Giorno 13
Red Tsingy
Lungo la disastrata RN6, agli Tsingy Rouge ed Ankarana
Mattina a Red Tsingy
Veniamo recuperati al camp da Taki alle 7,30 dopo una buona colazione nella quale assaggiamo il succo di corossol, un frutto verde grande quasi come un ananas, dal quale si estrae un’ottima bevanda. Ripercorriamo la splendida litoranea della Baie des Français di 20 km che porta a Diego per virare verso sud lungo la RN6. Anche questa strada di Route National nel senso che intendiamo noi ha ben poco, sebbene rappresenti l’unico collegamento fra la capitale e la città più importante del nord. In senso contrario stanno arrivando mezzi di ogni genere caricati all’inverosimile con derrate alimentari destinate al mercato di Diego Suarez; i venditori arrivano un po’ ad ogni ora, se non smaltiscono la merce restano sul posto per la notte e rientrano quando hanno venduto tutto. Vediamo un drongo, uccello nero come il merlo, la cui caratteristica è quella di saper imitare il verso di molti animali, perfino il lupo per allontanare altri uccelli concorrenti. In due ore e mezza siamo all’imbocco della bella sterrata in terra rossa che in una trentina di minuti ci porterà alla vista dei Red Tsingy.
Musei e memoria a Red Tsingy
Il cielo è velato da uno strato di nuvole che ogni tanto si apre e lascia trasparire illuminanti raggi di sole, i quali avranno la capacità d’infiammare i pinnacoli che la natura ha posto in questa zona. Una vera opera d’arte, ci aggiriamo lungo i sentieri quasi fossimo fra le sale di un museo. Di tanto in tanto i fari del sole creano coreografie di impareggiabile bellezza. Il termine Tsingy – lo impareremo bene ad Ankarana – significa “camminare in punta di piedi” e deriva dal fatto che per attraversarli occorreva muoversi con molta circospezione. Sembra che la loro emersione non dati più di 25 anni: la formazione è molto particolare, in quanto si trovano all’interno di altre rocce friabili; quando queste si sciolgono grazie all’erosione causata dagli agenti atmosferici, si svelano i pinnacoli di calcare alti anche un paio di metri, in apparenza fragili da sembrare di terriccio, in realtà assai più resistenti. Una volta terminato il giro restano altri due punti da visitare: quello che viene definito il Gran Canyon, maestosa apertura nell’altopiano sui cui lati scendono le formazioni di Tsingy, ed un altro percorso nel quale s’incontra ancora una bella raccolta. Questi sono meno rossicci, probabilmente ciò è dovuto al fatto che c’è meno acqua, la quale contribuisce alla pigmentazione. La terra in alto figura essere di un rosso quasi amaranto mentre i pinnacoli vanno dall’arancione intenso al biancastro. Anche qui pascolano tranquillamente gli zebù incuranti dalle barriere erette dall’Ente Parco. È tutto ben organizzato per non rovinare le formazioni, con passerelle e scalinate, la stessa strada è manutentata a perfezione con tanto di canaline di scolo delle acque piovane. In tutto il giro di due ore incontreremo nemmeno una decina di persone, il che conferisce all’ambiente visitato una misticità particolare. Quando mezzogiorno è ormai passato ripartiamo per recuperare la RN6 e ci dirigiamo nuovamente in direzione sud, con un breve stop in un localino chiamato Snack 17, situato all’interno di uno sconosciuto villaggio. Qui gustiamo una leggera insalata di avocado alla vinaigrette, ma non possiamo negarci di fronte ad una banana flambé. Oltre ad essere già buona di suo in quanto raccolta matura dalla pianta, l’aggiunta di zucchero di canna con un bicchierino di rhum infiammato fino a lasciarne solo l’aroma, rende il tutto particolarmente squisito. Intorno scorrazzano bambini e galline a rendere l’atmosfera ancora più vera.
