Giorno 6

Ranomafana N.P.

Il verde intenso del Ranomafana N.P. e l’avvistamento dei primi lemuri – Visita a Fianaranstoa

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Ranomafana N.P.

Mattina a Ranomafana N.P

Al momento del risveglio la pioggia continua persistente, ma appena terminata la colazione gli occhi volgono verso il cielo quasi imploranti uno squarcio ed ecco che questo compare quasi per incanto. La vista di un po’ d’azzurro in mezzo a quelle nuvole bianche restituisce un certo ottimismo. In pochi minuti siamo pronti a partire per la nuova avventura all’interno della foresta pluviale, ma senza la pioggia che scende. Alle 7,30 il cielo è ormai quasi tutto dalla nostra parte e con la guida ci rechiamo all’ingresso del Ranomafana National Park, situato poco distante. Il parco, istituito nel 1991 è in gran parte composto di foresta secondaria. Per creare un minimo d’economia locale le guide hanno solitamente un battitore, un ragazzo (in questo caso è una ragazza) che gironzola per avvistare lemuri o altri animali ed avvertirci. Avvistare e soprattutto fotografare i lemurinon è poi così semplice: vivono sull’alto degli alberi e se non fanno rumore saltando, occorre fermarsi per individuarli, dacché camminare e guardare in alto possono essere attività difficili da conciliare. Per riprenderli poi occorre zoomare in modo significativo col rischio che qualche ramo sulla traiettoria impedisca una buona messa a fuoco dell’immagine. Quando accade, ecco l’animaletto che si volta sul lato opposto lasciando la vista sulla schiena e la lunga coda. Ma capita anche che si lascino riprendere bene e qui le immagini rivelano tutta la loro simpatia. 
Dal momento che ha appena spesso di piovere non si può pretendere che le fronde siano asciutte, ma non è assolutamente un problema, occorre solo stare attenti alla fanghiglia sui sentieri anche se in proporzione camminiamo su un terreno non eccessivamente scivoloso. Dopo un’ora e mezza raggiungiamo un punto culminante dove si trovano pietre piantate nel terreno alte un metro, come deipiccoli dolmen. In passato il luogo era pertanto visitato dagli abitanti della zona, i quali avevano eretto in questo punto un sito cerimoniale a ricordo degli antenati. Ogni pietra ne raffigura uno, anche se qui non ci sono le loro tombe. Ci si riuniva per invocarne lo spirito affinché intercedesse presso le divinità. Si tratta di persone decedute in età avanzata e pertanto esperte, così da poter utilizzare tale esperienza nella fase d’intercessione. Proprio per questa ragione i bambini o i giovani non sono oggetto di venerazione per fini propiziatori. Attualmente il parco consente riti cerimoniali, ma in modo sobrio e soprattutto ne limita l’accesso a poche persone per volta ad impedire la deturpazione dell’ambiente. Ci troviamo nella foresta secondaria, ovvero