Giorno 2
Tashkent
La capitale dell’Uzbekistan, moderna e interessante
Arrivo a Tashkent
Nonostante avessimo scelto una zona tranquilla e appartata, il sonno sulle panchine dell’aeroporto di Istanbul non risulterà particolarmente conciliante. Ma le ore trascorrono, si riesce a riposare e a convincere il fisico che le sue ore di sonno, in qualche modo, le ha avute. Al momento della partenza iniziamo a vedere i primi personaggi tipici dell’Asia Centrale: qualche anzianotto dalla parvenza campagnola, fisico smilzo, baffi e zucchetto in testa, accompagnato da signore di taglia abbondante e talvolta con indosso il chador. Altri soggetti presentano lineamenti mongoli, arabi, fino a tratti somatici tipicamente orientali; gli unici visi pallidi siamo noi occidentali. Saranno 4h30’ di volo trascorse a bordo di un Boeing 737, tranquille, e quando atterriamo nella capitale uzbeka ci facciamo trovare pronti all’appuntamento. Fin dall’inizio tutto scorre nel migliore e più efficiente dei modi: timbro sul passaporto senza particolari code o difficoltà, non serve il visto, cambiamo euro in som uzbeki e acquistiamo una sim locale della Beeline da 12 Gb per nemmeno 4 euro. Recuperiamo un taxi e ci rechiamo nell’hotel prenotato in zona tranquilla ma a distanza accettabile per camminare verso il centro. Anzi, l’idea di sgranchirci le gambe dopo tante ore di immobilità è perfino gradevole; anche percorrere gli ampi viali residenziali serve a fornirci un primo contatto con Tashkent. Una metropoli con storia antica e recente, industriale ma dall’apparenza vivibile e vitale. Vediamo fin da subito che le insegne sono soprattutto in cirillico ma non mancano i caratteri latini, cosa del tutto assente in Kirghizistan; i negozi espongono anche prodotti adatti a una classe borghese emergente, basti come esempio quello della Tecnogym, non destinati unicamente a colmare le esigenze strettamente necessarie della vita. Similmente alle capitali dell’Est Europa, le arterie che portano al centro sono grandi viali alberati a più corsie, volutamente così per farvi passare i carri armati in caso di rivolte. Pur essendo ormai a fine estate ci sono ancora 30 °C e Tashkent presenta una vegetazione lussureggiante, tanto da apparire inconciliabile con le scarse precipitazioni e gli inverni non particolarmente miti. Il sistema pubblico d’irrigazione è però presente ovunque ed evidentemente le fonti di approvvigionamento non mancano. Le architetture variano dai palazzi squadrati in stile sovietico, detto anche brutalista, fino alle raffinate moschee o madrase ricoperte di maioliche e decorazioni preziose. Gli stessi edifici pubblici, le banche e gli hotel di recente costruzione vengono concepiti con forme possenti, massicce, a manifestare una solidità imperiale, dove a dominare sono l’acciaio, il vetro e gli angoli retti. Con una passeggiata lungo la Navoiy Shoh Ko’chasi possiamo vedere un po’ di quotidianità e raggiungiamo la zona centrale superando il corso d’acqua che attraversa la città. In un parco lussureggiante, tale da sembrare primaverile, si trova il monumento commemorativo dei 400.000 uzbeki caduti nel corso della Seconda Guerra Mondiale: due corridoi aperti punteggiati su un lato da belle colonne in legno, tipiche dello stile locale, mentre sull’altro si trovano le nicchie al cui interno vi sono pagine metalliche con incisi i nomi di migliaia di giovani. Al fondo, quasi a voler unire le due ali di questo piccolo parco della rimembranza, c’è la fiamma perenne sormontata dalla statua della Madre Piangente, una figura bronzea di donna chinata in segno di sofferenza. Seguendo il parco ci spostiamo verso il Monumento dell’Indipendenza, con i suoi grandi spazi e i bei giochi di fontane, dietro il quale si cela, non facile da vedere, il pur grande Palazzo Presidenziale; transenne e guardie sbarrano il passo. Passiamo a fianco del Palazzo Romanov, l’unico rimasto in stile zarista, per arrivare alla Broadway che si sta affollando in attesa del sabato sera; è la via dei negozi e del divertimento. A noi interessa vedere il monumento equestre situato in mezzo al verde di una bella piazza con lo sfondo dell’Hotel Uzbekistan; quello che oggi non esiteremmo a definire un ecomostro in epoca sovietica era l’hotel frequentato dalla nomenklatura, dove al settimo piano stazionava in permanenza un ufficio del KGB e, se i suoi muri potessero raccontare, ci sarebbe da restare allibiti e probabilmente si renderebbe necessario riscrivere molti libri. In verità quei muri, se non hanno parlato, avranno sicuramente ascoltato, visti i giochi di spionaggio che l’hanno visto come teatro. La statua equestre di Tamerlano e il simbolo del regime sovietico disarcionato condividono lo stesso cielo a poca distanza, ma, a parte qualche turista e alcuni caratteristici anziani intenti a giocare a scacchi sulle panchine, pare che a pochi interessino le vicende storiche legate a questo momento: il sole sta calando, le luci stanno per accendersi ed è ora di godere il divertimento che un minimo di benessere affiorante inizia a garantire agli abitanti della capitale. La Broadway pullula di venditori e attrazioni, come un luna park disteso lungo la via; alcuni turisti occidentali si mescolano ad altri di origine asiatica, ma la maggioranza è costituita da locali in cerca di una passeggiata in centro con i bambini. Anche se è ancora presto, dopo lo spuntino mangiato in volo cerchiamo un ristorante dove gustiamo i dolma, agnello tritato avvolto in foglie di vite, e qualche spiedino destinato a diventare familiare nella nostra dieta uzbeka e non solo. Come dolce, la bakhlava non sarà originaria del posto ma hanno imparato a farla molto bene.