Un’altra ora e mezza di pessima strada sono necessarie per coprire gli scarsi 50 km che ci separano dal Relais d’Ankarana, attraversando buche da sembrare veri e propri crateri. L’asfalto manca in parecchi punti ed i veicoli sono costretti quasi a fermarsi, scendere nella buca e risalire prestando attenzione a non tagliare le gomme sul punto di frattura. Un ponticello è parzialmente crollato, dove si apre una buca profonda un paio di metri e si passa su una sola quanto stretta corsia, ma non ci sono segnalazioni e pertanto è vietato distrarsi. In questo tratto incontreremo l’unico momento di pioggia di tutto il viaggio, quando timide gocce scendono ad inumidire il tenue quanto imperfetto strato asfaltato. Durerà poco, anche perché ci stiamo dirigendo verso sud in una zona dove la pioggia è un fenomeno quantomai raro. In effetti la Montagne d’Ambre è una bassa catena montuosa che si distende per alcune decine di km in direzione nord sud ed ha un suo microclima dovuto all’elevazione con precipitazioni frequenti tutto l’anno; questo fa sì che dalle sue pendici si diramino fiumi e torrenti verso i due mari che la circondano, il Canale di Mozambico e l’Oceano Indiano. In prossimità di questi corsi diventa possibile l’irrigazione e quindi l’agricoltura, mentre dove si è costretti ad attendere la stagione umida la vita si fa più difficile ed ecco che la povertà aumenta. Ed è a questo punto che iniziamo a vedere le taniche gialle per l’acqua accatastate in prossimità dei sempre più rari torrenti, con corpi sempre più leggeri intenti a riempire e portare a casa con ogni mezzo. Andando ancora oltre rimangono solo gli alvei in secca. Nella zona dove si sente l’influenza positiva dell’Ambre si vedono frequenti coltivazioni di riso che arrivano fino a due raccolti, più a sud la fame costringe a bruciare prati e sterpaglie nella speranza di anticipare un minimo di erba che possa sfamare almeno gli zebù; difficile andare a fare una morale ecologica a chi ha lo stomaco vuoto. Man mano che si procede la presenza di zebù si fa sempre più rara, sostituiti da gallinacei più facili da allevare. Anche se la popolazione infantile continua ad essere decisamente elevata, la sensazione è che l’incidenza sia inferiore rispetto al sud, soprattutto sono meno assillanti nel chiedere, si avvicinano e mostrano una gentilezza inusitata altrove. Ci fermiamo per una foto ad un grosso albero che produce fiocchi bianchi a rappresentare un surrogato del cotone, usato per materassi, cuscini, ecc. e vediamo inoltre coltivazioni di pistacchi. Attraversiamo infine un paio di villaggi la cui attività principale è l’estrazione di zaffiri, non siamo a Ilakaka ma sembra che le gemme non manchino. Sotto un cielo azzurro raggiungiamo il Relais d’Ankarana, il cui proprietario è un simpatico signore in età, che ci accoglie con una gentilezza spontanea che da sola vale le 5 stelle su Tripadvisor. Il bungalow è bello, compatibilmente con le difficoltà che la natura impone. Cerchiamo di minimizzare l’uso dell’acqua e ricordiamo di caricare le batterie quando c’è la corrente portata da un generatore: dopo le 22 scende il black out. Ci informa che non c’è il wifi e sembra sollevato quando diciamo che la cosa non riveste carattere di rilevante necessità, per contro sostiene d’incontrare delle persone che non si fermano in questo paradiso fiorito solo per l’assenza della vitale connessione.
Il sole sta scendendo, così ne approfittiamo per fare una passeggiata lungo la Statale per vedere un po’ di vita di tutti i giorni; il traffico è limitato e non certo veloce. Tutti devono assecondare le buche ed in particolare i camion non possono permettersi di rovinare i prodotti che trasportano, oltre a cercare di preservare la meccanica. Se ne vedono già fin troppi a bordo strada in attesa di essere riparati o con le gambe nere di un meccanico che sbucano da sotto in ricerca del guasto. In effetti in caso di panne occorre chiamare un meccanico da Diego o Ambilobé. Il culmine lo raggiungiamo vedendo un taxi brousse in avanzato stato di stazionamento, che ci assicurano essere lì da tre settimane; l’indomani troveremo qualcuno che ci gira attorno, forse sono arrivati i ricambi. Tuttavia il Presidente ha fatto una vaga promessa: l’anno prossimo inizieranno i lavori di ristrutturazione della strada. A fare da contraltare sentiamo il detto che le promesse dei politici sono impegnative solo per chi le crede, volessimo proseguire con i detti il seguito naturale sarebbe che tutto il mondo è paese. Ma forse qui è ancora più paese che nel resto del mondo. Nella camminata di due km e mezzo verso Ambilobè e ritorno vediamo la vita che si sviluppa lungo la via, il villaggio si dipana in lunghezza ed identificarne il centro risulta assai difficile, lo si può intuire dalla più intensa presenza di bancarelle, ma nella sostanza centro e periferia qui sono una cosa unica. Vediamo artigiani battere martellate sulle pietre granitiche fino a sgretolarle e renderle utilizzabili come materiale da costruzione: il problema è che lavorando seduti gli operai seduti finiscono per respirare la polvere sollevata, che unita al clima secco risulta pratica decisamente insalubre e ci assicurano di quanto le malattie polmonari siano frequenti e, di conseguenza, corta la speranza di vita. Il sole cala sulle baracche di bambù senza per questo renderle più belle, mentre belli sono i bambini che scorrazzano sorridenti in una festa permanente; alcuni fra essi lavorano secondo una prassi che tutte le bocche devono contribuire a sfamarsi da sole. Incontrare la gente è piacevole, ci si saluta reciprocamente in una forma di rispetto ormai sconosciuta alle nostre latitudini. Nel nord osserviamo come i vestiti siano particolarmente raffinati, molto sgargianti nei colori quelli indossati dalle donne e sovente con un taglio originale tale da mettere in risalto la già notevole bellezza, soprattutto dei parei con turbante coordinato a tinte pastello; apprezziamo come il modesto stile di vita non influenzi negativamente quello dei vestiti. Il sole ormai è sceso, camion e taxi brousse continuano il loro slalom a passo d’uomo sulla Route National, tanto che talvolta ci rendiamo conto di andare più veloci noi a piedi.
