Giorno 13

Al cospetto del Tien Shan

Lontano da ovunque, il paradiso esite e si trova a Köl Suu

1 gallerie 0 mappe
Al cospetto del Tien Shan

Verso il remoto Kol Suu

La luce del mattino inonda la valle con i suoi colori caldi, anche se la temperatura non può considerarsi tale; gli spessi piumoni sono tornati molto utili. Gli yak sono già al pascolo ed è ora anche per noi di fare colazione con uova, wurstel, formaggio ma soprattutto con una deliziosa marmellata di fragole e confettura di albicocche. L’anziano signore che gestisce il camp è una di quelle persone che ispira fiducia e serenità alla sola vista, parla qualcosa di francese e inglese, così almeno con lui riusciamo a scambiare qualche semplice concetto. Gli diamo un passaggio fino al primo villaggio, che si trova a una cinquantina di km, dove verosimilmente deve fare la spesa, mentre noi proseguiamo in direzione nord fin quasi a Naryn. Mentre facciamo rifornimento osserviamo un camion cinese che trasporta auto: sono delle MG, Morris Garages, brand inglese acquisito dai cinesi e segno che il Dragone riesce a dirigere i suoi tentacoli ovunque nel mondo. Deviamo verso est su strada sterrata e da qui per 125 km avremo di che sobbalzare, ma il teatro montano che si staglia vale decisamente la fatica. In realtà esiste un’altra strada che contorna il Chatyr Köl, ma sembra essere in condizioni peggiori e arriva verso il confine cinese, forse necessita di ulteriori permessi. Costeggiamo un cimitero e qui conviene brevemente descriverne qualche dettaglio: specialmente quelli più antichi presentano tombe a cupola simili a piccole moschee, purtroppo sovente sono in stato d’abbandono e gli archi implodono così da sembrare necropoli di tempi andati. Una tappa per il rifornimento bevande all’interno di un villaggio dove il cow-boy locale sta conducendo una mandria di cavalli lungo la via centrale. Altri, di ogni colore, si spostano sulle praterie in un quadro che evoca princìpi di libertà, in scene mai viste in passato di così tanti equini al pascolo. Qualche marmotta fa capolino, attenta a non farsi catturare dai rapaci. Incontriamo, e non solo qui, diversi monumenti dedicati ad animali, aquile, stambecchi, lupi, volpi, dei quali non riusciamo a capirne il significato se non in un contesto di amore per la natura, concetto tuttavia poco adatto al regime che ha governato il Paese per così tanti decenni. Capita frequentemente che la strada principale non offra buone condizioni di transito, così si vengono a creare delle piste sui lati dove la percorribilità risulta leggermente migliore. Mentre la polvere è una costante ovunque, quando si riesce a viaggiare sui 50 km/h già rappresenta un successo. Dopo una cinquantina di km si presenta dinanzi il posto di controllo dove consegniamo passaporti e permessi per la vidimazione: trovandoci in zona di confine con la Cina occorre registrare gli ingressi in modo che faccia poi da corrispettivo l’uscita alla data convenuta; si trova nel mezzo del nulla e non facciamo difficoltà a comprendere l’atteggiamento cordiale ma svogliato dei funzionari. Stranamente ci sono un paio di macchine ma in una decina di minuti otteniamo il nullaosta. Le relazioni fra Kirghizistan e Cina sembrano essere buone e pare non esistano rivendicazioni territoriali; i militari controllano le zone di confine perché nonostante le alte montagne esistono dei passi che consentono il collegamento a piedi con lo Xinjiang. La linea di demarcazione è tuttavia aperta per consentire la migrazione di animali, o più prosaicamente perché non sarebbe possibile avere un controllo continuativo ed efficace.

Cimiteri a cupola
Questi piccoli mausolei sparsi nelle praterie sembrano moschee in miniatura.
Un fiume scorre attraverso un paesaggio arido e collinare dell'Asia Centrale.

