Viaggi

Asia Centrale (Uzbekistan-Kirghizistan-Kazakistan)

29/05/2026

Lungo l’antica Via della Seta immersi nella storia e nella cultura in Uzbekistan, nella natura in Kirghizistan, in uno scorcio di Kazakistan.

16 giorni 0 gallerie 0 mappe
Asia Centrale (Uzbekistan-Kirghizistan-Kazakistan)

Se lo scorso mese di febbraio abbiamo seguito le rotte di Colombo per recarci in America Centrale, questa volta l’ispirazione viene da un altro grande viaggiatore italiano: Marco Polo sulla Via della Seta. In realtà si tratta di un ideale proseguimento verso ovest di quanto percorso una decina di anni fa in terra cinese, quando partimmo da Pechino per raggiungere Kashgar nello Xinjiang, 4500 km più a ovest. Il caravanserraglio di Tash Rabat si trova in Kirghizistan, a poco più di 50 km dalla città uigura, a ridosso del confine cinese. Da queste montagne si apre la sterminata steppa che attraversa l’Asia Centrale passando per Samarcanda, Bukhara e Khiva. Quest’ultima fortezza sarà il primo luogo visitato, ma il più distante in direzione ovest: oltre c’è solo il confine verso l’impenetrabile Turkmenistan e, ancora più in là, il già visitato Iran. Anche se tutto è cambiato, ripercorrere quelle che erano le piste della Via della Seta non può non riportare la mente indietro nel tempo, a immaginare il fascino di quei luoghi e l’asperità di quella vita. Mitizzata da film e libri, viaggiare nell’antichità esponeva a fatiche e rischi difficilmente immaginabili nei nostri tempi. L’idea di libertà, di scambio di merci e di idee si scontrava nella quotidianità con disagi che solo passione e necessità potevano superare. Il tempo ha fatto il suo lavoro, molti regimi si sono succeduti, i quali, insieme alla religione, hanno plasmato e riformato il carattere dei popoli; restano siti storici talvolta ben ristrutturati, in alcuni casi anche troppo, o brandelli di muri che il vento sferza lentamente ma con insistenza, come in un tentativo di rimuovere il passato. In Asia Centrale c’è molto da vedere, specialmente in Uzbekistan, e di conseguenza molto da mantenere: già in epoca sovietica i monumenti di maggior interesse sono stati rimessi in ordine, anche se a volte si è peccato di scarsa attenzione nel conservarne l’originalità. Ora si procede con maggior cura, consci che il turismo è una fonte economica non trascurabile per chi possiede tanti gioielli architettonici nel proprio forziere.

[Waymark map_id=”23132″]

Tra Uzbekistan e Kirghizistan

Diversamente da quanto raccontavano l’ultima edizione della Lonely Planet (edizione 2018) e diversi siti consultati, la situazione un po’ ovunque è cambiata radicalmente. Dopo la morte di Karimov, il nuovo presidente ha aperto il Paese al turismo, così sono cadute alcune barriere tipiche dell’ancien régime, in particolare le inopportune ingerenze della polizia verso gli stranieri. Diversamente da quanto letto, i controlli in ingresso sono stati semplificati: oltre all’assenza di visto, non è più necessario dichiarare esattamente importi e valute introdotti nel Paese. A Tashkent vediamo molti poliziotti in giro, in particolare nelle zone limitrofe ai palazzi del potere. Hanno un atteggiamento rispettoso e non danno affatto l’idea di rappresentare una minaccia, come poteva accadere in un passato ancora recente. Non si percepisce mai la sensazione di sentirsi in pericolo, né da parte della delinquenza comune né da quella in divisa. Restano ancora molti agenti nelle garitte, così come le digiurnaja che controllano l’andirivieni negli edifici pubblici sono il segno di un passato sovietico che ha ancora qualche scampolo di radice attiva. Un altro segno tangibile della pur relativa liberalizzazione è dato dalla voce del muezzin, o meglio dall’altoparlante, che dall’alto dei minareti invita i fedeli alla preghiera. Sotto Karimov la chiamata era proibita per non stimolare eventuali derive fondamentaliste: in sé la preghiera non ha nulla di pericoloso, ma una certa interpretazione radicale della religione può trasformarla in detonatore dei popoli. Anche per noi non credenti nella religione islamica il suono dell’invocazione offre una sensazione gradevole, non tanto folcloristica quanto umana e spirituale, a prescindere.

