Giorno 9

Isalo N.P.

Isalo N.P.: la maestosità della natura, fra lande aride e canyon ricchi d’acqua

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Isalo N.P.

Mattina a Isalo N.P

Una passeggiata poco dopo le 6 intorno al camp ci consente di ammirare un’alba spettacolare; sulla strada due zebù all’inizio di una giornata di fatiche trascinano un carro verso il villaggio. Colazione alle 7,30 ricca di gusti locali: il miele è denso ed aromatizzato, con una connotazione meno dolciastra del nostro. A Ranohira incontriamo la guida (senza la quale è molto facile perdersi nel caldo dedalo di sentieri) che ci condurrà per la giornata alla scoperta dell’Isalo National Park, quello che probabilmente è il parco più interessante dell’intero Paese. La guida è di Antsirabe, pertanto non appartenente alla tribù dei Bara; questi disdegnano il mestiere poiché già pienamente occupati con l’agricoltura e l’allevamento. Ciò offre la possibilità di una migrazione interna. Ci dice che il 50% dei proventi incassati dal biglietto all’ingresso va alle comunità locali, anche se a prima vista non si direbbe visto che è tutto in uno stato fra il trascurato ed il fatiscente. Il primo tratto ci porta a vedere una zona di sepolture nelle infinite grotte naturali ricavate nella roccia calcarea, anche qui possono essere temporanee o definitive, nel secondo caso si trovano in zone particolarmente impervie, fino a richiedere vere e proprie arrampicate per accedervi. Qualora fossero provvisorie (gente deceduta lontano dal proprio villaggio), i parenti dopo cinque anni vengono a recuperarne i resti. Sembra che le tombe non possano essere usate per due persone; nel caso rimangano vuote non si destinano a nuove sepolture dal momento che ce ne sono moltissime altre disponibili. Colpisce vedere il feretroappartenuto ad una bambina morta circa 60 anni fa: viene mostrato per spiegarne le simbologie delle decorazioni: il metallo con monete inchiodate sopra è a titolo ornamentale ma anche per far vedere la ricchezza della famiglia, il colore rosso sta a significare che è morta d’incidente, il nero sta per il lutto della famiglia, il blu che è andata direttamente in cielo, gli specchi perché si trattava di una ragazza, infine la casa e gli zebù ancora per dimostrarne l’origine ricca. Del resto le popolazioni Bara sono mediamente più ricche delle altre tribù malgasce: sono ottimi allevatori e capaci nell’agricoltura.
Anche oggi si parla della tendenza locale al furto di zebù e ci viene confermato come, se il ladro viene catturato, difficilmente ne esce vivo. Del resto ci troviamo in una terra di nessuno: le forze di polizia sono corrotte e non hanno nessuna voglia di effettuare indagini il cui esito sarebbe quasi sicuramente negativo. Gli omicidi nella maggioranza dei casi restano impuniti. Dei cespugli apparentemente secchi ci traggono in inganno, sopra di loro stazionano insetti perfettamente mimetizzati, esattamente della stessa tonalità di grigio da sembrare anche loro dei rami. Sembra quasi un gioco d’osservazione riuscire ad identificarli. Raggiungiamo l’oasi, un angolo di paradiso dove il torrente fa un salto a formare un laghetto dove crescono le palme, luogo ideale per assaporare un po’ di fresco.

Cascata nella gola di Isalo-N.P. con vegetazione lussureggiante e acqua turchese.

