Giorno 17

Almaty in Kazakistan

La città delle mele nel giorno del suo compleanno

1 gallerie 0 mappe
Almaty in Kazakistan

Arrivo a Cattedrale ortodossa dell’Ascensione

Per le 7 avevamo prenotato un servizio di taxi per raggiungere Almaty in Kazakhstan: ci troviamo su una Mercedes 500 nera fiammante, nonostante abbia sicuramente già alle spalle una lunga carriera in Europa. Ovviamente con l’autista riusciamo a scambiare il minimo di parole che conosciamo ma tutto fila liscio. È domenica mattina, il traffico accenna a muoversi, in breve raggiungiamo la frontiera situata ad appena una ventina di km ma con molti autovelox sul percorso. Se mi chiedessero se preferisco vedere un posto di confine o un grande monumento, in molti casi sceglierei il primo per la curiosità che lo avvolgono, l’umanità talvolta losca che lo frequenta e le storie che porta con sé, i traffici ed in generale l’alternarsi di relazioni fra i due Paesi che si uniscono e nel contempo si separano proprio in questo punto. Il confine di Korday non fa eccezione in quanto ad interesse. È ancora presto, ci sono alcune macchine in coda, il nostro autista a gesti ci chiede di scendere e portare con noi solo i bagagli grandi, quelli piccoli possono restare in macchina. Anche lui ha un fare coerente con il luogo in cui ci troviamo, sembra trovarsi a suo agio, probabilmente conosce ogni dettaglio di questa frontiera. Ci infiliamo in un tunnel pedonale parallelo alla strada, creato appositamente per evitare contatti con l’esterno ed in breve ci troviamo di fronte ai militari kirghizi. Non c’è nessuno e con fare simpatico controllano il passaporto, passano il bagaglio nello scanner senza guardare cosa appare sullo schermo, ci salutano in italiano ed in pochi passi siamo in Kazakhstan. Anche qui la stessa scena, siamo solo noi con gli agenti, appongono il quinto e penultimo timbro di questo viaggio ed in breve ci troviamo all’esterno dove c’è il solito capannello di tassisti disposti a portarci ovunque, gentilmente li ignoriamo ed andiamo ad appostarci sulla strada per vedere ed essere visti dall’autista. Il passaggio automobilistico prevede anch’esso il doppio controllo sotto una struttura moderna e recente (terminata solo un paio d’anni fa): i mezzi escono su due file lentamente ma in modo costante fino a quando sul lato kirghizo qualcosa s’inceppa ed anche i kazaki sono costretti all’inoperosità. Per un quarto d’ora non si muove nulla nella nostra direzione. Abbiamo occasione per guardarci attorno, vedendo tipi poco affidabili che vanno e vengono, uno arriva in auto e riparte con una sgommata da lasciare qualche millimetro di battistrada sull’asfalto, signore di media età si affiancano a noi in attesa che il loro autista arrivi a prenderle, probabilmente vanno ad una cerimonia perché hanno dei pacchi regalo in mano. Viene a mente che fino a 32 anni fa questa frontiera non esisteva, pertanto la gente poteva spostarsi per ragioni di lavoro, matrimonio o altro, senza alcuna formalità. C’era l’Unione Sovietica e si poteva godere di questa libertà all’interno di uno Stato illiberale; con la sua caduta e l’erezione di un confine c’è da aspettarsi che diverse famiglie siano state divise ed ora si ritrovino solo attraversando il confine. Cosa peraltro non difficile in quanto per loro non è nemmeno necessario possedere un passaporto, così come per noi non occorre il visto; ma qualche formalità c’è ed è bello vedere le scene di reincontro. Altre vetture di lusso stazionano, lasciando