Mattina a Morondava
Un’apprezzabile colazione in stile franco malgascio ci consente di iniziare la giornata col piede giusto: spiccano uvetta e yogurt fatto in casa accompagnati da altre portate meno tradizionali ma gustose. È vero che non abbiamo fuso orario da assorbire ma il volo è pur sempre cosa di lunga gittata ed il fisico deve riprendersi. A Tana avevamo previsto di non sostare molto, pertanto oggi è l’unica occasione in cui abbiamo un paio d’ore da dedicare ad un rapido giro su e giù per le colline che la tratteggiano. Ci dirigiamo subito nella haute ville, quindi al Palazzo della Regina, bruciato nel 1985, attualmente in fase di lenta ricostruzione: lo si può visitare, anche se l’incendio ha lasciato ben poco da vedere all’interno. Passiamo di fronte al Ministero della Difesa, alla Andohalo Cathedral ed alla più vecchia chiesa protestante della capitale. In città c’è fermento e ci sono parecchi lavori in corso, pulizie e riordini in vista dell’imminente arrivo del Papa, previsto proprio il giorno della nostra ripartenza. Il lago Anosy situato alla base del centro storico sarebbe un’ottima zona di relax, solo che fosse tenuto in ordine e con un minimo di pulizia. Costeggiamo lo stadio dove giocano i Barea, la nazionale di calcio arrivata ai quarti di finale di Coppa d’Africa pochi mesi fa. È stata la prima volta che il Madagascar ha partecipato al torneo ed il fatto di aver raggiunto un così buon risultato ha portato ad un grande momento di coesione nazionale di cui il Paese ha tanto bisogno. Al rientro dei giocatori è stato bloccato il traffico, in un tripudio generale. Non sono professionisti, salvo quelli che giocano nella Second Ligue francese o belga. L’unico sport nel quale il Madagascar abbia vinto un campionato del mondo è stato con le bocce, per la precisione la petanque. Un’eredità evidentemente di stampo francese, che si vede praticare un po’ ovunque negli scampoli di tempo: del resto per l’attrezzatura non ci vuole molto e se il campo è poco pianeggiante, il gioco diventa ancora più avvincente. Altro sport dove i malgasci sono forti è il rugby, ma in questo caso non a livello mondiale.
A Tanà l’energia viene prodotta soprattutto grazie all’idroelettrico delle dighe circostanti: non sono comunque rari i black out o i contingentamenti programmati.
Man mano che ci si allontana lungo i viali si entra nel vivo delle zone popolari, costellate da mercati lungo la strada e, poco oltre, dalle prime risaienelle quali non è raro vedere contadini a mollo fino al ginocchio per togliere l’erba. Tutto questo nelle aree in cui nelle nostre città trovano spazio le zone industriali: difficile non esprimere un’opinione non contrastante su questo punto. Poco oltre gli operai intenti a costruire un tratto di strada sono dotati di pennelli con vernice bianca e rossa e si fabbricano sul momento i cartelli in legno per indicare la deviazione. Molti sono i lavori, sovente sponsorizzati dai cinesi. Proseguiamo verso l’aeroporto di Ivato, lungo risaie che potremmo definire quasi urbane. Il contesto è laborioso, di gente indaffarata nelle campagne o nei mercati. La povertà è percepibile anche soltanto dal finestrino di un’auto. Alcune strade che conducono all’aeroporto sono già chiuse in vista dell’arrivo del Papa.
Flight TNR – MOQ 12:20 – 13:20
Con un balzo aereo di un’ora raggiungiamo Morondava, adagiata lungo una costa arida che si apre sul Canale di Mozambico. Il paesaggio lungo il volo è anch’esso arido e pianeggiante, col classico colore rossastro che contraddistingue il Paese. In città ci sono 29 gradi, in un contesto più che accettabile. Facciamo conoscenza con il driver/guida (Huby) che ci accompagnerà con una capacità impeccabile nei prossimi giorni e oltre. La nostra curiosità lo tempesterà di domande, di perché, quasi fossimo dei bambini in cerca di capire questo mondo. L’unica differenza è che non siamo bambini, ma la volontà di capire il Madagascar è forte e Huby si rivelerà un contributo essenziale, una chiave per svelarci l’anima di questo Paese.