ricresciuta dopo che l’uomo ha tagliato quella originale, avrà un’ottantina d’anni di età; grazie alle frequenti precipitazioni cresce molto rapidamente ma ad uno sguardo più attento si nota l’assenza di alberi dal tronco particolarmente spesso. Una sanguisuga cerca di attaccarci, la vediamo subito posarsi sul dorso della mano ed evitiamo lo spiacevole contatto. Incontriamo belle piante d’orchidea che in questo momento non sono fiorite, lo saranno a partire da novembre. Sono invece curiose le piante parassite dalle lunghe foglie che s’innestano sui tronchi di grossi alberi. Qui le definiscono piante win win, ovvero che si scambiano le forme di sussistenza con quelle sulle quali sono attaccate. S’innestano su altre ma non le fanno morire, apportando anche benefici; mentre le parassite sono quelle che fanno morire l’albero sul quale si avvinghiano, ad esempio il ficus strangolatore. Essendo una zona molto umida abbondano ovunque felci e muschi dal verde intenso. Vediamo per la prima volta il ravinala, detta anche la palma del viaggiatore, nota per essere una buona riserva d’acqua potabile e per avere un orientamento delle foglie in senso est ovest. A meno che non sia stata piantata in cattività e questo può ovviamente cambiarne la direzione. Passiamo in una zona ricca di bambù dal caratteristico colore verde e nero. Occorre prestare attenzione alla parte nera in quanto tossica, mortale se la si ingerisce, mentre a toccarla provoca forti pruriti. C’è da dire che è tutto un albero di bambù intorno a noi, cerchiamo pertanto di toccare solo la parte verde quando dobbiamo cercare un appiglio. I serpenti sono in ibernazione, ma vediamo diversi camaleonti e rane, tutti perfettamente mimetizzati. Quando si trovano su una corteccia i primi sembrano legnetti secchi e sono praticamente indistinguibili. 
Gli alberi tendono verso l’alto in una perenne concorrenza alla ricerca della luce ed è proprio sulle loro punte che saltellano i lemuri in modo acrobatico. Una specie, i Golden Bamboo Lemur, mangiano solitamente bambù (stranamente per loro non è tossico), e sono monogami. Vediamo poi i Red Fronted Lemur (si nutrono di frutti), i Brown Lemur (poligami), i White Beard Lemur (vivono nella foresta primaria) ed i sifaka (che non bevono acqua). I lemuri più grandi vivono circa 30 anni, quelli di dimensioni più piccole possono arrivare a 8/10. Le cause di morte sono i predatori o gli attacchi cardiaci quando gli animaletti giungono in età anziana. Ogni tanto devono però depurarsi dalle tossine del bambù mangiando erbe o funghi in modo da coadiuvare la digestione. Da un certo punto di vista assomigliano ai koala in Australia che si nutrono di eucalipti. I sentieri sono ben tracciati ma, visto il dedalo e la mancanza di riferimenti al difuori degli alberi, sarebbe molto facile perdersi senza una guida. 

