Giorno 12
The North – Amber Mt.
Volo a Diego Suarez e visita del Parc de la Montagne d’Ambre
Mattina a Diego Suarez
Flight TNR – DIE 7:00 – 8:55
La sveglia stamane è più cattiva del solito, del resto non siamo venuti in Madagascar per dormire. Avessimo voluto riposare non sarebbe stato difficile trovare mete più vicine ed accoglienti. Così alle 4 il gentile receptionist tira fuori dal frigo dell’hotel alcuni gelidi piatti farciti per la nostra colazione. Siamo solo noi all’interno del celebre ristorante Lapasoa, con le luci fioche in quest’ora di notte. Liquidiamo la pratica ed andiamo all’aeroporto per il volo che alle 7 in punto ci porterà a Diego Suarez in due ore di sorvolo su un paesaggio in gran parte collinoso e che, a mano a mano che si avvicina alla costa, si inverdisce sempre di più. La mattinata è grigia, la città dorme ancora sotto una bruma che la avvolge, anche se iniziano a vedersi i primi commercianti aggirarsi intorno ai banchetti dei mercati rionali. Stupisce vedere diverse persone fare jogging con la frontale a quest’ora, specialmente dalle parti dell’ambasciata Statunitense, grande a tal punto da non giustificarne le ragioni visto il relativamente scarso rilievo che il Paese riveste per gli americani, tanto dal punto di vista strategico che commerciale, presidiata intorno da ogni genere di sorveglianza. Questo tra l’altro consente di poter correre senza rischi, i malintenzionati girano alla larga da questa zona. In direzione dell’aeroporto si vede un centro congressi, quasi ultimato ma evidentemente chiuso: alcuni anni fa doveva ospitare i lavori della Conferenza dei Paesi Africani, poi annullata a causa della situazione di grave incertezza politica all’interno del Paese. Attualmente non si sa se verrà ultimato e a cosa potrebbe servire; il suo futuro sembra essere destinato a diventare quello che da noi si chiama un ecomostro. Il presidente dell’epoca pare avesse perso contatto con la realtà: intendeva spendere 60 milioni di $ per acquistare un aereo presidenziale e con quello andare in giro per il mondo a chiedere soldi per il disastrato paese; in forma diversa, ma lo stesso principio col quale i bambini chiedono i bonbon.
Arriviamo ai voli nazionali per un nuovo imbarco; poco distante stanno costruendo il nuovo terminal per gli internazionali, mentre i voli domestici andranno a prendere il posto attualmente occupato da quelli per l’estero. In realtà ad Antananarivo il traffico aereo è comunque assai scarso, ma la via dello sviluppo di un Paese passa inevitabilmente per la sua porta d’ingresso. Ad ogni buon conto i lavori sono fermi e non si sa quando verranno ripresi. Ieri in città abbiamo visto parecchi concessionari di auto e camion, rari o quasi assenti altrove. Trattano soprattutto usato proveniente dai Paesi sviluppati ma anche del nuovo. I mezzi nuovi invece non si vedono del tutto fuori da Tana. In Madagascar non esistono bus: quelli urbani presentano una striscia rossa, ma sono vecchi furgoni adibiti a trasporto pubblico, del resto i bus tradizionali non potrebbero girare per le strette e trafficate vie del centro. Sono stati fatti alcuni esperimenti qualche anno fa ma gli esiti furono catastrofici, congestionando ulteriormente un traffico già caotico. Gli interurbani sono i cosiddetti taxi brousse e in queste tratte vengono usati i Mercedes Sprinter. Questi partono solo quando sono pieni ed in tal caso il sovraffollamento è assicurato.
Ai controlli rileviamo come gli articoli di legno o altri souvenir di produzione locale debbano essere messi nel bagaglio da stiva. Su uno schermo scorrono in sequenza spot per sensibilizzare la popolazione a prevenire e rilevare i sintomi della peste, il tutto mentre indolenti turisti ammirano le foto dei giorni precedenti sullo smartphone: vita e morte si sfiorano su schermi notevolmente diversi, non solo nelle loro dimensioni.