Arrivo a Morondava
Siamo sul mare, seduti al tavolo di un ristorantino con vista sui pescatori in arrivo dalla giornata al largo, ne approfittiamo per un primo pranzo con pesce alla griglia e ravitoto di zebù (un tipico piatto locale di carne condita con un pesto di foglie di manioca), proseguendo subito dopo verso nord col 4×4 per un paio d’ore in direzione della riserva di Marofandilia. Attraversiamo l’Allée des Baobabs che avremo occasione di ammirare domani sera al tramonto, facciamo il primo incontro con la miriade di bambini che chiedono l’elemosina (l’argomento viene trattato più ampiamente nella parte generale), molti dei quali hanno la tipica pancia prominente, indice inequivocabile di malnutrizione, proprio nell’area più turistica del Paese; adulti camminano lungo la strada portando con sé il poco che hanno potuto raccogliere nel bosco, dei rami e qualche sterpaglia per accendere il fuoco; non sappiamo bene cosa possano metterci su per la cena di stasera. Siamo veramente agli albori della civiltà, quando gli uomini raccoglitori dipendevano interamente da quanto la natura circostante era in grado di offrire loro. Quando vedremo bruciare le foreste, secondo l’ancestrale tecnica del burn and slash o debbio in italiano, per ottenere nuove aree coltivabili, avremo la conferma definitiva del concetto. Qui non si tratta di fare considerazioni di carattere ambientale, ma di stabilire il livello di sviluppo umano raggiunto dalle popolazioni locali. In linea di principio è vietato bruciare, tuttavia la gente continua nella pratica sicura dell’impunità e motivata dalle ragioni dell’impellenza. Le donne presentano il viso ricoperto da una fanghiglia che scopriremo essere una crema ricavata spremendo la corteccia di un albero e serve per rendere la pelle più morbida. Le vetture sono rare, incontriamo soprattutto pedoni e poi genti in bici o che trascinano faticosamente pousse pousse nella polvere, mentre le donne camminano lungo la strada con in testa la bacinella degli indumenti appena lavati al fiume: un’arte quella di tenere sul capo un oggetto pesante e voluminoso con tanto equilibrio. Il bosco è asciutto, ci troviamo nella foresta tropicale decidua e siamo nella stagione secca, che potremmo chiamare il loro inverno, nel momento in cui tutto riposa.
Il governo ha costruito dei pozziin quest’area così povera d’acqua, il cui prelievo costa 300 Ariary (7 €cent) al bidone di una quindicina di litri. Per il consumo di una famiglia occorrono circa 5 bidoni al giorno e pochi possono permettersi l’esborso. La vita viene vissuta lungo la strada, la casa viene considerata solo come un luogo per dormire e questo la fa risultare meno importante.
Camp Amoureux
Un po’ in tutto il Paese vedremo delle carbonaie, dove gli abitanti bruciano la legna sotto uno strato di terra in modo da ricavarne del carbone leggero e facile da trasportare. Un po’ ovunque si vedono piccole colonne di fumo alzarsi, accompagnate dal tipico odore acre.
Con qualche sussulto dovuto alle numerose buche raggiungiamo la nostra dimora al Camp Amoureux, chiamata così per via di due baobab (Baobab amoureux) avvinghiati in un ciclopico abbraccio. La tenda è ampia con annessa zona bagno in muratura, nel senso che vi è solo un muro divisorio, il water si trova con vista diretta sulla foresta. Ma non siamo in un downtown, pertanto teniamo più in conto i lemuri che le remore. L’acqua che scende nel lavandino è immagazzinata in un contenitore appena sopra, da qui la necessità di usarne con la massima parsimonia. Il camp è immerso in una foresta resa spoglia dalla stagione secca. Spiccano i baobab ed i sempreverdi, in un’alternanza fra tronchi enormi e filiformi, tutti strutturati per condividere la poca acqua disponibile. In poche ore siamo passati dal caos della capitale a questo sperduto angolo di tranquillità. Un bel progresso, che apprezziamo ulteriormente non appena fatto buio andando ad osservare la natura notturna intorno a noi. Con una guida locale perlustriamo i sentieri che s’inoltrano nel fitto della foresta, stabilendo i primi contatti con la fauna del Madagascar. Vista l’ora i primi ad incontrare sono i lemuri notturni, piccoli e sfuggenti, a volte come topolini. Sono le Madame Berthe, Sportive Lemur ed un paio d’altre specie. Incontriamo anche uccelli, qualche rettile, ragni (alcuni velenosi che si annidano sotto la corteccia degli alberi secchi) e buche nelle quali in questo periodo dormono i boa, scoprendo come la selva sia particolarmente viva quando cala la coltre di buio.
In Madagascar è possibile osservare tre tipi di foresta: quella spinosa nella zona sud, la decidua nella parte occidentale e quella tropicale piovosa nella parte nord ed est.
Si rientra al campper la cena, servita con una cura impensata se rapportata al contesto dove ci troviamo.
IT
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