Giorno 10

Outback kirghiso

Da Biškek attraverso le prime montagne kirghise, verso un luogo di pace

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Outback kirghiso

Da Biškek a Kyzyl-Oi

Ieri sera abbiamo acquistato qualche wurstel e dell’ottimo formaggio che consumeremo in camera. Dopo colazione incontriamo la funzionaria del CBT (Community Based Tourism) per dare inizio al tour, facciamo conoscenza dell’autista russo alla guida di un van con volante a destra e in circa un’ora siamo pronti per partire. Lasciamo la città in direzione sud, con un paio di fermate per fare scorta di carburante, acqua e snack. Quando siamo ormai nella periferia di Biškek vediamo un enorme assembramento di vetture, come se ci fosse un evento straordinario; scopriremo invece trattarsi di un mercato delle auto dove gli abitanti della capitale convergono per vendere e acquistare vetture nella speranza di trovare qualcosa di meglio, nel contesto di un panorama decisamente poco invitante. Imbocchiamo la dritta strada nazionale, caratteristica assai frequente da queste parti, che porta verso il confine kazako e dopo qualche decina di km svoltiamo verso sud, dove l’entroterra kirghiso ci attende. La strada costeggia il fiume sul fondovalle per poi iniziare a salire, è larga e incontriamo molti camion in lentissima discesa; ogni tanto qualcuno è fermo in attesa di riparazioni, altri sono carcasse uscite di strada e lasciate lì, cadaveri metallici dimenticati. Arriviamo al colle Too Ashuu, situato a 3.180 m; uno stretto e inquinato tunnel lungo tre km ci porta sull’altro versante, che si apre su un’ampia vallata al fondo della quale c’è una locanda dove pranzeremo: è decisamente caratteristica, sostanzialmente frequentata da gente del posto in transito. Ci sono alcuni Sprinter di prima generazione parcheggiati e usati come mashrutka, sparano fuori i passeggeri per la pausa, mentre l’autista controlla che i livelli siano a posto, almeno quelli, quindi ripartono in direzione di Biškek o Osh. Questa arteria porta nella valle di Fergana, contornando catene montane e confini non sempre amici.

Mashrutka
Da queste parti la mashrutka non è solo un mezzo di trasporto.
Un fiume scorre attraverso un paesaggio montano arido in Asia Centrale.