Città carovaniere di quella che fu la Via della Seta: Samarcanda, Bukhara e Khiva, con moschee, mausolei, madrase, caravanserragli e minareti. Un’immersione sulle orme di Tamerlano, dove brillano le meraviglie di Samarcanda, le straordinarie mura di Khiva, le fortezze nel deserto, Bukhara e i suoi tesori. I minareti con maioliche turchesi svettano guardinghi e stanchi. Tutto ha l’aria di eterno, lungo queste vie dov’è passata ogni umanità. La fretta non contraddistingue il ritmo della vita, il che non significa mancanza di efficienza; anziani chiacchierano sotto gli ombrosi viali; visi rugati dal sole, ma anche sorrisi e occhi luccicanti; nei laboratori maestria e artigianato restano la chiave della qualità e del gusto, a seconda del genere. Vecchie dai denti dorati vendono frutta e verdura nei bazar, uomini minuti con una folta barba bianca e lo zucchetto in testa chiacchierano pacificamente stando seduti a gambe incrociate, in un contesto dove la storia sembra non essere trascorsa.

Il Paese sta sfruttando la leva del turismo e delle materie prime in modo redditizio, mentre l’agricoltura resta ancora molto legata al cotone e alle sue esigenze idrofile.

Mosaici, maioliche e la stessa lingua araba, in uso scritto corrente fino ai primi decenni del ’900, creano disegni di grande prestigio. Tuttavia lo stile risulta meno fine rispetto all’architettura islamica persiana, dove i giochi creati dalle scritte osannanti il Divino assumono un vero e proprio delirio visuale. Viste da distante le decorazioni assumono un’armonia di tutto rispetto; quando ci si avvicina appare una maggiore semplicità, che restituisce comunque un’immagine magnifica. Il periodo sovietico ha plagiato le menti, rendendole squadrate come le sue architetture, in aperto contrasto con la mentalità arabo-islamica, dove di squadrato c’è poco, tanto nel modo di pensare quanto nelle forme artistiche.

In Kirghizistan il passato sovietico è ancora presente, dall’edilizia agli atteggiamenti umani. Non deve stupire che esistano ancora statue di Lenin, al massimo spostate in posizione più defilata, o simboli di falce e martello su monumenti ed edifici pubblici. Certo oggi non vengono più inseriti nelle nuove costruzioni, ma questo la dice lunga non tanto sulla nostalgia quanto sull’implicita ammissione che sotto il regime sovietico non si stava poi tanto male. In una visione minimalista la sopravvivenza decorosa veniva garantita senza grandi fatiche e questo bastava per gran parte della popolazione, senza particolare spirito d’iniziativa. Il contesto globale è più arretrato dell’Uzbekistan: meno risorse, un senso di povertà generalizzato riscontrabile dallo stato in cui versano i palazzi piuttosto che le vetture. Le città fuori dalla capitale ricalcano perfettamente il concetto di brutto, a cui si aggiungono aiuole incolte e trasandate per dare un’idea di come le priorità siano altre o, semplicemente, non importi a nessuno. Va tuttavia riconosciuto che il Kirghizistan è più piccolo, montagnoso e relegato in posizione remota, pertanto maggiormente dipendente da interessi altrui.

Per passare dall’una all’altra delle ex repubbliche sovietiche basta avere una sorta di carta d’identità; il passaporto serve solo per le Repubbliche Baltiche, in quanto appartenenti all’Unione Europea, ma non servono visti. Passaporto che serve anche nei confronti del Turkmenistan, vicino etnicamente ma con un regime autarchico e isolato che sostanzialmente impedisce scambi di uomini e beni; sembra esserci qualche timida apertura, ma è ancora presto per dare giudizi positivi.

La Gastronomia punta molto sulla carne di agnello e manzo. Gli spiedini (shashlik) attirano prima col profumo e quindi col gusto, aromatizzati sapientemente con spezie che non incidono troppo sul sapore. Per il resto non manca la cucina russa, ad esempio il borsch, altre minestre o i dolci quali la baklava. Va anche detto che Tashkent era e resta la città più russa dell’Uzbekistan, dove ancora risiede la maggior parte della popolazione di origine europea. Molti sono tornati in Russia dopo il 1991, ma il segno rimane ancora evidente sotto molti aspetti.

Un pasto tradizionale con diversi piatti serviti su un tavolo in un ristorante.

L’Uzbekistan è sinonimo di riscoperta della storia dei grandi imperi. Perché questo grande Paese sperduto nell’Asia Centrale è stato il crocevia di tantissime culture: dai mongoli ai persiani e ai selgiuchidi, fino ad arrivare, in tempi più recenti, all’Unione Sovietica.