perplessi sui traffici che potrebbero portarsi appresso. Appena i kirghizi riaprono i cancelli (curioso il versante kazako che viene aperto e chiuso al passaggio di ogni vettura come fossimo all’ingresso di una casa privata) arriva il nostro uomo, ci carica e proseguiamo. La strada è bella, non c’è molto traffico ed è su unica carreggiata. Ci innestiamo in direzione est sull’arteria, che diventerà autostrada dopo qualche km, in arrivo da Astana. Anche qui non mancano i cantieri, scambi di carreggiata e lunghi tratti su sterrato in attesa di essere asfaltato. Il disagio di adesso va inquadrato in un processo di sviluppo dei Paesi visitati, alcuni più ricchi altri meno, ma tutti in crescita ed in uscita dagli anni bui dell’isolamento totale. Il paesaggio va dallo stepposo al desertico come lo è gran parte del Kazakhstan, il nono Paese più grande del mondo. A volte è proprio monotono, tanto da annoiare anche chi come noi trova interessante qualsiasi cosa che profumi di novità. Ad un certo punto l’autista si ferma su una piazzola sul fianco dell’autostrada, sa che c’è una fontanella e versa nel radiatore diverse bottigliette d’acqua che va a riempire una per volta: è sì un Mercedes 500 ma hai ormai i suoi anni. In periferia troviamo dei rallentamenti dovuti al traffico causato dal mercato di compravendita auto, come domenica scorsa all’uscita di Bishkek. Arriviamo ad Almaty percorrendo i grandi viali alberati che la attraversano, ci congediamo dal nostro uomo misterioso ma cordiale e corretto, facciamo il check-in in hotel e siamo pronti per andare alla scoperta di quella che fino al 1998 è stata la capitale del Paese. Siamo vicini al centro ed andiamo subito al Monumento all’Indipendenza, dove si trova si trova un’alta colonna che ricorda l’Uomo d’Orato scita: riferimento all’antenato vissuto più di due millenni fa, ritrovato nel 1969 con un abito ricoperto da migliaia di placchette d’oro ed assurto a simbolo del popolo kazako, con un leopardo delle nevi ai suoi piedi. In realtà risulta con certezza si trattasse di una donna, per la precisione di una guerriera sciamana, ma ormai il mito era diffuso e non si è voluto cambiargli il sesso in corso d’opera. Nelle vicinanze c’è il monumento chiamato Alba della Libertà, a ricordo di chi perse la vita (250 persone) durante gli scontri per antisovietici del 1986, la sede del Municipio (Maslikhat) nell’inconfondibile stile Soviet, il Telecenter, un bel palazzo che potrebbe essere sede di una banca o di una televisione, il tutto unito da parchi verdi e decorati da un’infinità di fiori nelle aiuole. Il Palazzo Presidenziale si trova proprio dietro il Municipio, la cui vista è impedita da un’alta protezione che delimita il cantiere dei restauri; non sappiamo quale sia la sua destinazione attuale, dal momento che la capitale del Kazakhstan è stata spostata ad Astana ormai 15 anni fa. Un rapido quanto leggero pranzo in un bar sulla piazza centrale costa come una delle migliori cene gustate finora, anche questo pone un’evidenza sulla via intrapresa dal Paese. Molti giovani e famiglie con bambini vivaci (parecchi gemelli, segno non necessariamente positivo in una società industrializzata) ma non rumorosi passeggiano nella calma domenicale. La spensieratezza si combina ad un ambiente complessivamente modesto, qualche donna indossa il chador ma non si avverte una forte religiosità, tanto che in città le moschee scarseggiano e nessuna di esse assume una particolare valenza storica.