Isalo N.P

Ma è nuovamente ora di mettersi in cammino sull’altopiano arido, dove incontriamo i pachipodyum o “zampe d’elefante”, piante basse e tozze da sembrare proprio il piede del pachiderma, capaci di trattenere grandi quantità d’acqua, alla cui cima svettano fiori di un giallo intenso, quasi brillante. Vediamo anche la pianta dell’Isalo, che fornisce una linfa collosa il cui latte serve per chiudere le fontanelle e rinforzare le ossa del cranio. I ragazzi avranno la testa rinforzata per il trasporto di pesi. In questa zona arida dove ad un occhio poco attento sembrano crescere solo sterpaglie, esistono piante parassite con foglie utilizzate per far smaltire le sbronze: a Ranohira c’è un tizio che vende rhum alla sera ed al mattino si presenta dagli stessi avventori per offrire loro questa forma di antidoto sotto forma di tisana. Gli stessi sciamani creano pozioni che aiutano a curare varie malattie, collegati a riti legati a credenze animiste. Entriamo in una zona rocciosa, dove anche qui il calcare si è divertito a configurare forme che identifichiamo nello scarpone, il coccodrillo e quant’altro la fantasia supportata dal rhum di ieri sera possa immaginare. Ci imbattiamo poi in un piccolo scorpionesotto una pietra. Non era in grado di recare grossi danni, ma una sua morsicata avrebbe iniettato del veleno in corpo e qualche conseguenza si poteva avere. Il lungo poggio che si apre con un tuffo di pietra sulla piana sottostante, sul cui sfondo si vede Ranohira, porta un minimo di ventilazione; restare ammirati a guardare reca con sé alcuni vantaggi per il corpo e per la mente. A questo punto, in mezzo a rocce rossastre, iniziamo la discesa verso Noumaza, dove si trova un ristorantino da campo, molto ben organizzato. Ma non ci fermiamo ancora: mentre gli altri visitatori mangiano facciamo un ultimo sforzo per raggiungere la Blue e la Black Pool camminando alla base di un profondo canyon. Una delle due piscine naturali arriva a sette metri di profondità con splendidi i giochi di luce che entrano dall’alto, creando immagini suggestive. Ancora un salto, su per una valletta laterale ci porta ad ammirare la cascata delle Ninfee, che prende il nome da una mosca. Sembra che nel laghetto ci siano anguille ma è proibito cacciarle, così come è vietato cacciare i lemuri. In realtà gli indigeni non disdegnano di mangiarli ed esiste un fiorente bracconaggio. Al camp di Noumaza vediamo un lemure bianco la cui storia è commovente: la sua partner ed il resto della famiglia è stato sterminato dai fossa. Non dev’essere stato particolarmente difficile poiché questa specie non riesce a vedere di notte mentre a causa della colorazione è ben visibile al buio, mentre i predatori sono invece in grado di salire rapidamente sugli alberi. Adesso è single e si è aggregato ad un gruppo di Ring Tailed, ma conduce vita a parte perché gli altri animali lo vedono come una presenza avulsa dalla loro specie. Ritorniamo al risto camp per il pranzo alle 13,30, quando gli altri se ne sono ormai andati e si può stare soli con i lemuri. Si pranza bene con un’organizzazione modello pic nic e ottimi spiedini di zebù.
Rientriamo a Ranohira (che significa “sorgente d’acqua”) dove c’è un piccolo ospedale ed è la sede amministrativa di tutta la zona. Decidiamo di percorrere a piedi la strada che porta al Camp, camminando per cinque km lungo la quotidianità malgascia. In questo modo possiamo vedere e capire come si svolge la vita, fra gente tranquilla e con la quale ci si saluta quando ci si incontra. In tutto avremo camminato per 20 km, così riteniamo di poterci concedere una birra sul bordo della piscina, in un contesto non usuale per noi. Complice il tramonto trascorriamo un momento di vera tranquillità. Apprendiamo che nel parco a luglio si svolge anche una maratona, alla quale partecipano molti francesi e kenyoti. Un vero peccato per loro dal momento che un paesaggio così meriterebbe essere visto con tutta calma. 

La giornata sembra chiudersi tranquillamente con una cena a Ranohira insieme a Hubi. Essendo nella patria degli zebù ordiniamo steak e entrecôte al poivre verte, che ordiniamo al sangue e ci arriva praticamente cruda. La cosa non ci dispiace affatto, anche se un minimo di apprensione affiora nel mangiare carne quasi cruda, il ristorante è buono ma è il contesto generale a non offrire particolari garanzie. Per suggellare, una banana flambé ed un rhum al litchi. Sembra ci sia solo più da coricarci, quando al ritorno c’imbattiamo in un incendio proprio vicino al nostro Camp. Sono solo sterpaglie ma le fiamme si levano alte, non c’è tuttavia alcun rischio, sono solo gli allevatori che cercano di rendere fertili i terreni. Per non rischiare il personale spegne il fuoco prima che si avvicini troppo, anche se siamo ormai a poche decine di metri dai bungalow, intorno ai quali è stato ricavato opportunamente un fosso tagliafuoco.

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