Fino a qualche anno fa l’Uzbekistan era sconosciuto al mondo del turismo; la realtà è ben diversa, tanto da rivelarsi uno dei Paesi più affascinanti in quanto a storia e capolavori di architettura islamica. Anche il paesaggio prevalentemente desertico ha il suo fascino, ma sono le caratteristiche culturali quelle che letteralmente affascinano chi si reca nella regione. Deve dire essenzialmente grazie alla Via della Seta e all’epoca in cui, fino a quando non venne superata dalla navigazione marittima intorno all’India, merci, cultura, religione e idee viaggiavano in senso latitudinale. Opere legate a esigenze di difesa, religione, sosta, immagazzinamento e commercio, i bazar, testimoniano un passato ricco e tormentato. Il tutto si fonde con il mito e le leggende sedimentatesi durante i secoli, partite proprio dal Milione di Marco Polo. Matematica, astronomia e dottrine islamiche come il sufismo, filosofia mistica della religione musulmana, hanno avuto qui una stagione di straordinaria vitalità, grazie ad illuminati sovrani, Ulugbek, il nipote di Tamerlano, fra tutti, ad Avicenna, fino ad Al-Khwarizmi, dal cui nome deriva il termine algoritmo.

Tamerlano nacque e sviluppò il suo dominio partendo da Shahrisabz, vicino a Samarcanda, creando nel XIV secolo un impero che per estensione fu secondo solo a quello di Gengis Khan un secolo prima. Dalla sua decadenza nacque in India la dinastia moghul per tramite dell’ultimo discendente dei Timuridi, la quale regnò sull’India dal XVI secolo fino alla colonizzazione britannica dell’Ottocento.

Il Kirghizistan, dove natura incontaminata e alte montagne sono un gradito cambiamento dopo tutte le attrazioni culturali dell’Uzbekistan, è un Paese dove riposare gli occhi immergendoli nel verde dei jailoo, nel blu dei laghi e nel bianco dei ghiacciai. Poco da vedere sul versante storico e artistico, a meno che non si sia appassionati di architettura sovietica.

Un campo da campo in una tenda tradizionale in Asia Centrale.

Il popolo kirghiso si divide fra steppe, altipiani e pascoli di alta montagna. Il 94% del Paese è montuoso; circa il 40% della regione kirghisa supera i 3000 m, in buona parte coperta da nevi e ghiacci perenni. Askar Akayevich Akayev è stato il primo presidente della Repubblica indipendente, mantenendola strettamente legata alla Russia, con cui vi era una preponderante interconnessione economica. Akayev è rimasto al potere fino al 2005, quando violente proteste di piazza, mosse da ONG evidentemente riconducibili all’Open Society Institute di George Soros, la cosiddetta Rivoluzione dei Tulipani, lo costrinsero a dimettersi. Venne quindi nominato presidente Kurmanbek Salieviò Bakiev che, nel 2009, decise di affiancare alla base militare americana di Manas, appoggio logistico alle operazioni della Nato in Afghanistan, la base russa di Kant. Bakiev è stato poi cacciato nel 2010 da un’insurrezione popolare guidata dall’opposizione filorussa. Al suo posto Roza Otunbayeva, a capo degli oppositori, divenne presidente del Kirghizistan e presidente del consiglio, con un colpo di Stato ad interim, con la promessa di nuove elezioni democratiche. Si giunse però alle soglie della guerra civile e a violenze verso la minoranza uzbeka; la Otunbayeva chiese allora l’aiuto russo. L’economia kirghisa si regge tradizionalmente sull’agricoltura e, grazie alle riforme sovietiche, su un’industrializzazione massiccia. Sono presenti vasti giacimenti di carbone, oro, antimonio e uranio. I kirghizi rappresentano il 66% della popolazione, mentre i russi sono il 22% e gli uzbeki il 13%. Le lingue ufficiali sono il russo e il kirghizo, lingua turco-nordoccidentale con alfabeto cirillico.

L’aspetto sociale ci ha un po’ sorpresi, talvolta presentando aspetti deludenti: la nota predisposizione asiatica alle relazioni interpersonali viene sicuramente mitigata da 130 anni di dominio russo, metà dei quali sovietico. Questo ha fortemente inciso sull’atteggiamento mentale e, di conseguenza, sulle popolazioni soggette a tale e lunga dominazione. Le generazioni scolarizzate e cresciute prima del 1991 sono impregnate di apatia e scarsa propensione alle relazioni. Il dirigismo comunista ha instillato in loro un’essenzialità che, anche fra di loro, sovente induce a fare a meno di convenevoli basilari quali saluto o ringraziamento. L’homo sovieticus non si cura di quanto gli accade intorno, abituato ad obbedire e a pensare a sé stesso in un contesto dove chi è al potere pensa per tutti. Dove il verbo pensare non va inteso limitatamente all’atto di badare o occuparsi della cittadinanza, quanto a irretire e amministrarne il pensiero. Anche oggi, tramite i mezzi d’informazione, la Russia mantiene un certo controllo sulle menti sfruttando l’aspetto linguistico, ad esempio tramite i media, Radio Sputnik KG e altri.

