Khiva, città-museo nel deserto
Giornata interamente e intensamente dedicata alla visita di Khiva, e ne vale ogni minuto speso. Nascosta nel profondo del deserto, l’antica città museo è autentica, anche se a prima vista non lo sembra poi tanto, e spettacolare.
Mattina a Khiva
Prima della colazione prevista alle 8,30, dove assaggeremo il gham, una sorta di crespella, andiamo in ricognizione fotografica mentre il sole inizia a lambire i monumenti e non ci sono ancora folle di turisti in giro, solo bimbi in divisa che si recano a scuola, in un’immagine davvero bella anche dal punto di vista dello stile; in realtà durante la giornata avremo la gradita sorpresa di non incontrare il sovraffollamento temuto: i visitatori sono soprattutto uzbeki, amano farsi le foto con noi e dimostrano una vena di simpatia pur con le difficoltà di dialogo dovute all’assenza di una lingua comune; vediamo anche russi, gente proveniente dalle altre Repubbliche centrasiatiche e, in misura minore, europei. Essendo concentrata all’interno delle mura, la distanza da coprire a piedi non è particolarmente lunga ma i siti da visitare sono molti. Per la verità, dopo esserci recati alla porta occidentale per acquistare il biglietto valido per gran parte dei monumenti, usciamo a vedere le mura dall’esterno e qualcosa di meritevole che si trova in prossimità. Rientrati, passiamo in rassegna un gran numero di madrase e la Moschea Juma, o del venerdì, con i 213 pilastri in legno che sorreggono il soffitto: tutti di differente fattura e antichità, assomigliano in modo impressionante all’Alcázar di Cordoba, sebbene in una forma meno sfarzosa. La creazione della base in legno di una colonna richiede sedici anni: si usa legno di olmo, abbastanza frequente da queste parti e utilizzato per una serie di lavorazioni. I primi 5 anni viene lasciato a mollo dentro una sostanza, poi nello sterco di mucca e quindi nell’olio di lino. Questo per assumere una certa resistenza contro i batteri e ottenere una funzione antitarme che le consenta di durare nel tempo.
Nel corso della giornata, nonostante temperature che si aggirano sui 30 °C o poco più, visitiamo i seguenti monumenti:
- Kalta Minor Minaret
- Kuhna Ark
- Mausoleo Pahlavon Mahmud
- Palazzo Tosh-Hovli
- Islom Hoja Minaret
- Juma Masjid
- Juma Minaret
- Khorezm Memorial
- Kutlugmurad Madrasa
- Hojamberdibai Madrasa
- Ak Masjid
- Tosh Hovli Palace
- Tosh Darvoza
- Abdul Khan Madrasa
Nel girovagare all’interno dell’Ichon-Qala, ci imbattiamo in una coppia di sposi con invitati al seguito; anche nei giorni successivi ne vedremo altre in posa di fronte a monumenti storici, evidentemente si tratta di una tradizione. Le neo-mogli indossano l’abito candido simile a quanto in uso da noi, hanno la faccia ricoperta di cerone bianco da farle sembrare pallide, rossetto sgargiante e colpisce come abbiano sempre un atteggiamento serio, quasi austero, poco sorridente anche quando vengono loro scattate delle foto. A un occhio malizioso parrebbe che si tratti di nozze forzate, vogliamo sperare non sia così perché il mood è sempre lo stesso.

Facciamo conoscenza con una simpatica quanto giovane guida, la quale si avvede che parliamo italiano e si offre di guidarci a vedere un paio di siti e fornirci utili spiegazioni nella nostra lingua. Verso sera saliamo sulle mura per una passeggiata con veduta dall’alto: il sole tende ad abbandonare gli edifici color sabbia ma, prima di salutarli, li illumina con il suo calore, valorizzandone la cromaticità.
Sera a Khiva
Non resta che andare a cena nel ristorante sapientemente prenotato oggi pomeriggio: quale miglior connubio spazio-temporale se non quello di vedere il tramonto con nel piatto un delizioso shashlik sulla terrazza posta in cima al locale? L’unico inconveniente è il binomio di sensi che pretendono di avere la priorità: vista e palato si contendono la mente con immagini e gusti incontrati raramente in passato e altrettanto raramente nello stesso momento. Alla fine cala la notte, i monumenti tornano ad essere illuminati come ieri sera e i piatti si vuotano. Niente di meglio che una passeggiata a rivedere questa meravigliosa città, neanche minimamente stanchi della ripetizione. Vediamo curiose ceramiche decorative a forma di caramella in verticale che troviamo su alcuni muri: stanno a simboleggiare l’unione della famiglia e derivano dalla cultura zoroastriana.
Per evitare che le costruzioni a base di fango argilloso e paglia si inumidiscano e si sgretolino, vengono messe delle traverse di legno per evitare che la salinità del terreno possa intaccarne la solidità. Le temperature in inverno scendono anche sotto i -25 °C e piove pochissimo; di conseguenza l’acqua viene considerata un bene prezioso e deriva da canalizzazioni che la fanno giungere dall’Amu Darya. Dovendo ottimizzare la risorsa esistono, o sarebbe meglio dire in passato venivano utilizzate, delle cisterne sulle quali venivano appoggiati dei sacchi in modo che, specialmente di notte, producessero condensa, la quale scendeva sul fondo formando un piccolo bacino.
Come tutti gli altri regnanti il khan disponeva di 4 mogli e 40 concubine: la prima moglie veniva scelta dalla famiglia, la seconda e la terza dai notabili e dagli ambasciatori, soltanto la quarta era di elezione del khan e viene intuitivo comprendere come questa fosse la preferita. I figli delle mogli diventavano regnanti o comunque godevano di un titolo nobile, mentre i figli avuti dalle concubine andavano a studiare nelle madrase per avere un ruolo eminente, per quanto all’esterno della famiglia reale. Per accedere a un’udienza col khan di Khiva potevano servire due o tre anni di attesa; in questo modo l’ospite poteva imparare le buone maniere per approcciarsi al sovrano e acquistare gli abiti per l’appuntamento.
Khiva restaurata e sospesa nel deserto
Khiva è una di quelle città che non si possono dimenticare facilmente: raccolta fra le spesse mura, distante da ogni luogo, storica come poche altre, leggendaria per la Via della Seta e la tratta degli schiavi, e si potrebbe ancora andare avanti. I restauri l’hanno rimessa più che a nuovo, questo potrebbe essere l’unico difetto riscontrabile. Si potrebbe dire che i lavori siano stati fatti più a uso e consumo dei turisti che come reale rappresentazione della Khiva storica. I compromessi sono sempre difficili da trovare e in questo caso l’occhio ha decisamente la parte vincente.
Scopriamo che la regione a nord, il Karakalpakstan, sia abitata da un’etnia diversa e che la legge consenta agli abitanti di poter chiedere un referendum, dove una maggioranza assoluta concederebbe l’indipendenza. Per evitare questa eventualità il governo offre condizioni molto vantaggiose a chi voglia trasferirsi altrove e al tempo stesso non disdegna se uzbeki etnici si trasferiscono nella regione.
IT
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