Giorno 5

Da Khiva a Bukhara

Infinite steppe fra Khiva e Bukhara, poi la perla religiosa dell’Uzbekistan

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Da Khiva a Bukhara

Da Khiva a Bukhara

Lo sviluppo dell’Uzbekistan passa anche dalla rete ferroviaria in continua evoluzione. Le lunghe distanze vengono accorciate grazie a treni puntuali, affidabili e veloci. Ed anche economici: ad esempio una tratta di 300 km ad oltre 200 km/h costa appena 7 €. Ma da Khiva bisogna ancora andare a Urgench e da qui a Bukhara; optiamo per un taxi prenotato tramite l’hotel, partiamo di buon’ora e copriamo i 450 km in poco più di 6 ore con un paio di fermate in punti significativi. Appena usciti da Khiva attraversiamo una zona verde, coltivazioni di cotone, mais, riso, campi di frutta e serre. Man mano che ci allontaniamo, scopriamo come Khiva e dintorni debbano la loro esistenza esclusivamente al fiume Amu Darya, le cui acque scendono dalle montagne di confine, in congiunzione con Tagikistan e Afghanistan. Attraversiamo il fiume su un ponte in ferro, la strada condivide il percorso sovrapponendosi alla ferrovia di traffico locale e pochi km dopo inizia il deserto dove solo la striscia d’asfalto riesce a rompere la monotonia. Almeno fino a quando il paesaggio non viene spezzato in modo inconsueto da bacini acquiferi probabilmente formati dal fiume stesso, in prossimità del confine con il Turkmenistan. Appaiono quasi come un miraggio in un contesto dove crescono a malapena degli arbusti; è scenicamente interessante il fatto che la posizione dominante dall’alto di una collina apra su una vista a perdita d’occhio. Lungo la tratta s’incontrano molti lavori in corso per allargamenti, i disagi sono evidenti ma è un segno altrettanto evidente dello sviluppo del Paese. Incontriamo anche frequenti posti di blocco: si viene fermati ogni volta, nessun agente si avvicina e dopo circa un minuto si riparte come se niente fosse. Pranziamo in uno dei rari autogrill presenti in questo angolo remoto e selvaggio, arrivando finalmente a Bukhara nel primo pomeriggio. Qualche decina di km prima iniziano a vedersi campi coltivati soprattutto a cotone e i terreni vengono irrigati come si trattasse di riso; facciamo così la prima conoscenza con questo prodotto così familiare ma del quale non avevamo mai visto la pianta. Vediamo anche alcune aziende con doppia bandiera turca e uzbeka a significare la stretta collaborazione fra Paesi turcofoni. Inoltre si vedono campi di cereali, frutteti e verdure, in un contesto reso lussureggiante dall’abbondanza di acqua.

Porta imponente con decorazioni in mattoni blu e oro in Uzbekistan.

Arrivo nel quartiere del Lyabi-Hauz

Sulle prime l’hotel sembra chiuso, tende tirate a non lasciar filtrare la luce del sole e nessuno alla reception. Alla fine arriva una ragazza che non comprendiamo se sia muta o semplicemente non parli inglese: a gesti ci consegna le chiavi, andiamo nella camera splendidamente arredata in stile locale. Pare di essere in un piccolo museo, con letto sopraelevato a baldacchino, tappeti e una parete ricoperta da soprammobili di vasellame. Siamo pronti per andare alla scoperta di questa città, capitale dell’omonimo emirato fino alla conquista zarista avvenuta nella seconda metà dell’Ottocento. È anche uno scrigno di tesori della religione islamica, ben restaurati ma meno risaltati di Khiva o Samarcanda. Con una camminata di 15 minuti siamo nel nucleo urbano dove su un lato si trova la Khanaka di Nadir Divanbegi prospiciente il Lyabi-Hauz, una delle poche vasche sopravvissute all’interramento avvenuto a metà del secolo scorso per ridurre le frequenti malattie conseguenti all’insalubrità dell’aria provocata dall’acqua stagnante. Attualmente sui suoi bordi sorgono bar e ristoranti di ogni genere a disturbare la serenità ombreggiata che lo contorna. Sul lato opposto sorge invece la Madrasa Nadir Divanbegi, caratteristica per i due pavoni raffigurati, il cui becco converge verso il culmine dell’arco, effigi proibite dalla dottrina islamica che non ammette rappresentazioni umane o animali. Ma l’islam dell’Asia Centrale non viene interpretato alla lettera e la passione dei suoi abitanti per la vodka lo conferma. Basta attraversare la strada per ritrovarsi al cospetto di un’altra bella madrasa, quella di Kukeldash, al cui interno ci sono belle esposizioni di tappeti in vendita. A questo punto ci rechiamo a un chiosco ATM per ritirare valuta locale, ma scopriamo che non gli piace la Mastercard, o forse gli piace troppo, e se la trattiene. Con una certa apprensione chiamiamo i numeri indicati vicino allo schermo, non certi che qualcuno risponda e in quale lingua. Invece troviamo una gentile signorina che fornisce le indicazioni utili per chiamare un altro numero dal quale avremo conferma che domani mattina possiamo passare a ritirarla: dovremo solo risentirci per concordare l’orario. Avendo fatto tutto il possibile, fiduciosi ma senza alcuna certezza, blocchiamo temporaneamente la carta e proseguiamo a piedi per la visita del fotografico Char Minar Madrasa, un po’ decentrata e raggiungibile attraversando un quartiere popolare: spiccano i quattro minareti che in realtà sono torri, su una delle quali è stato posizionato un nido di cicogne, idea simpatica per unire il bello dell’arte con un richiamo alla natura. Sotto il porticato nelle vicinanze si trova un piccolo bazar di anticaglie dell’epoca sovietica: divise, quadri dei grandi capi dell’URSS, spille e foto di ogni genere. Roba per nostalgici del regime ma anche per amatori in cerca di qualche gadget inconsueto.

Gli hauz di Bukhara
Queste grandi vasche urbane non erano un semplice abbellimento: per secoli hanno rappresentato una riserva d’acqua e un punto vitale della città. Quando le hanno interrate, Bukhara ha perso qualcosa del suo volto antico ma ci ha guadagnato in salute pubblica.

Rientriamo in centro per cena, così siamo già in zona per vedere l’illuminazione notturna, bella ma ci attendevamo qualcosa di più in questa parte della città. Altra cosa sarà domani sera con la zona di Kalon. Ormai stanchi rientriamo nella bella stanza riservata al boutique hotel, del quale conserveremo un bel ricordo solo per questa ragione, dal momento che il personale lascia alquanto a desiderare.

Pernottamento
5 settembre – Bukhara – Goldenbukhara boutique hotel

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