Scopriamo che quando s’incontra una persona anziana le si dice salam alheikhum, mentre fra giovani basta dire salam.

Vista esterna della Medrese di Bukhara con dettagli architettonici ricchi di decorazioni.

Religione: come del resto accade un po’ a tutte le religioni quando vanno a innestarsi su un credo anteriore, da queste parti l’islam ha mutuato alcuni riti dalla primitiva fede zoroastriana derivante dalla Persia, come il Nowruz, la festa che coincide con il solstizio di primavera; ma, a differenza di quanto avviene in Iran, dove si preparano vettovaglie che richiamano il colore rosso, qui si prepara un piatto diverso che viene consumato per alcuni giorni e si chiama shumalekh. Si mette a macerare del germe di grano che intanto cresce ancora per qualche giorno nell’acqua, lo si fa bollire e si aggiunge una spezia molto simile al cacao; il tutto viene fatto cuocere per qualche ora e diventa una poltiglia simile alla nostra Nutella, con della frutta secca, che viene mangiata per più giorni durante la settimana.

L’interpretazione dell’islam non è particolarmente restrittiva, le donne usufruiscono della libertà di vestirsi come meglio credono nell’ambito di criteri rispettosi non solo della religione ma anche della cultura locale in genere. Non è vietato bere qualche bicchiere di alcolici, ma normalmente il Ramadan viene rispettato.

In Kirghizistan esistono fedeli islamici legati alle tradizioni locali, senza derive estreme. Per contro, altri si sono fatti condizionare da predicatori di origine araba e hanno mutuato da queste dottrine anche un modo di vestire differente. Queste due visioni finiscono per generare frizioni all’interno della stessa comunità islamica.

Veicoli: in Uzbekistan c’è una fabbrica della GM a marchio Chevrolet localizzata nella valle di Fergana, ad Andijon, che copre la quasi totalità del parco macchine locale, perlopiù bianche, con modelli che vanno dalle piccole alle berline; fanno eccezione le vetture di alta cilindrata. Le auto vengono anche esportate nelle repubbliche vicine, mentre il resto è ovviamente di fattura cinese. Nel vedere il parco macchine kirghiso sembra di fare un salto indietro di trent’anni sulle strade europee: i brand sono sostanzialmente tedeschi, VW, MB e Audi, e di medio-grande cilindrata. Con il prezzo del gasolio a 64 som, circa 80 centesimi di euro, molto caro per gli standard locali, e l’elevato consumo di mezzi vecchi, ci si chiede come mai non puntino su soluzioni meno dispendiose. La ragione pare stare nel fatto che le famiglie sono numerose e i mezzi spaziosi servono per caricare un po’ di tutto, nei bazar ecc. Allo stesso tempo si vedono ruderi di vetture simili alle nostre Fiat 124 prodotte a Togliattigrad e alcune Volga, un tempo appartenute alla nomenklatura; completano la rassegna macchine giapponesi o coreane provenienti dagli stessi Paesi e pertanto con guida a destra, ma questo non è un punto del quale gli autisti kirghisi si diano particolarmente pensiero. I veicoli commerciali sono MB Sprinter, con poche eccezioni. I camion sono europei, tutti i marchi, o cinesi; i teloni sono rimasti gli stessi, pertanto si vedono sovente camion di aziende europee in un contesto completamente avulso. Fa ancora capolino qualche Kamaz o gli intramontabili UAZ. I bus sono quasi esclusivamente cinesi, Yutong o King Long, ma ve ne sono anche di elettrici. Si vedono monopattini in abbondanza.

Lingua: in Kirghizistan il cirillico è l’unico alfabeto usato, incluse le insegne dei negozi, e anche la lingua locale, considerata prioritaria, viene trascritta in questi caratteri. Situazione alquanto strana per quanto riguarda le lingue: dopo l’indipendenza il kirghizo, lingua del ceppo turcofono, è la lingua ufficiale e, pur con l’esodo di russi verso la madrepatria etnica, molti sono nati qui, la lingua russa viene più spesso utilizzata in quanto comune denominatore fra le diverse etnie e nei rapporti con cittadini degli stati confinanti. Ad esempio, se un kirghizo e un kazako o un uzbeko vogliono conversare, il russo è l’unico modo per farlo. A Bishkek, in quanto capitale e contando su un maggior numero di russi, la prima lingua parlata è proprio il russo; man mano che ci si allontana il kirghizo prende il sopravvento. Ma ci viene spiegato che i bambini iniziano a vedere cartoni animati o programmi a loro dedicati importati da altri Paesi russofoni, di conseguenza crescendo si trovano più a loro agio con questa lingua. La scuola sta cercando di correggere questa distorsione, ma risulta difficile mantenere viva una lingua in un Paese di soli sei milioni di abitanti, e nemmeno tutti parlano la lingua d’origine.