La metropolitana di Tashkent
Non è ancora tardi ed è il momento di immergersi nella metropolitana per vedere le più belle stazioni decorate a tema: scegliendo selettivamente le cinque più interessanti riusciamo a ricavarne un quadro decisamente positivo, anche se siamo ancora distanti dallo sfarzo che si può vedere a Mosca. Del resto va tenuto presente che quella era la capitale dell’Impero, mentre Tashkent è stata la capitale di una delle Repubbliche Sovietiche. Rimane aperta la domanda su come i russi avessero tanto a cuore l’aspetto artistico ed estetico delle fermate della metropolitana. All’ingresso alcuni poliziotti dall’aria svogliata di tanto in tanto controllano il contenuto delle borse, ma francamente potrebbe passarci di tutto. Finalmente è caduto il divieto di scattare foto e in generale si respira un’aria più tranquilla grazie all’affievolimento del rischio di attentati da parte di estremisti islamici. Al fondo delle scale mobili che conducono alle banchine, gentili digiurnaja di ogni età controllano che tutto fili liscio e sono ben disponibili ad aiutare in caso d’incidente o bisogno, casi rari a verificarsi ma utili per distribuire qualche stipendio minimo. I treni sono puliti, ordinati e la gente che frequenta la metro ha un atteggiamento decisamente civile. Scendiamo infine alla Xalqlar Do’stiligi, dalla quale in una decina di minuti raggiungiamo l’hotel per una meritata dormita, dopo la scomoda notte nello scalo turco.
In città vediamo fin da subito i tolleranti contrasti fra donne di ogni età, alcune con indosso il chador e le giovani vestite con jeans e maglietta. Va detto e rimarcato come in Uzbekistan i giovani abbiano buon gusto nel vestirsi: anche in abiti semplici, conservano il decoro e non inseguono mode estroverse. I ragazzi usano jeans o pantaloni a tubo con una camicia che esce fuori dai pantaloni stessi, mentre le ragazze sfoggiano abiti con gonne lunghe a motivi fantasiosi insieme a magliette anche scollate; un modo di vestire semplice e tendente all’occidentale. Sembra di tornare ai nostri anni ’70, quando l’aspetto esterno costituiva parte del biglietto da visita di una persona. Da quelle parti indossare jeans sdruciti è appannaggio solo di chi non ha i mezzi per acquistarne di decenti. Gli anziani portano uno zucchetto o altri cappelli tipici dell’Asia Centrale, anche come simbolo di orgoglio, essendo cresciuti in un’epoca in cui la loro cultura veniva annichilita, se non oppressa, dall’egualitarismo di stampo sovietico. Tashkent e la valle di Fergana sono zone dove il concetto religioso è più pregnante, quindi si vedono più donne con l’hijab.
I larghi viali che iniettano veicoli nel centro cittadino consentono un flusso regolare al traffico abbastanza intenso. Tutti i semafori mostrano il conto alla rovescia per indicare quanto manca al prossimo colore, un servizio utile tanto per gli autisti quanto per i pedoni. Particolarmente simpatica è la figura dell’omino in verde che simula l’attraversamento e accelera il passo quando sta per scattare il rosso per i pedoni.
Prime impressioni di Tashkent
Dopo un primo giro risulta difficile identificare la città secondo schemi già visti: presenta tratti occidentali nelle vetrine ma ci si rende subito conto di vivere un contesto diverso; nel contempo non si percepisce di essere in Asia nel senso più immediato e stereotipato che siamo abituati a immaginare. I monoliti edilizi di stampo comunista contrastano fortemente con le morbide curve disegnate da cupole e costruzioni religiose, le quali riecheggiano stili arabi o persiani. Riesce pertanto difficile contestualizzare questa parte di mondo all’interno dei classici cliché con cui siamo abituati ad accostare razze e culture.
IT
Commenti
0 approvati