Le tipologie costruttive variano da villaggio a villaggio a seconda delle disponibilità presenti in natura: talvolta si usa la raphia, ovvero le foglie rigide di una palma con le quali si costruiscono sia il tetto che le pareti, mentre in altri casi il tetto è in fascine d’erba che durano circa tre anni. Ove presente, si costruisce con il bambù intrecciato che può durare anche sette anni.
Al rientro facciamo due chiacchiere col gestore, dal quale avremo molto da imparare. Traspare una serenità difficilmente riscontrabile nel genere umano, anche se le sue parole non emanano certo fiducia o ottimismo: si parla delle potenzialità che avrebbe il Paese solo se le sapesse cogliere. Da un certo punto di vista, quello degli uomini del nord, la colonizzazione ha contribuito a portare un minimo di uguaglianza in quanto nell’800 la supremazia Merina aveva portato solo sottomissione delle tribù locali, inoltre hanno costruito le poche infrastrutture che in qualche forma esistono tutt’ora. Alla fine ammette con amarezza come i malgasci non siano stati capaci di rialzarsi, tanto che il Madagascar è costretto ad importare riso dai Paesi asiatici a causa degli interessi politici, mentre ci sarebbero tutte le condizioni per una coltivazione in loco, tanto che fino a pochi decenni fa (con una popolazione anche inferiore) il Paese era autosufficiente. Esiste un circolo vizioso che non consente lo sviluppo: un esempio lampante deriva proprio dal riso, del quale sovente si fa un solo raccolto quando se ne potrebbero fare due, il primo per sfamare le famiglie ed il secondo per essere venduto. Questo significa però spostarsi per andarlo a vendere e stare fuori vari giorni a causa delle cattive condizioni stradali, cosa che rende antieconomico il tutto. La politica e la corruzione che questa porta con sé giocano evidentemente un ruolo, ma esiste una mentalità di fondo distorta e la divisione in tribù contribuisce a non consentire il decollo economico. La connivenza degli amministratori con le potenze straniere (soprattutto la Francia) interessate a che il Paese rimanga in uno stato di umiltà sociale ed economica danno poi il colpo finale.
Il cielo si fa sempre più scuro e la luna sorge con una forma del tutto inconsueta per noi: scopriamo come nell’emisfero australe la luna nuova sia perfettamente orizzontale, senza quell’inclinazione con la quale siamo abituati a vederla e a raffigurarla: Pierrot qui se ne starebbe tranquillamente coricato, mentre la luna si propone con un sorriso perfetto.
Tutte le notti trascorse in Madagascar ci hanno visto dormire in letti con zanzariera, un imperativo in certe stagioni ed un gradevole accessorio in questo periodo secco. Di tanto in tanto vediamo zanzare volare, anche se non dovrebbero portare la malaria restiamo molto attenti a non farci pungere.
La notte trascorre relativamente tranquilla, il camp non è distante dalla strada ma i mezzi non possono di certo sfrecciare; si sentono camion che sferragliano cigolando su e giù per le buche, mentre il brusio più tenue dei taxi brousse lascia intuire una velocità di poco superiore. Nella notte poi veniamo svegliati da urla quasi indemoniate, probabilmente si tratta di una ragazza la quale ha esagerato con la quantità di rhum ingerita.
Nel nord non si pratica il Famadihana. Quando qualcuno del sud o di Tana muore,il cadavere viene riportato a casa. Questo può avvenire solo in determinati giorni e dopo essere stato messo in formaldeide per la conservazione. Viene quindi caricato insieme ai bagagli sul tetto del minibus e riportato dai famigliari lungo le strade impossibili di questo Paese, che solo fino a Tanà richiedono più di 24 ore continue di viaggio. Sono 1200 km, dei quali i primi 400 qui nel nord di vie lungo le quali sovente si deve procedere a passo d’uomo. Per coprire i 450 km che separano Diego da Sambava i camion impiegano ben tre giorni e nella stagione umida sovente non ci possono andare. Raggiungere Ambilobe, a soli 25 km dal nostro pernottamento richiede addirittura un guado: un paio d’anni fa il ponte è andato distrutto da un ciclone e se ne attende ancora la ricostruzione, pertanto si deve scendere a livello dell’acqua ed attraversare, cosa impossibile nei mesi delle piene. In tal caso una piroga porta sull’altro versante e da lì occorre prendere un tuk tuk o taxi brousse. In breve, quello che dovrebbe essere un breve percorso diventa una vera e propria avventura.
IT
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