Una rana verde si trova su una superficie esterna con vegetazione sullo sfondo.

Ranomafana N.P e Haute Ville

È quasi mezzogiorno quando andiamo a pranzo nel villaggio di Ranomafana al Manja restaurant dove gustiamo un pollo grigliato ed insalata di pomodori. Ripartiamo alla volta di Fianarantsoa, ma appena fuori dal parco vediamo ancora la cascata di Andriamamovoka, la seconda più alta del Paese. Risaliamo la vallata percorsa ieri sera quando ormai era buio, al centro scorre un ripido torrente, e ci rendiamo conto di quanto sia scoscesa, salvo poi spianare nella parte più alta dove l’altopiano porta il corso a segnare lunghi tratti di fluire lento, tale da consentire ai bambini di giocarci dentro senza l’incombente pericolo delle rapide. Lungo la strada si vede sovente il fumo delle carbonaie, mentre col passare dei chilometri le coltivazioni prendono il sopravvento sul verde della foresta. Scolliniamo verso la zona più interna, ormai completamente deforestata, inurbata ed adibita a coltivazioni. Si intravede una povertà decorosa, con architetture domestiche nel classico stile dei betsileo, su due livelli: al piano terreno vengono ospitati gli animali mentre il primo piano è adibito ad abitazione. Si vedono anche molte fornaci per la costruzione dei mattoni, dove i manovali estraggono il fango per metterlo dentro delle forme poste nelle vicinanze, lo lasciano seccare per 4/5 giorni, tolgono i mattoni per accatastarli in modo ordinato ed accendono il fuoco dal basso riuscendo a farli cuocere quasi tutti nel corso di 3 o 4 giorni. Quelli che si trovano sull’esterno e cuociono di meno verranno messi più all’interno in occasione dell’infornata successiva.
Raggiungiamo infine Fianar (come viene abbreviata Fianarantsoa, città di 250.000 abitanti). Nella parte bassa spicca la stazione, che merita per almeno un paio di motivi: intanto è un bell’edificio in stile coloniale con architettura quasi orientaleggiante e poi è il punto di partenza del mitico treno che porta a Manakara, sull’Oceano Indiano. Un convoglio che sarebbe di linea, ma parte quando riesce ed arriva a destinazione quando non si rompe. Tanto che la tratta è diventata meta per i viaggiatori intenzionati a vivere un’avventura che, se compiuta in andata e ritorno, può richiedere quasi una settimana a percorrere 200 km per tratta. Ha dimensioni enormi, considerato che anche nei periodi migliori il traffico ferroviario verteva sostanzialmente su un’unica rotta. Prima di entrare in città passiamo lungo la ferrovia ed è un groviglio di erbacce fra le quali giocano i bambini; ci dicono che di treni ne passano, difficile dire quanti e quando. 
Visitiamo la Haute Ville, rinnovata grazie ai contribuiti di un’associazione, la quale ha promosso il restauro delle sei chieseche si concentrano su questo caratteristico promontorio, diverse abitazioni ed il Rova, ovvero il Palazzo Signorile. Fianar, in una sorta di ripartizione delle sfere di competenza fra missionari cattolici ed evangelici, finì ai primi in quanto i seguaci di Lutero si erano già saldamente insediati a predicare e fare seguaci nella capitale Tana. Una forte presenza missionaria rivela anche un tasso culturale più elevato rispetto ad altre città, tanto che addirittura il suo nome stesso significa “là dove si apprende il sapere”. La presenza della Chiesa si avverte molto forte ed ha portato con sé una serie di migliorie, tradottesi sull’altro versante in una perdita di identità della gente del luogo. C’è anche un ospedale assai avanzato per gli standard del Paese, gestito da una società legata i missionari. Bello lo scorcio sui lavatoi in pietra dove le donne sono indaffarate a lavare i panni, in un richiamo verso le nostre nonne quando si recavano in quello che oggi potremmo definire come il meeting point delle comari, dove notizie o gossip passavano di bocca in bocca senza bisogno dei social. Sul punto culminante della Haute Ville si gode di un panorama spettacolare verso la città bassa da un lato e le coltivazioni con le carbonaie sul versante opposto. Lungo le ripide viuzze di questo centro risalgono con fatica vecchi furgoncini Citroen, che in Europa furono appannaggio dei pastori francesi fino a 30 anni fa. Meccanici più o meno improvvisati cercano di riparare furgoni sul bordo della strada (Citroen anch’essi), da sotto i quali spuntano solo i loro piedi e tenuti sospesi su massi. Che sia una città d’intensa ispirazione religiosa lo si evince dalla statua della Madonna su una collina e da una grossa immagine di Don Bosco all’ingresso in città. Veniamo infine coinvolti in una scenetta molto simpatica: tre ragazzine che scopriremo avere 10, 12 e 14 anni si avvicinano con fare molto gentile e ci chiedono come ci chiamiamo, ci offrono qualche fiore fra quelli che fanno bella mostra nel giardino ed iniziano a chiacchierare con noi in francese, inglese ed anche in italiano. Stupiti per la loro versatilità linguistica scopriamo che frequentano il locale istituto Salesiano e studiano per poter lavorare un giorno nel settore turistico. Restiamo ammirati dal simpatico modo di fare di questi tre ciceroni junior e facciamo il giro del centro in loro compagnia e sotto la loro guida. Ci congederemo comprando alcune stampe che dicono aver creato esse stesse. Affermano che il nostro acquisto consentirà loro di comprare dei quaderni in vista dell’imminente anno scolastico. È interessante notare come i malgasci abbiano una naturale inflessione verso la lingua italiana; tanto le ragazzine che altre persone incontrate in questi giorni, quando parlano la nostra lingua la scandiscono con accento corretto e senza errori di pronuncia. 

Una fotografia mostra un edificio in mattoni con aperture ad arco che ospita persone all'interno.