Il volo verso Diego Suarez sarà tranquillo, salvo gli inevitabili sobbalzi al momento della discesa, trovandoci in una zona regolarmente battuta da forti venti nei mesi invernali, anche perché in quelli estivi sono direttamente i cicloni a dominare il meteo. Il vecchio ATR72 dell’Air Madagascar riesce ad atterrare bene e tocchiamo terra un po’ frullati; la prima sensazione è particolare in quanto il clima risulta ventilato seppure in presenza di forte umidità. Ma per fortuna il cielo è sereno, diversamente da quanto abbiamo potuto osservare dall’alto durante il volo. Buon auspicio per noi, ci sono 26°. Incontriamo subito Taki, il nostro driver/guida per questi cinque giorni nell’estremo nord. Si parte subito per la Amber Mountain National Park, una zona vulcanica e montagnosa, completamente differente dalla regione che la circonda e di cui influenza notevolmente il clima. Infatti qui le precipitazioni sono molto frequenti, con conseguente impatto sulla vegetazione e sull’economia. Laddove invece il beneficio indiretto fornito dai fiumi che portano acqua e con essa la vita non si sente più, ecco che iniziano le zone aride e le popolazioni povere.
Sacred Lake
Tutta la frutta e verdura consumata a Diego e sulla costa proviene da questi lidi, non è infatti raro trovare mercati e banchetti isolati che vendono alimentari coltivati sul posto. Per non essere da meno, visto che il tempo per il pranzo oggi manca, acquistiamo un caschetto con 8 piccole quanto succulente banane al prezzo di 1000 Ar. (ca. 0,25€). Anche a Diego l’acqua proviene interamente dall’Ambre. Trattandosi di un’altura sopra la baia è inevitabile che ci siano delle costruzioni militari, con le quali i francesi tenevano sotto controllo i movimenti sul braccio di mare sottostante. Essendo anche una zona relativamente fresca e meno influenzata dall’umidità riscontrabile sulla costa, il generale Joffre vi fece costruire all’inizio del secolo scorso un centro di soggiorno e convalescenza per i molti soldati che si ammalavano delle frequenti malattie tropicali. La foresta nella quale ci troviamo è di tipo tropicale pluviale umida, dove piove gran parte dell’anno, tanto che le precipitazioni assommano a ca. 3.500 mm; l’altezza media è sui 900 mt, mentre la vetta d’Ambre misura sui 1.450 mt. Anche qui dobbiamo prendere una guida (è d’obbligo in qualsiasi parco malgascio, tanto per gli stranieri che per i visitatori locali) e con lei – è una signora – intraprendiamo il giro che ci porta a vedere molti camaleontifra i quali il più piccolo esistente sulla terra, il Brookesia, che può stare sulla punta di un dito. Difficile capire fra le specie più grandi quali siano i maschi e quali le femmine, hanno sì colorazioni diverse, ma così come cambiano il colore della pelle per mimetizzarsi in relazione al luogo, in una maniera che è proprio il caso di definire camaleontica, la confusione regna sovrana. Tale mutamento di colori avviene tramite sensori di cui sono dotati, i quali percepiscono le cromaticità circostanti e riescono a cambiarle in modo autonomo con un sistema ormonale. Ciò permette loro di confondersi perfettamente sui rami e non essere visti dai predatori e dalle prede. Queste ultime vengono catturate tramite un rapido movimento della lingua, la quale possiede una saliva collosa ad immobilizzare immediatamente insetti od altri animaletti che si trovino nella vegetazione. Ci rechiamo a vedere il Petit Lac, di origine vulcanica, reso verde dal colore della vegetazione circostante, la cui profondità misura in questo periodo di piogge relativamente scarse ca. 5 mt, ma può salire di ulteriori 3 mt durante la stagione tipicamente umida. Vi si trovano tre tipi di pesci, nessuno dei quali endemico. Oggi il sole va e viene, nascosto talvolta da nuvole lattiginose. Ci spostiamo con una serie di scalinate ricavate nella terra collinosa per andare a vedere il Sacred Lake, decisamente più piccolo ma importante in quanto sede di riti propiziatori. Su un lato si vedono i resti di offerte (denaro in piccolo taglio, riso e miele); in questo modo gli animisti cercano di ottenere grazie per intercessione degli elementi naturali e propiziarsi un buon futuro. Vi si getta una cascata, alta quanto poco importante come volume d’acqua. A rendere il tutto particolare è il circolo di rocce ricoperte da vegetazione che sovrasta il sito e lo stillicidio d’acqua che scende un po’ ovunque. Decisamente non il posto migliore per curare i dolori, ma carico d’atmosfera.
