Giorno 8
Tsaranoro Valley
Tsaranoro Valley: uno Yosemite in versione africana
Mattina a Tsaranoro Valley
Usciamo dal bungalow poco dopo le 6 per andare a vedere un’alba che si potrà considerare memorabile, condensando in uno la potenza del sole, la maestosità granitica del Mt. Tsaranoro, la tranquillità di un laghetto nel quale si getta una cascatella e il tocco delicato di bianche egrette che ancora dormono su un albero a bordo dell’acqua, sdoppiandosi nella medesima come in un quadro il cui autore, la Natura, non esitiamo a riconoscere come l’artista a cui rendere merito. Per le 7 siamo pronti a fare colazione, mentre gli occhi già si sono rifocillati a tanta vista. All’ingresso del parco le guide attendono i clienti giocando fra loro a petanque, mentre il sole inizia la sua levata quotidiana. Ci sono pochissimi stranieri, incontriamo la nostra guida, un giovane ragazzo originario del luogo che parla un buon francese, e con lui ci incamminiamo per un giro di 4 ore: passiamo lungo campi di manioca per arrivare al Camp Catta, che prende il nome dai lemuri che vi soggiornano intorno (anche detti Ring Tailed per effetto delle simpatiche code rigate, nonché simbolo del Madagascar). Una numerosa famiglia si gode il primo sole mattutino: giocano fra di loro ed offrono a noi uno spettacolo dal quale è difficile staccarsi.
Salendo lungo i sentieri del parco facciamo diversi incontri interessanti: una pianta di per sé velenosa che se presa a piccole dosi serve per lenire il mal di denti, un’altra contiene una sostanza collosa e viene usata a tal fine ed una le cui foglie sembrano di cartavetro. Le ultime due vengono impiegate dai locali per la riparazione delle biciclette, in un pratico kit che si può trovare un po’ ovunque lungo le strade. Ce n’è poi una al cui interno si trova un liquido biancastro e viene utilizzata per addormentare i pesci nei laghi e prenderli più facilmente con la rete. Vediamo le piantine carnivore che mangiano gli insetti, piante sensitive, due tipi di eucalipti non autoctoni, alberi di mango un po’ ovunque, fichi, guava e medja (di cui vanno golosi i lemuri nutrendosi prima delle foglie e poi dei frutti). L’agave viene invece utilizzata per costruire le corde, attività di cui il nostro accompagnatore ci offre una dimostrazione pratica: si recide la foglia e, tenendola ferma con un piede, viene scorticata fino a lasciare solo la fibra molto resistente; questa viene poi intrecciata e la legata al fondo. Quando la vegetazione inizia a diradarsi, i ventagli dei ravinala ci forniscono una bussola per l’orientamento.
Tradizioni e spiritualità
Passiamo anche nei pressi di alcune tombe: queste possono essere temporanee o definitive: le prime appartengono a gente forestiera morta nel territorio, un esempio classico sono i ladri di zebù, i quali se vengono presi fanno una brutta fine. Di solito le famiglie non ne reclamano il cadavere onde evitare a loro volta il linciaggio, perché non sono state capaci di educare i propri figli. Le seconde sono quelle dei locali. Il furto degli zebù è una pratica assai comune (un capo adulto costa ca. 500€ e viene macellato quando ha 3 o 4 anni), specialmente nella tribù confinante dei Bara, che hanno proprio come regola il furto di uno zebù da parte dell’aspirante sposo per dare prova di capacità alla futura moglie. È un’attività che comporta i suoi rischi in quanto se il ladro viene preso non se la cava con una predica, solitamente viene ucciso. Vediamo a tal proposito il cranio appartenuto ad un ladro di circa cinquant’anni fa. Ancora oggi fra Betsileo e Bara le relazioni non sono buone mentre con i Merinas sono decisamente migliori. Mentre parliamo di furti e relazioni fra tribù passiamo sotto l’imponente Mt. Tsaranoro, che non abbiamo esitato a definire come El Captain in terra africana. È alto ca. 1900 mt ed il suo nome deriva Tsara e Noro, il nome delle due figlie di un re uccise due secoli fa durante una guerra contro i Merinas. Per il dispiacere il sovrano impazzì e a sua volta sottopose la popolazione alle richieste più assurde che costarono fatiche immani e vessazioni a chi doveva sottostare ai lavori imposti. Il Mt. Chameleon, la cui punta arrotondata assomiglia perfettamente al profilo di un camaleonte, raggiunge ca. i 1550 mt.
Anche qui si trovano parecchi serpenti, in questo periodo sono a riposo, tuttavia non sono pericolosi. Esistono invece ragni e piante velenose, ai quali occorre prestare attenzione. Sentiamo la stessa storia vera delle formiche che prima nutrono il serpente fino a quando non riesce più ad uscire dalla tana e poi banchettano con la sua carne. Il nostro giro lascia ora la parte naturale per addentrarsi nei villaggi. Qui vediamo una famiglia artigiana intenta a lavorare il ferro per ricavarne semplici attrezzature o aratri. La figlia fa girare una turbina che genera la ventilazione necessaria a tenere incandescente il carbone di legna, nel quale sono depositati i pezzi di ferro. Il padre batte il metallo con maestria e gli fa prendere la forma desiderata. È ormai anziano, i pochi denti rimastigli in bocca gli fanno parlare un francese incomprensibile, ma con le mani è in grado di modellare come vuole ogni pezzo di ferro che il figlio tiene fermo con le pinze.