Volo per Ranomafana N.P


Riscendiamo verso la parte bassa della simpatica Fianar dove s’incontrano mercatini che si dipanano lungo un rivolo nel quale scorre più fogna che acqua, un liquido livido nel quale si riversa la sporcizia di un quartiere che pullula di miseria. E ci dicono che in città va ancora, fuori è peggio. Basta questo per rendere l’idea di come si possa vivere, se regge il termine. Una miriade di bambini scorrazza fra i mucchi d’immondizia, dove scavano adulti in cerca di qualcosa, in mezzo al nulla che altri hanno gettato. L’immondizia si raccoglie in vasche di cemento a bordo strada. Non occorre convincere nessuno a fare la raccolta differenziata, a questo pensa la miseria. 
In città l’energia elettrica non è sufficiente per tutti, così a turno i quartieri vedono la corrente staccata per un paio d’ore. Lo stesso avviene per l’acqua.
Andiamo a cercare la nostra sistemazione di stasera, che abbiamo eletto “chez l’habitant”, ovvero presso un privato il quale offre un servizio di B&B, con tanto di cena preparata sul momento. Trovarlo non è facile per nessuno, tanto che il nostro autista gli dà appuntamento presso una stazione di servizio, una volta incontrato ci porta in un paio di km al punto più vicino raggiungibile con i mezzi e da lì si procede bagagli in spalla per trecento metri nei vicoli di una zona decisamente popolare. Il passaggio sarà largo un metro e mezzo al massimo e va condiviso con un fosso nel quale scorre l’acqua piovana e, in assenza, le fognature. Certo ai raffinati nasi occidentali una tale vista accompagnata da inequivocabili fetori potrebbe non esaltare i sensi del piacere, ma proseguiamo fiduciosi che qualcosa di positivo ci stia attendendo. In mezzo a un dedalo di case fatiscenti ecco spuntarne una appena ristrutturata, ed è qui che dormiremo stanotte. L’ambiente era comunque rassicurante a tal punto che non avremmo esitato a dormire in qualunque dimora ci fosse capitata. Volevamo fare quest’esperienza per immergerci nella vita reale e non ci saremmo tirati indietro, meno che mai di fronte ai sorrisi che vedevamo venirci incontro man mano che procedevamo. Il padrone di casa è a sua volta una guida turistica, che coi guadagni ha appena finito di ristrutturare la casa dei genitori ed ha deciso di aprirci una sorta di B&B. A noi spetta l’onore dell’inaugurazione, dal momento che siamo i primi ospiti dopo il termine dei lavori. La stanza è semplice ma non manca nulla, c’è persino un bel balcone con decorazioni lignee ed un ottimo squarcio sul quartiere con la sua vita quotidiana. Ci sono ancora alcuni lavoretti da fare ma la dimora si presenta accogliente come chi la gestisce, già allietata da decorazioni e, soprattutto, porte intagliate da lasciare a bocca aperta. Approfondiamo questo discorso: ci spiega che durante la sua attività di guida gli è capitato durante i trekking di conoscere artigiani spersi nei villaggi di remote colline. Ne ha ingaggiato uno, il quale ha impiegato sei giorni di lavoro per creare ciascuna delle ante; fatto un rapido calcolo di quante porte interne ed esterne ci sono in casa, possiamo stimare abbia lavorato per oltre tre mesi. Ovviamente le incisioni hanno dei significati precisi: c’è il sole a significare che si può essere ricchi o poveri ma sorge per tutti, la parte interna offre il significato della famiglia, del legame, intorno c’è una cornice su ogni pannello e sul perimetro della porta, a simboleggiare un confine, una difesa da estranei. Facciamo cena nel bel living di casa chiacchierando per tutta la serata e scambiando esperienze sui nostri due mondi, così diversi ed entrambi così imperfetti. Il tutto bevendo una buona bottiglia di vino malgascio, proveniente dalle colline non distanti da Fianar, dolce e liquoroso coi suoi 15° scorre dolcemente accarezzando le papille gustative. Per cena gustiamo un pollo condito da riso, un romazava rivisitato dove la salsa di pomodoro è sostituita da pomodoro fresco pestato con cipolla ed erbe, servito a parte. Il pollo è cotto in padella con quattro tipi diversi di foglie verdi tipo spinaci, di contorno c’è un’insalata di pomodori e banane da frutta. 
Una splendida esperienza ed un’ulteriore lezione di come non bisogna lasciarsi trarre in inganno dai pregiudizi pilotati dal nostro stesso occhio.

IT

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