Il minivan prosegue su una strada che si fa via via più impervia, salvo distendersi nella valle dove scorre il fiume Ak Say; lo attraversiamo in direzione dei bei ghiacciai che iniziano a stagliarsi sullo sfondo. L’orizzonte adesso assume il significato più maestoso, la catena del Tian Shan si eleva fino a quote che superano tranquillamente i 4.000 m.

Lo yurt camp di stasera è gestito dalla figlia del signore incontrato al camp di Tash Rabat. Parla inglese ed è un vero piacere avere informazioni che completino il quadro di quanto stiamo vedendo. Anche oggi arriviamo un po’ tardi per l’ora canonica del pranzo ma anche alle 14:30 non disdegniamo. Mezz’ora dopo siamo pronti a partire per un’escursione che ci porterà su una cima dalla quale si gode di ampie vedute, in particolare sulla valle dalla quale siamo saliti, con il fiume che si divide in tante sfumature d’acqua a dare una sensazione di ulteriore grandezza, con sempre le nevi perenni sullo sfondo. Il prato di fondovalle è letteralmente invaso da stelle alpine e fiorellini viola che ricordano i non ti scordar di me. La vista dall’alto è memorabile, spazia dal largo fiume che si distende su tutto il fondovalle per arrivare alle vette imbiancate.

Pare che non esistano rischi particolari per gli escursionisti: i lupi cacciano animali piccoli come marmotte e volpi, mentre il leopardo delle nevi vive più all’interno ed è scarsamente visibile.

La settimana precedente è nevicato per tre giorni, seguita da una pioggia che ha rapidamente sciolto la neve al camp. Più in alto è rimasta e questo spiega il candido luccichio dei ghiacciai a fine stagione. La gestrice ci spiega che a breve smonteranno le yurte e le metteranno dentro una casetta in costruzione che fungerà da magazzino; a inizio ottobre rientreranno nella zona di Tokmok dove vivono gran parte dell’anno. I pastori resteranno in gran parte qui, dove la yurta è la loro unica casa e dove il bestiame continuerà a cercare poveri fili d’erba sotto la neve. Le pecore vanno a svernare in pianura, mentre yak e cavalli rimangono e, come i pastori, affronteranno temperature rigidissime. Gli animali cercano il lato assolato per brucare sfruttando il rapido scioglimento delle nevi su questo versante, anche se di erba da brucare non ne rimane molta. Le temperature invernali raggiungono i -37/-39 °C, anche se si è già registrato -42 °C. Un certo tipo di turismo sembra essere in crescita, tanto che vediamo diversi yurt camp in fase di espansione. Al Golden Moon camp, trovandosi in luogo veramente remoto, fanno arrivare le vettovaglie tramite il Sabyrbek camp di Tash Rabat gestito dal padre, sfruttando gli autisti che ben volentieri si prestano a dare una mano. La rete telefonica non prende e comunicano solo via radio. Rientriamo che sono passate le 18:30 e tra poco è ora di cena, con stufato di yak. Ancora quattro parole con Tursunai, la quale ci racconta di uiguri venuti per fare il mercato a Biškek e poi rimasti a causa delle restrizioni che riscontrano in patria. Suo nonno aveva 9 figli e faceva il pastore, li ha fatti studiare ma sono ancora legati ai loro posti. Le donne della valle di Fergana cercano di venirsi a sposare nel nord perché ci sono meno condizionamenti religiosi e sociali. A Kashgar sembra che abbiano chiuso le moschee. Nel villaggio dove vive Tursunai quando era piccola non c’erano moschee, ora ce ne sono tre, ma operano nel rispetto e nella libertà tanto per i loro fedeli che per il resto della popolazione.

Sta facendo tardi e ci rintaniamo dentro i piumini per un’altra nottata che si annuncia fresca.

Pernottamento
13 settembre – Kol-Suu lake – Yurt camp

IT

Commenti

0 approvati

Nessun commento approvato per questa lingua.