Giorno 7

Da Bukhara a Samarcanda

Treno veloce verso Samarcanda e finalmente il sogno si materializza

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Da Bukhara a Samarcanda

Arrivo a Samarcanda

Con un taxi ordinato tramite l’hotel alle 4.30 partiamo a folle velocità verso la stazione: semafori rossi vengono attraversati accelerando e rotonde passate come se non esistessero, senza che avessimo alcuna fretta o timore di perdere il treno. Evidentemente l’autista vuole approfittare dello scarso traffico per dare sfogo alla frustrazione del traffico urbano che tra poche ore assillerà le vie della città. In un quarto d’ora siamo arrivati, in ampio anticipo ma va bene così; la stazione in stile imperiale sovietico è moderna e ben organizzata: dopo il controllo allo scanner entriamo nell’atrio e in qualche modo cerchiamo di capire il binario di partenza, operazione resa facile dai pochi treni presenti a quest’ora. Una breve colazione nel bar della stazione stessa ed eccoci pronti all’esperienza sullo Shark, il treno veloce che in un paio d’ore coprirà i 270 km fino a Samarcanda; la canzone di Vecchioni, nella strofa in cui intona la corsa fino a Samarcanda, non ci starebbe male in questo frangente; il tutto al modico costo di 7 €. Sedili in economy comodi, passeggeri educati e silenziosi, c’è perfino il tempo di chiudere ancora le palpebre per qualche minuto finché fuori è buio. Quando la steppa inizia a prendere colore e l’orizzonte a est diventa rosso, gli occhi restano appiccicati al finestrino per osservare questo monotono quanto affascinante panorama solcato ad alta velocità dal treno, dove i cespugli si alternano alla sabbia senza soluzione di continuità. Come per l’arrivo a Bukhara, anche qui la città si fa precedere da una zona verde coltivata, dove le singole fattorie si alternano a paesini che non paiono essere tanto diversi dalla bassa padana, sempre più fitti mano a mano che ci si avvicina alla città. L’arrivo è puntuale al minuto, mercanteggiamo la corsa in taxi verso l’hotel, purtroppo i tassisti hanno la brutta abitudine di essere particolarmente esosi quando partono da aeroporti o stazioni ferroviarie, ed iniziamo ad avere una prima impressione della città uzbeka per eccellenza, questa volta tramite i finestrini di una vettura. Il traffico è intenso ma l’autista è simpatico e con lui riusciamo in qualche modo a dialogare a singole parole nel poco russo che conosciamo o tramite Google Translator per esprimere concetti che vadano oltre il nostro scarno vocabolario. Grazie alla sim card locale non ci sentiamo isolati e riusciamo a fare le traduzioni in modo efficace. Passiamo nel quartiere russo ed intuiamo che non sia un nostalgico dell’Unione; è di etnia tagica, chiediamo se si trova bene in Uzbekistan e riceviamo un niet secco. Ci mostra in lontananza le montagne e ci fa capire che delimitano il confine con la sua patria, dicendo che il Tagikistan si trova a soli 30 km e l’Afghanistan a poco più di 50. L’hotel Mohina ci riserva una sorpresa positiva: oltre ad una gentilezza quasi commovente, ci viene assegnata una tranquilla stanza sul cortile interno e veniamo riforniti di tè con biscotti in camera, particolarmente graditi dopo la sveglia di buon’ora a Bukhara. Una rapida sciacquata alla faccia e il rinfresco ci restituiscono le energie e, nonostante la levataccia delle 4, siamo tonici per scoprire la città mito che tanto abbiamo sognato. L’hotel si trova in posizione ideale, a poche decine di metri dal Gur-e Amir dove riposa Tamerlano. Per due notti potremo dire di essere letteralmente vicini di casa del grande condottiero. Ed è proprio questa la prima destinazione, dove incontriamo un genere di turismo soprattutto locale; sembra che gli uzbeki stiano cercando di conoscere meglio le bellezze del proprio Paese e non si può dare loro torto. Si vedono massicce comari con eleganti vestiti colorati, normalmente con il velo in testa e accompagnate da mariti dall’aspetto simpatico, con zucchetto, gilet, pizzo bianco e sorriso sempre pronto. L’impressionante mausoleo rappresenta uno degli highlight; tanto gli esterni quanto l’interno meritano una visita attenta e raccolta. Poco dopo l’ingresso alcuni pannelli spiegano con dovizia di particolari vita e conquiste del sovrano timuride, poi si passa nel locale dove si trovano le tombe del sovrano e di alcuni parenti stretti. Il tutto è sormontato da una cupola e pareti decorate con suprema finezza, da far venire il torcicollo nell’osservarle. Turisti sfaccendati si mischiano ad altri intenti ad ascoltare le narrazioni delle guide, visitatori locali si guardano attorno ammirati mentre alcuni anziani pregano come se si trovassero in una moschea. La parte posteriore dall’esterno facilita la vista sulla cupola, che si eleva alta nel cielo azzurro.