Passiamo davanti al dispensario medico, un punto di primo soccorso; non vi sono medici, vi lavorano un’infermiera ed un’ostetrica, quantomai utile visto l’enorme numero di bambini. Al momento sono tranquille poiché non hanno ospiti, parliamo brevemente con loro e scopriamo come le cause più frequenti di ricovero siano dovute a fratture, diarree, malaria ma anche la peste. Nel nord parlando con la gente locale apprenderemo che la rosolia ha ucciso diverse persone, mentre le peste ha mietuto vittime seppure in misura inferiore.
Tutto molto semplice e pulito; quando i casi sono lievi effettuano la medicazione e i pazienti ritornano a casa, se provengono da più distante e necessitano del ricovero possono essere trattenuti e ci sono anche delle camere per i famigliari deputati ad assisterli. Nel caso di problemi più grossi i malati vengono portati ad Ambalavao dove c’è un ospedale missionario, ma quest’operazione richiede tempo. In questi luoghi dove si vive male, quando ci si ammala sovente ci si trova davanti ad una sventura alla quale troppo spesso la morte rappresenta la soluzione. Ci consola quindi oltremodo il fatto che in questo momento non abbiano ospiti. Concludiamo il giro in mezzo alle coltivazioni che forniscono nutrimento agli abitanti dei villaggi. Riescono a fare una sola coltivazione di riso, piantato verso novembre/dicembre e raccolto intorno a marzo/aprile. In questo momento le mandrie di zebù si trovano nei pascoli alti, dai quali scenderanno all’inizio della stagione umida per i lavori in campagna. Anche qui l’acqua non manca: non siamo a livelli elevati di povertà ma vista la relativa abbondanza di risorse naturali ci si aspetterebbe un maggior grado di sviluppo. Va anche detto che siamo in una zona remota distante da ogni centro urbano in grado di dare impulso all’economia. Un pranzo leggero per non appesantirci e proco prima dell’una siamo pronti per affrontare le prossime cinque ore di viaggio che ci porteranno a Ranohira. Ci vuole almeno un’ora e mezza di strada dissestata per tornare a recuperare la RN7 e dirigerci verso sud puntando su Toliara. Ci fermiamo brevemente per ammirare un camaleonte intento ad attraversare la strada, lento come un vecchio accelera improvvisamente quando percepisce la nostra presenza e forse anche la macchina fotografica. Ancora morbide colline, ben coltivate. All’alba il termometro segnava 13° mentre adesso siamo sui 25°, gradevoli in quanto la ventilazione garantisce una certa frescura.
Il volto urbano di Tsaranoro Valley
Nei paesi con oltre 1000 abitanti c’è un sindaco, mentre in quelli più piccoli l’autorità è demandata ad un capo villaggio, normalmente rappresentato dalla persona più anziana, la quale funge anche da giudice per dirimere eventuali contenziosi fra famiglie.
Entriamo nel territorio dei Bara, il primo centro è Ihosy, mentre facciamo il pieno prendiamo contatto con la popolazione. Sono di colore decisamente più nero continentale, di statura alta e snella. L’origine deriva da popolazioni bantu provenienti chissà come dal continente africano. Non sono visti molto bene dalle tribù circostanti a causa della loro indole di rubare gli zebù e non solo. Viaggiare in questa zona di notte è poco consigliato a chiunque, tanto che i taxi brousse che in due giorni percorrono la linea da Toliara a Tanà viaggiano in convoglio e prestano molta attenzione nelle ore di buio. Sono fondamentalmente simpatici ma chi ci vive deve stare in guardia: ci sono delle bande dedite al furto di intere mandrie che possono arrivare anche a 100 persone. Per attirare gli animali usano un sistema di staffette, dove i primi li attirano in modo da far correre gli animali e gli uomini si alternano alla guida della mandria. Poi incendiano o zigzagano per far perdere le tracce A volte spediscono un emissario in avanscoperta, tanto che se si vede uno sconosciuto girare per il villaggio in genere gli abitanti Betsileo iniziano ad insospettirsi. Gli sciamani contribuiscono a dare indicazioni sui momenti migliori per mettere a segno i colpi. Per conseguenza le guardie sono armate di fucile e non esitano a sparare in caso di bisogno. Anche fuori dal nostro Camp a Ranohira vedremo un sorvegliante girare armato. In caso di attacco in genere i ladri non tendono a fare del male agli uomini, vogliono sono appropriarsi degli animali; tuttavia chi oppone resistenza può trovarsi in guai grossi. Ci fermiamo a fare gasolio (costa 3400 Ar, la benzina 4100 Ar, quasi 1€, carissima per gli standard di vita locali) e vediamo uno spaccato della società nel suo quotidiano. La strada s’inerpica con alcune curve fino a raggiungere un altopiano sui 1000 mt, una sterminata prateria bruciata proprio per far sì che l’erba ricresca rapidamente prima dell’arrivo delle piogge previste da novembre a marzo. In lontananza si levano i fumi di nuovi incendi. Mandrie di zebù pascolano liberamente in uno scenario asciutto e giallastro, mentre il sole inizia inesorabile la sua discesa verso la fine del giorno. Poco prima dell’arrivo si appoggia ormai sulla catena montuosa ed incendia (questa volta solo virtualmente) le secche praterie in un tripudio arancione. Quando siamo ancora distanti una ventina di km vediamo il massiccio dell’Isalo, il quale prende il nome dalla zona, a sua volta derivante da una pianta endemica, unica di questo luogo.
Arriviamo all’Isalo Ranch dove ci aspetta un bungalow a pianta rotonda ed una cena con, manco a dirlo, carne di zebù!
IT
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