico locale. Sulla stessa piazza sventola la bandiera nazionale sorvegliata da due guardie immobili in alta uniforme. Sull’altro lato dell’ampia Chue Avenue si apre la piazza Ala Too, contornata da bei colonnati lungo i quali campeggiano pannelli che illustrano gli eroi nazionali: il 31 agosto era il giorno della festa dell’Indipendenza, ma a ben vedere sembra una ricorrenza puramente formale, stante un velo di nostalgia ricorrente per il passato. Tutto odora ancora di regime sovietico: dai nomi delle vie, ai monumenti, agli edifici pubblici e per finire nell’atteggiamento apatico della gente. Le dimensioni ridotte del Paese e la sua conformazione geografica, unite alla scarsità di risorse naturali che non sia l’acqua, hanno reso difficile il distacco da quella che fu la madrepatria. Come ultimo vediamo il parlamento, nella sua solida e monolitica struttura.

La yurta in Piazza della Vittoria
Qui la yurta non è un semplice richiamo folclorico.
Vista esterna del Museo storico di Bishkek in Asia Centrale.

Biškek tra laicità, nostalgia e vita quotidiana

In città abbiamo incontrato poche moschee, segno di una maggior laicità del popolo kirghizo; ne vedremo di più all’interno dei paesini nei giorni successivi, dove la ruralità apre maggiormente agli aspetti tradizionali. Due signore riconoscono in noi dei volti stranieri e si avvicinano parlando in inglese; scopriremo trattarsi di testimoni di Geova, ma il loro scopo primario è quello di allenarsi a scambiare qualche parola in un inglese discreto. Anche da loro abbiamo conferma di come nel contesto sovietico non si stesse poi così male, vi erano maggiori garanzie su presente e futuro e questo poteva loro bastare; pertanto la reintegrazione nel mondo russo rappresenterebbe una comodità tutelare che l’attuale isolamento geografico-economico non consente; non si tratta di revanscismo, tanto che ad inizio colloquio hanno espressamente detto che il Kirghizistan è stato colonia dell’Unione Sovietica, ma è meglio qualche briciola assistenzialista piuttosto che le stentate incertezze del presente. Posizione decentrata, conformazione del territorio, irrilevanza demografica e scarsità di risorse naturali fanno da logico contrappeso all’orgoglio indipendentista.

A Biškek le temperature invernali arrivano a -20 °C, mentre altrove si toccano i -40 °C e nevica molto.

Pensiamo possa bastare, sta calando la sera e quello che abbiamo visto rappresenta un curioso, per quanto non entusiasmante, centro urbano: certo che svegliarsi a Samarcanda ed andare a dormire a Biškek significa vivere in due mondi diversi nell’arco della stessa giornata. Fortuna vuole che in prossimità dell’hotel si trovi un ristorante specializzato in plov e non ce lo facciamo sfuggire. Assaggiamo anche i lagman, sorta di grossi tagliolini leggermente speziati serviti con carne, sugo di peperoncino e aglio. Chiudiamo con le città, domani si volta pagina ed affronteremo una dimensione più naturale sulle famose montagne del Kirghizistan.

Pernottamento
9 settembre – Bishkek – Freedom Hotel

IT

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