Geopolitica dell’Asia Centrale

Quella che fino a nemmeno mezzo secolo fa veniva considerata una dimenticata periferia del mondo, insignificante provincia dell’impero sovietico, sta recuperando una centralità inusuale, per cercare un precedente della quale occorre andare indietro di molti secoli. Anche senza scomodare Tamerlano dal suo scranno dove campeggia fiero nella città natale di Shahrisabz, vicino a Samarcanda, dopo le scorrerie di cui è stato artefice e protagonista nel corso del XIV secolo, la storia ha avuto occasione di passare con frequenza dall’Asia Centrale. Quello che si potrebbe definire il crocevia della Seta torna d’attualità in forma simile e per certi aspetti differente, se visto da altra angolatura. Le similitudini sono riscontrabili nelle direttrici lungo le quali si muovono le merci in direzione est-ovest, un tempo costituite da strade polverose e caravanserragli, oggi da strade ferrate e stazioni, con tutte le diramazioni del caso per meglio servire la clientela dei cinesi lungo l’asse del continente euroasiatico. Le differenze si riscontrano nei maggiori intrecci e negli attori in gioco: altri imperi e altri impeti.

La religione ha inconsapevolmente legittimato e consolidato i governi laici postcomunisti usciti dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, un paradosso solo a prima vista. Fatta eccezione per il cavilloso nodo della valle di Fergana, dove per volere di Stalin è stata realizzata una mescola etnica caratteristica della sua politica volta a disomogeneizzare le Repubbliche Sovietiche, casi simili sono attualmente alla ribalta in Donbass e Nagorno-Karabakh, il resto della regione non ha mai brillato per irredentismi religiosi o derive fondamentaliste, nemmeno in epoca sovietica, quando le moschee e le scuole religiose fungevano da magazzini o fabbriche. Il nomadismo di kazaki e kirghisi ha configurato fin dall’inizio un islam dai connotati simbolici legati alla natura e meno ortodosso rispetto alla dottrina araba; gli inverni gelidi e la colonizzazione russa non hanno avuto difficoltà a legittimare il consumo di bevande alcoliche, pur non apparendo come una piaga, resta vero che birra e vodka si possono consumare liberamente; anche l’architettura non rispetta esattamente i dettami religiosi e capita di vedere decorazioni raffiguranti animali quando queste sono proibite dalla dottrina. La vicinanza con l’Afghanistan ha poi rappresentato il collante che ha convinto le maggiori potenze a chiudere più di un occhio, consentendo fin dall’inizio ai segretari delle singole Repubbliche di perpetrare il loro potere divenendo satrapi di Stati indipendenti. Basta leggere alcune pagine dell’illuminante Buonanotte Signor Lenin di Tiziano Terzani, scritto nel 1991, per capire come fin da subito la via fosse quella, senza se e senza ma. Le relazioni fra i Paesi distaccatisi non sono sempre state eccellenti: contenziosi territoriali che comprendono diverse exclave nel dedalo di confini in cui s’incontrano e si scontrano Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan hanno portato all’uso delle armi ancora in tempi recenti. A questo si aggiungono appetiti incrociati di acqua e terreni coltivabili: Uzbekistan e Kirghizistan hanno di recente concordato scambi territoriali proprio per contemperare i rispettivi interessi. Anche se non ha a che vedere con i confini, la vicenda del lago Aral offre un esempio di come il cambio di regime, che in realtà non c’è stato, non abbia coinciso con una svolta ambientale. Il quarto lago più grande al mondo, ai tempi dell’Unione Sovietica, fu considerato come un errore della natura e la sua estensione venne portata al 40% deviando i due immissari; successivamente è stata costituita una diga sul fiume Amu-Darya che ha lasciato solo lembi d’acqua pari al 10% della superficie originale. L’impossibilità di sganciarsi dalle coltivazioni di cotone iniziate negli anni Sessanta ne ha ormai decretato la fine; il conseguente prosciugamento non ha lasciato gli auspicati terreni fertili a causa del sale accumulato in superficie e dell’inquinamento dovuto all’uso indiscriminato di fertilizzanti che ha contaminato il sottosuolo.