Una piazza ampia e moderna con elementi decorativi colorati in una città dell'Asia Centrale.

Piazza Abay

Oggi è l’anniversario della fondazione di Almaty e sulla piazza Abay, di fronte al Palazzo della Repubblica, è in corso un concerto con ampia presenza di pubblico. In questo momento c’è quella che potremmo chiamare la filarmonica della quale ascoltiamo ammirati qualche brano, quando rientreremo dal giro in funivia sulla collina Kok Tobe ci sarà una cantautrice, mentre in serata si alternano gruppi che suonano musica moderna. Sulla piazza si trovano decorazioni che rappresentano tutto quanto possa richiamare il tema delle mele: il nome Almaty sta infatti a significare Padre delle Mele. Si va dai mosaici, ad alberi finti, per arrivare ad una vettura d’antan con l’abitacolo pieno di mele in plastica.

La collina rappresenta un bel punto panoramico sulla città e c’è modo di vedere quanto sia verde. C’è un po’ di foschia dovuta al caldo ma l’unico problema sta solo nella qualità delle foto, che faticano a mettere a fuoco i punti più distanti come gli impianti di salto con gli sci. Tanta vegetazione rappresenta un’eccezione in Kazakhistan, Paese ricco di risorse ma povero d’acqua: grazie ai corsi d’acqua che scendono dai vicini monti Altay ed alle maggiori precipitazioni causate proprio dai rilievi, Almaty può considerarsi un’isola felice sotto questo aspetto. Sul Kok Tobe si trova un mini-zoo con uccelli della zona, giostre ed altri intrattenimenti per bambini e giovani.

Di rientro, camminiamo verso nord della zona centrale fino al Parco Panfilov, dove si trova in monumento ai caduti. Come sempre in questi casi la propaganda prima ancora del ricordo ha dato profusione di marmo, figure di mitici soldati all’assalto, nomi di battaglie e battaglioni. In breve, ragazzi caduti per una causa che raramente era la loro, quando non in guerre d’aggressione come evidenza il monumento a ricordo dell’Afghanistan, posto a pochi metri di distanza da quello principale che ricorda le due Guerre Mondiali. Comitive di turisti locali scesi dai pullman (ne vendiamo anche uno di kirghisi) si fotografano senza particolare emozione, mentre degli sposi (non solo qui) vengono a farsi le foto secondo una tradizione consolidata. È bello constatare che le giovani coppie nel giorno del matrimonio dedichino un attimo a chi probabilmente non ha avuto la fortuna di celebrare un momento simile.

Tradizioni e spiritualità

La vicina Cattedrale ortodossa dell’Ascensione(Zenkov) è uno sfarzo di colori dorati ed iconografie tipiche di questa confessione. Fortuna vuole che sia in corso una celebrazione, ci fermiamo per capirne di più sui riti e sulle differenze rispetto ai nostri. Come tutti i luoghi di culto ortodossi l’interno presenta decorazioni splendide, da restare ammirati mentre sentiamo il pope cantare i salmi. Non possiamo mancare il bazar, con i suoi colori, la gente e l’atmosfera unica che riesce ad effondere, in particolare la sezione di frutta e verdura. Il mercato prosegue nell’Arbat, la via commerciale per eccellenza nel mondo russo e nelle sue periferie, in questo caso non restiamo particolarmente affascinati. Cerchiamo un ristorante, questa volta di cucina turca, dove il kebab e dolci sono una vera delizia. Convergendo verso il centro capita di attraversare i viottoli del parco che conduce alla cattedrale ortodossa: illuminazione assente, è buio da dover accendere la torcia dello smartphone, ma il senso di sicurezza è tale da vedere donne sole, anziani e famiglie transitare liberamente.  Ritorniamo nella piazza del concerto, e vediamo l’hotel Kazakhstan illuminato. Diversamente dal Samarkand di Tashkent, è stato ben ristrutturato ed appare come un hotel di lusso, dove le dimensioni squadrate infondono un’idea d’imponenza. Conserva lo stile imperial sovietico ammodernato, che la visione notturna rende perfino gradevole. Possiamo a malapena immaginare per difetto quanta storia sia passata anche da qui. Quali intrighi, vicende di spionaggio e quanti appartenenti alla nomenklatura vi abbiano soggiornato. Ancora un paio di occhiate su monumenti illuminati e si rientra. L’hotel presenta l’ingresso dall’interno di un vecchio palazzo, in un luogo che altrove sarebbe malfamato; qui si può accedere tranquillamente, si salgono scalini di graniglia che riportano indietro di 60 anni, i quali diventano moderni all’altezza dell’ultima rampa e quindi alla porta dell’hotel. Piccolo ma curato e con tutto quello che serve.

Volendo fare un parallelo con l’Italia, Almaty è la Milano dal punto di vista della centralità economico commerciale, e la Torino come posizione, sovrastata da una collina e ricca di montagne nelle vicinanze.

Pernottamento
16 settembre – D'Rami Hotel – Almaty

IT

Commenti

0 approvati

Nessun commento approvato per questa lingua.