Da qui parte una deviazione nella Suusamyr Valley su strada sterrata e sostanzialmente sarà così per tutta la settimana; il fiume Karakol è sempre al nostro fianco, c’è gente che fa rafting, altri pescano. Ci fermiamo per vedere un monumento storico, alquanto strano in un tale contesto naturale: è una yurta costruita con la malta, dove apparentemente visse Kojumkul, gigante realmente vissuto fra fine ’800 e la metà del ’900, dotato di una forza tale da diventarne mito nazionale. Un nuvolone appare all’orizzonte, scarica pioggia e si dissolve proprio mentre, a metà pomeriggio, arriviamo nel paesino di Kyzyl-Oi dove trascorreremo la notte in una homestay. L’alloggio è confortevole e pulito, la signora che ci accoglie ovviamente non parla inglese ma non cerca nemmeno l’empatia con dei sorrisi; è il loro modo di fare, ma si premurano di non far mancare nulla, pertanto va bene così. Nel villaggio non c’è niente di turistico ed è proprio per questo che risulta interessante passeggiare lungo l’unica e poco trafficata strada che lo taglia in due: di tanto in tanto passa una vecchia Audi 80 o una Mercedes 190 fumante con qualche contadino a bordo. Poco distante scorre il fiume dalle acque limpide, possiamo appena immaginare come sia in primavera allo scioglimento delle nevi. Curiosiamo nei cortili delle piccole fattorie per farci un’idea della vita rurale: i fienili sono già stati riempiti in vista della stagione invernale, che non dev’essere particolarmente calda anche per la posizione sul fondo della valle; gli orti sono ancora pieni in attesa dell’ultimo raccolto, qualche massaia gira indaffarata prima che il buio investa il paese. Vita normale, non particolarmente allegra, non ce ne sono nemmeno i motivi. L’unica fonte di spensieratezza arriva dal campo da calcio, ben allestito con erba artificiale, dove ragazzini chiacchierano fra una partitella e l’altra. Partecipo a una partita improvvisata; a differenza degli adulti riescono a dire qualche parola d’inglese pur avendo poco più di 10 anni. È un’occasione simpatica per interagire con la parte più interessante della società locale. La stanza della guesthouse è ricavata in una casetta che ne contiene altre per gli ospiti, anche se stasera ci siamo solo noi. Quando si entra bisogna togliersi le scarpe nel rispetto dei tanti tappeti presenti. Una delle stanze è adibita a refettorio, non capiamo se la casa sia stabilmente ad uso degli ospiti o se nei lunghi inverni ci abitino i proprietari, che ora dimorano in una più semplice, proprio di fronte. La cena è discreta, anche se modesta: mangeremo meglio nelle prossime sere pur trovandoci in zone più isolate. A seguire chiacchieriamo con l’autista, gli smartphone prendono bene la rete locale e non risulta difficile dialogare tramite il traduttore vocale di Google. Ha punti di vista non proprio coincidenti con i nostri, ma la situazione ci porta a comprenderlo anche se non a condividerlo. Russo nato in Kirghizistan, da 30 anni si trova a vivere da straniero nel suo Paese. Se prima i russi rappresentavano la classe dominante un po’ in tutti i sensi, gli ordini politici arrivavano da Mosca, i posti di lavoro specializzati erano loro appannaggio, ecc., adesso vengono sovente considerati come corpi estranei e tollerati a malapena. Molti se ne sono andati dopo il crollo del regime, approfondendo ulteriormente il solco con i kirghizi etnici. Rimpiange pertanto i tempi dell’Unione Sovietica, quando tutti erano uguali, avevano un lavoro e non c’era arrivismo. La colpa di tutto ciò è da imputare agli Stati Uniti e in parte all’Europa, rea di essere troppo accondiscendente e poco autonoma dal parente americano. Ne emerge un quadro in cui l’Occidente risulta fragile soprattutto per aver perso le basi della propria cultura e i principi che lo caratterizzavano, finendo per non essere più sé stesso. Durante l’occupazione in Afghanistan, gli USA hanno favorito la proliferazione di fabbriche di eroina, affinché tramite il Kirghizistan finisse anche in Russia, questo sia per motivi economici che politici. Inoltre il rischio islamico viene percepito come silente ma elevato, il che potrebbe solo apportare ulteriori difficoltà alla popolazione di origine russa, e non solo con il divieto di bere vodka. L’indipendenza delle Repubbliche asiatiche ha portato corruzione, capitalismo sfrenato e ingiustizie che hanno colpito i ceti più vulnerabili. Eravamo al corrente che Soros ha finanziato l’educazione scolastica, ma a suo parere ne ha influenzato il pensiero degli studenti, finendo per fare dei disastri.

Il nostro autista è stato ingegnere riparatore di apparecchiature medicali di produzione europea per conto di un’azienda svizzera. Ha lavorato in due ospedali per bambini a Biškek e in uno a Jalalabad. È stato in Europa, a Stoccolma, Anversa e Bruxelles, ma non intende tornarci; nemmeno in Germania, dove suo figlio abita a Francoforte. Ha invece una figlia che vive a Mosca.

Lunga e piacevole chiacchierata, anche se non sempre condivisa, e forse, proprio per questa ragione, più formativa. Fuori la notte si presenta fresca e i piumini che ci coprono durante il sonno tornano molto utili.

Pernottamento
10 settembre – Kyzyl-Oi village – Home stay

IT

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