Statua di Lenin in una piazza con alberi e edifici in un contesto dell'Asia Centrale.

L’uzbeko Karimov ha ereditato il potere da sé stesso nel momento in cui l’Unione Sovietica si è dissolta, trasformando il partito comunista in socialista o in altro nome simile ma lasciando inalterato il gruppo di comando, esattamente come hanno fatto le altre ex repubbliche. Ha instaurato un regime personalistico e dirigista, di un islamismo che possiamo definire laico. Facendosi passare come buon musulmano grazie a iniziative di edilizia religiosa, ha dato battaglia al fondamentalismo religioso guadagnandosi la stima di russi e americani, i quali hanno chiuso entrambi gli occhi sulle derive antidemocratiche e le mancate riforme. Governando con pugno duro ha traghettato il Paese nella sua fase più delicata, quando è rimasto orfano di Mosca e del comunismo, dove senza ideali ma soprattutto con industrie rese inservibili a causa di un modello sovietico che prevedeva la produzione segmentata in settori, è stato innegabilmente in grado di evitare il caos politico ed economico. Probabilmente ha rappresentato il male minore per evitare derive fondamentaliste o situazioni anarchiche di altro genere, certo non un modello di democrazia come la si intende in Europa. Non si sa con quanta convinzione, ma attualmente viene celebrato come una pietra miliare nella storia dell’Uzbekistan, secondo solo a Tamerlano. Difficile stabilire con occhi esterni quanto la propaganda influisca in tanto culto della personalità.

I Paesi dell’Asia Centrale, fatta eccezione per il Turkmenistan, hanno realizzato che il modo più conveniente per restare indipendenti sia quello di dipendere da molti, e i pretendenti non mancano. La Russia gode di un ruolo privilegiato dovuto alla rendita di posizione, essendo stata l’intera regione sotto il dominio prima zarista e poi sovietico per ben oltre un secolo. Il vincolo con Mosca è ancora forte per ragioni storiche e linguistiche, così come lo è, non sempre, la voglia di staccarsi; la verticalizzazione industriale sembra essere solo più un ricordo, ma le catene di fornitura reciproca sono ancora in piedi, mentre il russo resta la lingua di riferimento per tutti. Oltre a essere mezzo di comunicazione fra le varie etnie all’interno di uno Stato, tagiki e uzbeki in Uzbekistan sovente parlano in russo fra loro, è soprattutto indispensabile fra i vari Stan ex sovietici, dal momento che l’inglese è parlato da un’esigua minoranza. La vicinanza, invece, se da un lato può porre legittimi dubbi di ordine strategico, dall’altro non offre molte alternative data la lontananza dai cuori pulsanti del mondo. La Cina, nonostante confini montani poco agevoli, allunga i suoi tentacoli economici sfruttando la debolezza dei Paesi, attingendo materie prime dove possibile. La strada che collega il Torugart Pass a Biškek è un susseguirsi di camion cinesi che scendono carichi di auto e beni di ogni genere, non solo per il Kirghizistan ma anche verso il Kazakistan e la Russia; al tempo stesso non dispone di sufficiente fiducia strategica, poiché troppo vicina. Se il dragone punta direttamente alla conquista economica, gli arabi partono da distante ma più solidamente, mirando alle anime dei fedeli tramite generosi finanziamenti per la costruzione di moschee, madrase, ma anche opere di carattere sociale. In prima fila ci sono Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, poco interessati alle dinamiche di import-export, molto di più al soft power che consente loro di acquisire preziosi alleati iniziando dalla base sociale. Nell’elenco dei pretendenti a giocare un ruolo attivo non può mancare la Turchia, facendo leva proprio sul fattore della turcofonia. L’assertività della Patria Blu non poteva di certo trascurare quelli che vengono considerati i fratelli sfortunati, usciti da lunghi anni di dominazione e da riportare all’interno del recinto panturco, forti dell’empatia parenterale che origina proprio dall’Asia Centrale, e ancora oltre in Siberia, e si estende agli odierni abitanti dell’Anatolia. In parallelo l’Iran blandisce il Tagikistan, unico Paese di lingua e cultura persiana. A Erdogan non può che sembrare vero che popolazioni di cultura e lingua turcofona siano orfane e potenzialmente disponibili a un intenso dialogo con una nazione che sentono parente stretta. Con limitata approssimazione si può affermare che, se la Cina punta alle relazioni politico-commerciali e gli arabi passano attraverso il canale spirituale, meno immediato ma più stringente, la Turchia va alla ricerca degli antichi legami che contemperano entrambi gli aspetti precedenti, pur non potendo mettere sul banco le finanze di cui dispongono invece i cinesi. L’Occidente invece non gode di particolare fama a queste latitudini; in particolare gli Stati Uniti soffrono della pessima propaganda di epoca sovietica che viene oggi perpetuata dalla Russia. Gli americani vengono normalmente visti quale potenza egemone, gli europei succubi del loro protettore e incapaci di svincolarsi dalle sue trame.