Passiamo ancora di fianco a camaleonti ed altri piccoli rettili invisibili ai nostri occhi, solo l’esperta vista della guida locale può separarli dalla vegetazione e inquadrarli per farceli vedere nel loro habitat. Vediamo anche una mangustaaggirarsi intorno ad alcune piazzole. Ha un pelo estremamente lucido e pare essere l’unico mammifero che si dedica alla caccia di serpenti, dei quale si nutre. In mezzo a piante strane ed a eucaliptila cui corteccia sembra quella di una pianta da sughero, raggiungiamo un’altra cascata con annesso laghetto, è quella di Antakarana(che trae il nome dalla tribù locale). La si vede dall’alto, a formare un cilindro nel quale scende l’acqua. Splendide anche le colonne basaltiche, a testimonianza dell’origine vulcanica della zona, che formano una parete pensile. Lungo il percorso di rientro si passa per la Voie de mille Arbres, un paradossale viale alberato nel mezzo della foresta. Fu piantato dai francesi per vedere la reazione di piante forestiere al clima locale: fra esse spiccano l’araucaria del Cile e due specie di eucalipto provenienti dall’Australia, quello per così dire con la corteccia simile al sughero molto morbida e quello tipico con la corteccia che si spela, oltre a pini di vario genere. Cominciamo fiancheggiando alcuni esemplari di canna indica, i cui semi vengono utilizzati per essere inseriti nelle maracas e diventare così parte di uno strumento musicale.
Arrivo a Diego Suarez
Sono ormai le 13,30, ci congediamo dalla guida e dirigiamo verso il centro del capoluogo. Lungo la strada troviamo un mini stadio dov’è in corso la battaglia dei polli, incitati da una folla eccitata e disposta su due file di panche con la copertura di un tendone. Si tratta di uno spettacolo o sport tutt’altro che piacevole vedere i due polli che si beccano, regolati da un arbitro ed incitati dai rispettivi padroni e da una folla di 100/150 persone che ha scommesso su di loro. Come nella box vi sono dei round di 5 minuti, dopodiché il padrone offre loro da bere ed aggiusta le piume con dell’acqua. Se uno prevale sull’altro si sospende l’incontro, ci assicurano che i polli non vengono uccisi perché in quanto combattenti allenati rappresentano un valore. Scattiamo alcune foto e lasciamo questo spettacolo che tale non è. Diego Suarez è una città popolata da 185.000 abitanti mediamente più ricca del resto del Paese. Forse è l’unica città – nel bene e nel male – che possegga una vera storia. Qui ci sono passati un po’ tutti, dai pirati, agli arabi, inglesi, olandesi ed infine i francesi. È stata poi meta d’immigrazione dall’Africa continentale e dalle isole comoriane, oltre che d’indiani e pachistani. Decisamente militarizzata, lo era ancor più in passato quando rappresentava la base per l’esercito francese. La sua posizione del resto si configura perfettamente alle esigenze di difesa, trovandosi all’interno di una serie di insenature al riparo dall’impetuoso Oceano Indiano. Per di più il nord è stato tradizionalmente la regione di maggior interesse strategico per i commerci da e verso i Paesi Arabi, India ed Estremo Oriente. In occasione della Seconda Guerra Mondiale i francesi rinforzarono le fortificazioni ed una volta caduti sotto dominazione tedesca, nel timore che il governo di Vichy ne approfittasse per favorire la penetrazione giapponese nel continente australe, gli inglesi ingaggiarono battaglia, le cui vestigia sono visibili tutt’ora. La planimetria della città ha uno stampo tipicamente militare ed anche le case ne seguono lo stile. Purtroppo sono nello stato in cui vennero abbandonate circa 60 anni fa, senza manutenzione, e chi le abita ora non si pone il minimo problema di fare delle riparazioni, verniciature o anche soltanto di abbellirne gli esterni. L’Hotel de la Marine, con splendida vista sulla baia è un rudere a memoria del ciclone che l’ha distrutto nel 1984 e dell’incuria di chi avrebbe potuto recuperarlo. C’è ancora un cimitero francese molto ben tenuto, la cui manutenzione è finanziata dalla Francia metropolitana, a differenza del contiguo malgascio pieno di erbacce fra le quali spuntano tombe in cemento. Il tutto si trova in uscita dal centro cittadino. Tutto questo melting pot di razze fa sì che le religioni