Giorno 12
A sud, verso la Cina
L’alba dalle yurte sul Song Köl, il remoto caravanserraglio di Tash Rabat
Martedì 12 settembre 2023
L’alba dalle yurte sul Song Köl, il remoto caravanserraglio di Tash Rabat
Dal Song Köl a Tash Rabat, via Naryn
Un pratico lavandino situato all’esterno, con vista su lago e monti, ci dà il buongiorno; segue la solita colazione alle 8 per partire alle 8:30. Ripercorriamo per almeno mezz’ora l’ultimo tratto di ieri per prendere a sinistra su una strada accettabile solo per i fuoristrada; vediamo e compatiamo quattro occidentali che spingono a piedi bici stracariche, su un fondo che, pur non presentando grandi salite, risulta in condizioni non buone. A un primo passo, il Moldo-Bel, ci troviamo di fronte a un altopiano che preclude parte della veduta paesaggistica sulla vallata, compensato dalla rilassante vista di praterie che sembrano appena rasate, con yurte di pastori disseminate a debita distanza fra di loro. Ne segue un altro, il Mels, situato più in basso, dove la strada disegna una lunga serie di tornanti per tuffarsi nel fondovalle. Facciamo poi un piacevole incontro con un folto gruppo di cammelli, saranno una quindicina, intenti a brucare lungo la strada; poco oltre iniziano a vedersi gli yak, più piccoli dei tibetani, con il solito folto pelame che arriva a sfiorare terra.

L’ingresso in Naryn non è di quelli che inducano a cercare un’agenzia immobiliare per acquistare casa: blocchi di casermoni costruiti in fretta chissà quando con pannelli di cemento sembrano stare su contro la forza di gravità, i balconi, anch’essi in cemento, appaiono come bocche aperte e lasciano intravedere finestre tendate. Gli ingressi e le aiuole sono in perfetta sintonia col resto. Un sentimento di tenerezza mista ad ammirazione si fa largo nei confronti di qualche inquilino che cerca di abbellire tali ecomostri esponendo file di vasi fioriti sul proprio balcone, segno di chi non vuole arrendersi a cotanta bruttezza che lo circonda. Va detto che in molti casi, a fronte di esterni decadenti al punto da sembrare disabitati, fanno da contraltare interni di alloggi curati e a misura d’uomo, dove il gusto estetico può finalmente esprimersi con tappeti, tende, mobili e decorazioni. L’unico edificio ben ristrutturato è quello della milizia, la polizia, seppure in un contesto di stile brutalista sovietico, che deve fornire un’immagine di sé potente e impeccabile. Nelle periferie urbane si vedono ecomostri di fabbriche abbandonate o palazzi che il cambiamento di regime ha reso incompiuti. Vediamo anche insegne della celebre agenzia Intourist, che durante l’epoca sovietica gestiva in esclusiva l’ingresso e il soggiorno dei visitatori stranieri. Consumiamo probabilmente il pranzo migliore del viaggio, in un locale decentrato, dove cucinano shashlik di agnello tenerissimi e ben speziati. Da Naryn partiamo in direzione sud verso la prossima destinazione, Tash Rabat, lungo un’arteria asfaltata importante per il transito verso la Cina, che raggiunge il suo apice al confine situato sul passo di Torugart a 3.752 m; data la quota sembra che chiuda per un mese quando le condizioni invernali rendono impossibile il passaggio, altrimenti si cerca di mantenerlo libero il più possibile vista l’importanza strategica. Da qui transitano gran parte delle merci in arrivo dalla Cina e destinate non solo al Kirghizistan. Il paesaggio è monotono, le praterie si susseguono ai bordi della strada che sembra un filo diritto; lungo la tratta vediamo molti camion cinesi in senso contrario, con a bordo vetture o container. Quando mancano circa 80 km al passo, nemmeno una trentina in linea d’aria, e quindi al confine cinese, svoltiamo a sinistra su una sterrata che un tempo rappresentava il percorso della Via della Seta, e dove a una decina di km si trova lo storico caravanserraglio. Per il fatto di esserci avvicinati al confine cinese si è reso necessario avere un permesso speciale richiesto in anticipo e che ci servirà anche domani al Köl Suu. Arriva un poliziotto con fare molto amichevole, scambiamo le quattro parole che conosciamo in russo e ci facciamo la foto insieme. La flora mette in mostra bellissimi cardi a ciuffi, quasi del tutto sfioriti; quelli che non lo sono presentano un bel colore rosa. Ci sono poi erbe fiorite con base verde e stelo giallo, oltre a una serie di piante pelose, utili a difendersi dai rigori invernali, a ciuffo, e piante grasse con spine lunghe almeno tre centimetri. Il caravanserraglio di Tash Rabat assume per noi un significato particolare perché in questo punto uniamo idealmente, o meglio riprendiamo, la Via della Seta lasciata a Kashgar quando percorremmo il tratto cinese partendo da Pechino. La triste quanto bella città uigura situata al limite dello Xinjiang è appena al di là di queste montagne e ci domandiamo come sarà cambiata in questi dieci anni, dove la sinizzazione avrà fatto passi da gigante. Parlando con gente del posto veniamo a sapere che molte moschee sono andate distrutte nel tentativo di debellare la componente religiosa, collante della comunità locale.
Visitiamo l’interno dell’edificio in pietra, con pareti molto spesse da sembrare una fortezza, anche se alle sue origini nel X secolo doveva essere un monastero nestoriano. Si trova in una posizione utile a chi stava per affrontare la catena del Tian Shan o l’aveva appena attraversata, trovando ristoro in ogni stagione. Entrando sembra di tornare indietro di secoli, con le stanzette per i viandanti, il refettorio e la stalla. Semplicemente costruito con pietre della zona, riesce ad avere una dimensione apprezzabile dal punto di vista architettonico grazie alle volte, in cima alle quali si trova un foro per far entrare la luce.
Tramonto nella valle di Tash Rabat
Lo yurt camp si trova a poche centinaia di metri; verso l’ora del tramonto il cielo dissipa le velature e una passeggiata per vedere la valle dall’alto, dove pascolano gli yak, assume un carattere particolare. La notte scende, si sente solo ancora qualche animale che indugia nei prati e i ruscelli che si sono scavati una via in mezzo all’erba nel tentativo di raggiungere il torrente sul fondo.
IT
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