Interno dorato del mausoleo di Gur-e-Amir a Samarcanda.

Dal Gur-e Amir al Registan

Nelle vicinanze si trova un altro mausoleo, quello di Ak Saray: molto più tranquillo, e il silenzio è particolarmente apprezzabile dopo la calca dell’edificio appena visitato; incontriamo un guardiano-bigliettaio che si trasforma gentilmente in guida e che ci chiede addirittura in prestito lo smartphone per scattare alcune foto che ritraggano la cupola e altri dettagli da angolature che il visitatore comune probabilmente non noterebbe. Il viale ricco di prati verdi ed aiuole antistante il Gur-e Amir conduce ad un altro mausoleo e ad una rotonda dove c’è la statua di un Tamerlano, serio ed attento, seduto sul trono ad osservare il traffico. Negli anni scorsi il centro cittadino è stato ristrutturato per renderlo appetibile ai turisti, così che insieme al restauro dei monumenti e alla creazione di estetiche aiuole o giardini, gli arredatori urbani hanno provveduto a separare le aree prettamente turistiche da quelle residenziali erigendo alte mura che richiamano uno stile antico. Di certo lo sfondo delle foto ne guadagna, ma se ne ricava l’impressione che siano stati ghettizzati i quartieri “brutti” o semplicemente popolari, i quali tuttavia rappresentano la realtà del centro storico; per la verità non sono neanche tanto brutti, soprattutto se paragonati a certe architetture sovietiche, ma restano ovviamente più umili se confrontati ai siti prospicenti. Il vero cuore pulsante di Samarcanda è però qualche km più a nord, il Registan. Ci rechiamo a piedi visitando una moschea moderna che richiede solo una breve deviazione: quasi irriconoscibile dall’esterno, una volta entrati presenta una bellezza moderna ed è anche piacevole vedere un luogo di culto frequentato non prettamente per ragioni turistiche. Fatta eccezione per quando vi si svolgono funzioni, le moschee sono aperte al pubblico non musulmano, bisogna solo togliersi le scarpe, indossare il velo per le donne ed avere abiti decorosi. Sorprende il fatto che nelle moschee visitate la quasi totalità dei fedeli fosse di sesso maschile e di età media piuttosto giovane. Percorrendo la via che porta al Registan fortuna vuole che ci imbattiamo in un panettiere con il tipico forno tandir all’aperto di fronte al negozio; insieme ai suoi figli sta cuocendo degli splendidi samsa, involtini di pasta sfoglia ripieni di carne tritata e riso. Appena sfornati, ancora caldi, sono un vero piacere per il palato. Il rammarico? Averne acquistato solo uno. Ma un altro senso, gli occhi, si appresta a vivere un momento memorabile: quello in cui si apre di fronte a noi il Registan, un complesso di tre madrase maestose, su tre lati e splendidamente restaurate. La disposizione sembra fatta apposta per stupire il visitatore che si avvicina osservandole dall’alto di una scalinata. Entriamo dopo essere passati per la biglietteria ed accediamo al cortile intorno al quale si trovano i monumenti. Il portale della madrasa di Sherdor, a destra, evidenzia un particolare curioso: due tigri sormontate da un sole con volto umano. Così come già visto a Bukhara, sono immagini vietate dalla dottrina islamica e segno di un’interpretazione meno restrittiva delle regole; nel cortile, degni di nota, si trovano alcuni tapchan, tipici divani con tavolino centrale dove ci si siede intorno a gambe incrociate. Ma la madrasa Tilla-Kari si può dire che valga da sola il viaggio: il soffitto è piatto ma talmente ben fatto da acquisire profondità e sembrare a cupola; l’occhio ne avrebbe la certezza, se la guida non argomentasse chiaramente il contrario. Anche le pareti, il mihrab ed ogni altra opera brillano in una profusione di decorazioni dorate e blu, di grande pregio. Infine la splendida madrasa Ulugbek, dedicata all’omonimo sovrano, nipote di Tamerlano, appassionato di astronomia a tal punto da essere egli stesso uno scienziato. A quei tempi l’emirato possedeva lo scibile in materia tanto che parte di esso è ancora valida ai giorni nostri, pur disponendo di altri mezzi di ricerca. Alcune ambientazioni raffigurano gli scienziati dissertare fra loro, e sembra di poter partecipare ascoltando gli esiti delle loro scoperte. Usciti, non possiamo non fare nostra la frase di Tiziano Terzani che, una volta visitata Samarcanda, ebbe occasione di scrivere: “ora che ho visto Samarcanda non potrò più sognarla”. Pur con un’interpretazione