Giorno 14

Il lago Köl Suu

Il blu cobalto di un lago che sa toccare le corde dell’anima

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Il lago Köl Suu

Mattina gelida al Kol Suu

La sveglia al mattino non è particolarmente calda, tanto che dobbiamo togliere del ghiaccio dal serbatoio che contiene l’acqua per il lavandino e sostituirla con dell’altra tiepida per lavarci la faccia.

A cavallo verso il lago Köl Suu

Dopo qualche riluttanza accettiamo di coprire il percorso che va dallo yurt camp al Köl Suu Lake a cavallo anziché a piedi. Tradizionalmente amiamo fare le escursioni camminando e specialmente in questi giorni, dove le ore in macchina sono molte, non ci dispiacerebbe fare una nuova gita dopo quella di ieri. Abbiamo però necessità di rientrare per pranzo e a quanto pare c’è più spostamento che dislivello. In tal caso l’attività di horse riding diventa conveniente, oltre che interessante, in quanto l’unico precedente in sella risale alla Mongolia, ma allora fu solo un pony per una passeggiata in piano. In effetti mi sento un po’ a disagio, non solo per il fatto di non avere ritmo fra il passo del cavallo e il mio fondoschiena. Quando iniziamo a seguire delle cenge dove l’animale deve mettere un piede davanti all’altro e sotto c’è il vuoto, la sensazione viene aggravata dal fatto di essere vincolato e seduto in alto. Il che mi rende inerme in quanto a spazi di manovra: detto in altri termini, se lui scivolasse per me sarebbe difficile non seguirlo con il conseguente rischio di rimanere schiacciato. Si rivela comunque un’esperienza interessante, consente di guardarsi attorno e oggi ne vale veramente la pena: il cielo è di un blu spaziale, le vette ghiacciate scintillano sotto il primo sole e le praterie sembrano riflettere il giallo del sole, in mezzo il torrente saltella allegro fra le pietre. Il vantaggio in questo caso è che per attraversare il corso d’acqua, profondo una ventina di centimetri, non servono ponti: con attenzione il cavallo riesce a guadare senza problemi.

Un lago turchese si trova nel mezzo di un profondo canyon montano.

Il blu del Köl Suu e il rientro a Eki Naryn

Prima del lago la salita si fa più erta e faccio più fatica a stare in groppa di quanta ne farei proseguendo a piedi; manca ormai poco e quando superiamo l’ultimo tratto un vero e proprio paradiso lacustre si apre dinanzi a noi. Alte montagne lasciano cadere vertiginose pareti di granito fin dentro il lago blu pastello. È lungo 12 km e si dipana all’interno di questo canyon, noi ne vediamo la prima parte ma siamo già più che soddisfatti. Saliamo per guadagnare una posizione dominante e attendere che l’ombra proiettata da una delle due pareti arretri per lasciare campo a una tonalità di blu più vivace. Probabilmente il colore dell’acqua può essere accostato in bellezza solo a Lake Louise e Moraine Lake sulle Rocky Mountains canadesi. Difficile stancarsi di guardare questa superficie che appare solida, tanto denso è il colore. Con immutata apprensione, risaliamo a cavallo e in discesa rifacciamo lo stesso mix di sentieri, sterrate e guadi. Alle 12:30 siamo al camp per il pranzo e poi si riparte sugli stessi 125 km percorsi ieri su sterrato, ripassando il punto di controllo passaporti e con un momento critico quando il van si ferma in discesa: su un lato c’è solo il dirupo, ma fortunatamente il mezzo riparte all’ennesimo tentativo di accensione. Notiamo poi che una gomma sembra sgonfia, così che al primo paese andiamo a farla controllare da un gommista consigliato dal giovane pastore al quale abbiamo dato un passaggio: la gonfia e per il momento siamo salvi. Arriviamo nuovamente a Naryn, con i suoi casermoni, qualche moschea, polvere e sparse anime che passeggiano; in altri 40 km andiamo a Eki Naryn, o meglio poco prima. Qui alloggiamo in una guesthouse sorprendente: è senza insegne e risulta difficile da trovare anche per il nostro autista, il quale riesce a farsi guidare a stento dal proprietario; ci troviamo in un ambiente nuovo, inaugurato a metà agosto, dove addirittura le porte delle stanze non hanno serrature. La risposta è semplice quanto disarmante: non servono, qui non ci sono ladri. Siamo in un contesto provinciale, pertanto le due cuoche indossano il velo e il titolare ha un atteggiamento padronale nei loro confronti. Lo stile è semplice in quanto ricalca l’edilizia tradizionale, con muri in malta e paglia, piuttosto che maglie di corda al posto delle maniglie e tanto bel legno intorno. Così come nelle yurte, all’ingresso ci si toglie le scarpe per sostituirle con ciabatte di feltro messe a disposizione. Mangiamo bene e conosciamo alcuni viandanti con la simpatica guida locale, scambiamo informazioni e riceviamo utili consigli di viaggio. Sembra che il Tosor Pass sia chiuso a causa delle cattive condizioni della strada dopo una pioggia recente, informazione che avevamo già ricevuto ieri e che domani ci costringerà a un detour. Ma per stasera è bello chiacchierare in inglese e venire a conoscenza di qualche briciolo di cultura e attualità sul Paese che stiamo visitando. Ci addormentiamo non tanto con la conta delle pecore, quanto rivedendo con la mente i tanti cavalli che scendevano la Ak-Say Valley per fermarsi di fronte agli steccati a sbarramento del passaggio, in attesa di venire prelevati e portati nelle dimore invernali.

Pernottamento
14 settembre – Eki-Naryn – Guest house

IT

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