Siamo anche a un crocevia linguistico, con l’alfabeto che è passato dall’arabo al cirillico all’inizio del secolo scorso e di fronte ad attuali tentativi di passare al latino, peraltro con scarso successo al momento. Il cinese, per ora, rimane confinato oltre la catena del Tian Shan.

La malattia congenita dell’Asia Centrale resta proprio nella sua posizione periferica, legata a un’orografia poco conciliante, alte montagne a sud e il niente a nord, e alla lontananza dai mari. Come nota statistica va detto che l’Uzbekistan insieme al Liechtenstein è uno dei due Paesi al mondo senza doppio sbocco sul mare; significa che né l’Uzbekistan né i Paesi confinanti hanno sponde su mari aperti o oceani. Le nuove Vie della Seta, BRI, contribuiranno a diminuire la marginalizzazione, ma saranno più utili a mettere la regione al centro dal punto di vista strategico prima ancora che logistico.

La delicata situazione attuale impone alle repubbliche dell’Asia Centrale un equilibrismo diplomatico sui vari temi di politica internazionale. Prendere apertamente posizione contro la Russia sull’Ucraina significherebbe, ad esempio, mettere a rischio di rimpatrio i 3 milioni di lavoratori uzbechi nella Federazione, con ammanco delle sostanziose rimesse e incremento della disoccupazione dovuta al rientro. Per contro recentemente si è assistito a un fenomeno migratorio in senso inverso, dove giovani russi hanno raggiunto Tashkent e altre metropoli per sfuggire alla mobilitazione voluta dal loro governo in seguito alla guerra in Ucraina. Il fenomeno si è poi affievolito man mano che alcune categorie sono state esentate, ma l’evidenza è ancora riscontrabile nell’alto costo degli affitti, non del tutto scemato ai nostri giorni pur essendo rientrati i soggetti non toccati dal reclutamento, ad esempio tecnici informatici ecc. L’immigrazione ha anche riguardato gli ucraini in fuga dalla guerra e alcuni, anche dal reclutamento forzato. Il governo uzbeko ha subito dichiarato la sua neutralità vietando manifestazioni tanto da una parte che dall’altra e proibendo l’esibizione di bandiere anche da balconi privati. Un equilibrio difficile da mantenere anche nei confronti degli altri Paesi indirettamente belligeranti. Lo scorso mese di marzo il Segretario di Stato americano Blinken si è recato in visita a Tashkent e ha detto che l’Uzbekistan, con i suoi 36 milioni di abitanti, è un Paese importante e pertanto deve prendere posizione schierandosi. Il presidente Mirziyoyev ha risposto che avrebbe fatto il volere del suo popolo, non senza una certa enfasi demagogica, ma in sostanza non si è schierato in favore delle sanzioni. Oltre al tema delle rimesse degli emigrati in Russia, l’Uzbekistan ricava preziosa valuta dal turismo russo impossibilitato ad andare in Europa e altrove, nonché dal considerevole business delle triangolazioni di prodotti sotto sanzione. Le merci arrivano in Turchia o tramite la Polonia, vengono piombate, attraversano la Russia via camion o ferrovia e arrivano in Uzbekistan; da qui rientrano regolarmente in Russia. Proprio a Tashkent abbiamo visto un gruppo di camion bielorussi fermi in prossimità del Chorsu: il dubbio che non fossero lì per consegnare prodotti destinati al bazar pare più che legittimo.

Mirziyoyev ha attuato una serie di riforme volte ad aprire il Paese al mondo, allentando la morsa poliziesca, favorendo il turismo anche tramite l’eliminazione dei visti per molti Paesi, cercando di emanciparsi dal giogo del cotone, che costava sanzioni imposte dai Paesi occidentali, riformando il fisco, normalizzando i rapporti con i Paesi confinanti tramite la ricerca di compromessi territoriali. Cenni di liberalizzazione si riscontrano anche in certi dettagli, quali la possibilità di fotografare gli splendidi interni delle stazioni della metropolitana di Tashkent, prima ritenuti obiettivi sensibili. La valle di Fergana è tradizionalmente conservatrice e l’interpretazione dell’islam è particolarmente ortodossa, ma in questi tempi sembra che le derive fondamentaliste non rappresentino un pericolo. Certo il ritorno al potere dei talebani nel confinante Afghanistan è un latente quanto rischioso fattore di contagio. Il governo sta valutando l’ipotesi di vietare il velo per combattere e prevenire una visione integralista della religione, peraltro poco radicata.