siano particolarmente frammentate, tanto che solo nel campo musulmano esistono moschee di pachistani, comoriani, ecc. in realtà tutti frequentano indistintamente le une o le altre; tuttavia rimangono simbolo di un’identità legata al territorio d’origine. Sembra che i matrimoni di religione mista siano assai frequenti, in una pace sociale che servirebbe da esempio un po’ ovunque. I pousse pousse a trazione umana sono vietati in quanto la maggioranza musulmana che vive in città lo vede come uno sfruttamento ed un annichilimento della dignità umana. Anche a Joffreville tutto è in evidente stato di abbandono. Ci raccontano che gran parte degli immobili sono stati acquistati da indiani, i quali li tengono vuoti senza preoccuparsi di ristrutturarli. In verità anche in quelli occupati il degrado è più che evidente. L’ospedale militare in realtà è al servizio di tutti, o meglio di tutti coloro che pagano; quanto alla sanità malgascia questa esiste ma è sostanzialmente a pagamento, altrimenti i servizi sono scarsi se non inesistenti. Con una popolazione che riesce a malapena a sostentarsi riesce facile capire quanto limitati possano essere i ricorsi al servizio sanitario. Pur essendo sabato e pertanto giorno di mercato, Diego risulta tranquilla, con uno scarso traffico a percorrere le sue strade. Verso Ramena il panorama si apre sulla baia, con splendide vedute e ville signorili, proprietà di gente locale legata alla politica o di europei, soprattutto francesi, i quali sono rimasti qui con un gruzzolo di soldi a godersi la pensione. Ci sono anche casi di francesi metropolitani venuti a vivere ai tropici con una buona pensione ma con un costo della vita di stampo malgascio. Il mare in questa zona è di un blu splendido, separato da una esile spiaggia con boschi di mangrovia immersi per almeno un metro dentro l’acqua. In mezzo alla baia un cono dalle linee perfette si erge dall’acqua, è l’isola giustamente chiamata il Pain de Sucre. Talmente perfetta da sembrare un’emanazione di qualche entità superiore e proprio come tale ritenuta sacra, tanto che gli stranieri non possono accedervi.
Giunti a Ramena ci troviamo di fronte ad un contesto non immaginato, probabilmente per una errata idea che ci eravamo fatti. Pensavamo ad una realtà turistica avviata, destinata ad accogliere turisti da spiaggia ed i residenti di Diego nei momenti di relax. Pertanto nella nostra immaginazione doveva sembrare uno dei paesini che costellano la riviera italiana. Niente di tutto ciò: dopo aver preso possesso del bungalow c’incamminiamo verso la spiaggia nel tentativo di ripetere il giro spiaggia / villaggio compiuto due giorni prima nella zona di Ifaty. Invece veniamo subito bloccati dall’alta marea che impedisce di superare una depressione nella quale preferiamo non avventurarci. Ritorniamo al camp e prendiamo la strada che corre all’interno in parallelo alla spiaggia per giungere in paese dall’altro lato. È sostanzialmente un paese di pescatori, in questo momento quasi invaso dalla marea. Di turistico ci sono solo i ristorantini locali (denominati gargotte) a servizio soprattutto di un turismo locale. L’atmosfera è originale, con i bambini che giocano, le mamme portano i cesti di biancheria sulla testa con un equilibrio che ci sembra di farli cadere solo a vederli, uomini intenti a dipanare le reti in vista della ripartenza verso il mare. Si tratta di vita vera. Il fatto di essere nella serata del fine settimana porta a qualche schiamazzo di giovani e ragazzine vestite succinte pronte per una serata con gli amici: anche questo fa parte della quotidianità. Ci sono pochi vazha, ospitati in un unico hotel sulla costa. Il tramonto con le barche ormeggiate non è solo una cartolina, è un’emozione da gustare fino a quando la luce del sole smette d’illuminare la superficie marina.
Il camp Lakana (significa piroga) offre bungalows di buon livello con bella piscina, più adatta alle foto che al bagno vista l’acqua fresca. È tremendamente ventilato all’alba ed al tramonto, ma basta sapere che non c’è nessun ciclone in arrivo per stare tranquilli. Negli altri momenti l’atmosfera è tranquilla, il personale simpatico e la cucina di qualità.
IT
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