non corrispondente esattamente alla sua, è un sogno che sta uscendo dal cassetto per prendere forma in un altro luogo della mente, quella che ha ricevuto l’input dalla vista, quella delle esperienze vissute. Costeggiamo la madrasa Sherdor, poco oltre la statua dedicata a Karimov, e seguendo l’omonimo viale alberato ci appare dinanzi l’inconfondibile moschea Bibi-Khanym, voluta dalla moglie di Tamerlano e fra le più imponenti del Paese. Ancora camminando verso nord troviamo un intermezzo laico nel Bazar Siob, dove ancora una volta vediamo ordinate file di frutta e verdura in esposizione, come in un museo. Addirittura l’immagine di due commesse che dialogano dietro il bancone sembra un quadro perfetto. Dopo la parentesi laica, proseguendo verso nord un ponte pedonale moderno attraversa un’arteria a scorrimento veloce per accedere ad un’area collinosa dove si trova la Moschea di Hazrat-Hizr, dalla quale si godono splendide vedute grazie alla posizione elevata, ed il Mausoleo di Karimov, di recente costruzione in quanto il leader uzbeko è morto nel 2016; quest’ultimo presenta un piccolo edificio cubico dove si trova la tomba, circondato da un porticato sorretto dalle inconfondibili quanto meravigliose colonne in legno. Seduti all’ombra su delle panchine i fedeli pregano come fossimo in un santuario. Ancora oltre ci troviamo di fronte ad un altro pezzo forte di Samarcanda: lo Shah-i-Zinda è un viale sui cui lati si apre una serie di mausolei di nobili e notabili storici. Il complesso è unico nel suo genere, ma vi sono alcuni edifici il cui interno eccelle oltre gli altri e non teme il paragone con le decorazioni persiane. Sarebbe più raccolto se non ci fossero visitatori, ma anche così si riesce a coglierne spirito e significato. È proprio dopo queste ore intense spese a visitare Samarcanda che si rafforza in noi l’idea di quanto sconosciuta sia ancora questa parte di mondo; pur vero che si è aperta di recente, ma racchiude in sé immagini e sensazioni d’arte raramente riscontrabili altrove, in un contesto civile e sicuro. Come se non avessimo ancora camminato abbastanza affrontiamo i 3 km che conducono fuori città alla volta della tomba del profeta Daniele. Qui la storia si fonde con leggenda ed immaginazione: si vuole che il corpo del profeta, anche Susa in Iran ne rivendica la sepoltura, cresca di un centimetro all’anno, così che il catafalco ricoperto di velluto e stoffa nera risulta essere lungo 18 m. Curioso quanto non indimenticabile, il sito si trova in un bel contesto verdeggiante; prendiamo un taxi che sosta nelle vicinanze e, dopo aver concordato il prezzo, ci rechiamo nel quartiere russo a sud dell’hotel, dove abbiamo adocchiato un ristorante che può accontentare il nostro interesse per la cucina locale. Senza troppa fantasia si chiama Samarkand, ma la cucina si dimostra appropriata anche se i camerieri non ci sanno fare né con l’inglese e forse neanche tanto con l’uzbeko. La ciliegina sulla torta la gustiamo tuttavia dopo aver preso un altro taxi per tornare al Registan, nel frattempo illuminato dopo il tramonto. Evidentemente non siamo gli unici ad aspirare ad una vista notturna tanto imponente; i fari accarezzano le decorazioni con sensibilità, stendendo un velo luminoso atto a dare tridimensionalità; i colori sono tenui, non cercano di fare colpo per attirare l’attenzione, invitano invece ad una moderata osservazione, alla cura dei dettagli, alla riflessione. Una passeggiata a piedi in mezzo ai tranquilli parchi urbani ci porta alla nostra dimora odierna e il fatto che questa si trovi nelle vicinanze del Gur-e Amir esige una sosta di fronte ad un’altra dimora, quella di Tamerlano. Anche questa illuminata con sensibilità e sapienza.

Le tigri del Registan
Quelle figure sul portale della Sherdor colpiscono subito perché stonano, in senso buono, rispetto a ciò che ci si aspetterebbe in un contesto islamico: è uno di quei dettagli che fanno capire quanto l’Asia Centrale abbia sempre reinterpretato le regole a modo proprio.

Non sappiamo quanti km abbiamo percorso in questi giorni e non abbiamo contato quante madrase o moschee abbiamo visitato. Tutte simili, mai uguali e sempre imponenti, simboli di una fede importata e talvolta imposta che ha saputo esprimere forme d’arte elevata.

Pernottamento
7 settembre – Samarcanda – Mohina

IT

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