In passato Karimov aveva atteggiamenti bellicosi, inviando nottetempo forze speciali a conquistare appezzamenti di terreno immediatamente seguiti da operai per stendere il filo spinato; il giorno successivo i kirghisi si trovavano di fronte a una frontiera spostata e avevano difficoltà a riconquistare il terreno occupato a causa delle minori forze militari a disposizione. Gran parte dell’esercito kirghiso è costituito da non professionisti e in caso di incidenti di confine la repressione uzbeka era sproporzionata rispetto alle perdite subite. In seguito la normalizzazione dei rapporti con il Kirghizistan è passata tramite la concessione e lo scambio di piccoli territori. Degli kirghizi, un uzbeko ci dice essere gente nomade, non facile; ma sarebbe stato anomalo sentire commenti favorevoli sui vicini di casa. Ancora ai tempi di Karimov qualche concessione reciproca e diritti di passaggio verso le exclavi avevano migliorato i rapporti, evitando che i militari kirghizi effettuassero controlli minuziosi ai posti di confine rendendo di fatto quasi impossibile il raggiungimento delle città circondate dal loro territorio. In tempi più recenti l’Uzbekistan ha ceduto appezzamenti di pianure disabitate ma coltivabili avendo in cambio territori montani ricchi d’acqua per irrigare le aride terre nazionali. Esistono ancora contenziosi marginali col Tagikistan ma sembrano essere di minore portata.

Itinerario

Giorni di viaggio

Tashkent
Giorno 2 1 gallerie

Tashkent

La capitale dell’Uzbekistan, moderna e interessante

Tashkent e Khiva
Giorno 3 1 gallerie

Tashkent e Khiva

Visita di Tashkent, l’esperienza del plov e si vola a Khiva per la visita notturna

Khiva
Giorno 4 1 gallerie

Khiva

Khiva, in un’oasi fondamentale sulla via della seta

Da Khiva a Bukhara
Giorno 5 1 gallerie

Da Khiva a Bukhara

Infinite steppe fra Khiva e Bukhara, poi la perla religiosa dell’Uzbekistan

Bukhara
Giorno 6 1 gallerie

Bukhara

Visita di Bukhara, profusione di moschee, madrase e minareti

Da Bukhara a Samarcanda
Giorno 7 1 gallerie

Da Bukhara a Samarcanda

Treno veloce verso Samarcanda e finalmente il sogno si materializza

Shahrisabz
Giorno 8 1 gallerie

Shahrisabz

La città natale di Tamerlano

Dall’Uzbekistan al Kirghizistan
Giorno 9 1 gallerie

Dall’Uzbekistan al Kirghizistan

Colazione a Samarcanda, pranzo a Tashkent e cena a Biškek in Kirghizistan

Outback kirghiso
Giorno 10 1 gallerie

Outback kirghiso

Da Biškek attraverso le prime montagne kirghise, verso un luogo di pace

Alti pascoli e mandrie
Giorno 11 1 gallerie

Alti pascoli e mandrie

Fra il nero del carbone, il bianco delle pecore ed il blu del lago Song Köl

A sud, verso la Cina
Giorno 12 1 gallerie

A sud, verso la Cina

L’alba dalle yurte sul Song Köl, il remoto caravanserraglio di Tash Rabat

Al cospetto del Tien Shan
Giorno 13 1 gallerie

Al cospetto del Tien Shan

Lontano da ovunque, il paradiso esite e si trova a Köl Suu

Il lago Köl Suu
Giorno 14 1 gallerie

Il lago Köl Suu

Il blu cobalto di un lago che sa toccare le corde dell’anima

Eagle hunting e Issyk Köl
Giorno 15 1 gallerie

Eagle hunting e Issyk Köl

Insieme ai cacciatori con le aquile, il secondo lago di montagna più grande del mondo

Skazka Canyon
Giorno 16 1 gallerie

Skazka Canyon

I caldi colori del canyon delle fiabe, lo sfondo del lago Issyk e il rientro a Biškek

Almaty in Kazakistan
Giorno 17 1 gallerie

Almaty in Kazakistan

La città delle mele nel giorno del suo compleanno

IT

Commenti

0 approvati

Nessun commento approvato per questa lingua.