
“Ora vedo il segreto per fare gli uomini migliori: crescere all’aria aperta, mangiare e dormire con la terra”
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Aeroporto di Antananarivo, poco dopo la mezzanotte del 6 settembre, in attesa dell’imbarco per il volo di rientro:
la mente balza come un lemure fra le tante avventure di questi giorni: da un parco all’altro, spiagge incantevoli, persone incontrate, animali osservati. Il tutto senza soluzione di continuità, dove emozioni, domande e impressioni si sono susseguite a ritmo incalzante. In un’Africa che non è Africa, con uno stato di povertà inconcepibile a fronte delle enormi potenzialità disponibili. Un Paese dove si può agevolmente coltivare o allevare qualsiasi forma di vita vegetale o animale, ma che non è ancora stato in grado di creare un’economia degna di questo nome, dove il 92% della popolazione è costretto a vivere con 2$ al giorno.
La pelle degli uomini sembra corteccia, gli occhi dei bambini implorano qualcosa che essi nemmeno conoscono. La gente ozia sotto la tettoia della capanna, non capisci se per ignavia o mancanza di lavoro. O nessuno dei due, semplicemente hanno fatto il poco richiesto loro dalla giornata. I bambini sovente lavorano, secondo un principio ben differente dal nostro, dove sarebbe etichettato come “sfruttamento minorile”. Se ne deriva che ciascuno debba crescere fin da subito, prendendosi fin dalla tenera età una dose di miseria destinata ad accompagnarli per tutta la vita.
È proprio su questi argomenti che ero venuto a cercare delle risposte: ne esco con interrogativi ancora maggiori.
Capire, ancor prima di vedere, è lo scopo di un viaggio!
Posizionato in basso a destra rispetto al continente africano, il Madagascar non gode di una posizione particolarmente interessante sul palcoscenico delle strategie mondiali. E questo almeno gli ha risparmiato guerre cruente: l’ultimo vero scontro è stato fra inglesi e francesi di Vichy, i quali vi aprirono un fronte tropicale per meglio combattersi al caldo, lontano dai già affollati campi di battaglia che negli anni quaranta del secolo scorso insanguinavano l’Europa. Il resto sono brandelli di guerra civile che nulla hanno da condividere con le stragi seminate altrove.
Andando alle sue origini, l’isola si è staccata dal continente africano (al tempo ancora inglobato nel groviglio del Gondwana) circa 150 milioni di anni fa ed è andata alla deriva sviluppando una dirompente natura autoctona. L’uomo invece vi ha messo piede solo 2000 anni fa, in seguito a migrazioni asiatiche, popolazioni probabilmente messe in fuga da guerre. Ed i tratti somatici orientali sono ancora evidenti su tanti volti. Per tutte queste ragioni il Madagascar racchiude in sé qualcosa di diverso rispetto all’Africa continentale: ne condivide tuttavia la povertà diffusa, retaggio di un colonialismo ed un postcolonialismo di stampo francese che poco o nulla si è curato del progresso economico e sociale, di governi corrotti e guerre civili di portata limitata. Ma soprattutto il Madagascar sembra dovere la propria arretratezza alle caratteristiche intrinseche della sua popolazione, alla frammentazione in tribù divise da tradizioni differenti. Forse i malgasci non sono mai riusciti ad emanciparsi da una forma mentale legata solo all’imminente, ad una bonarietà gradevole quando li si incontra ma poco efficace nel garantirsi un futuro, sin dagli albori della loro storia. Difficile, forse impossibile, comprendere esattamente quali siano le reali radici di tale situazione – sicuramente complice l’isolamento geografico – che lo relegano al nono posto fra i Paesi più poveri del mondo. Resta il fatto che tanto l’isola quanto i suoi abitanti non possono non affascinare quanti cercano di conoscerne la loro anima!
Fino al 1975 il Madagascar è stato autonomo quanto a produzione e consumo di riso, attualmente una parte viene importata dai Paesi asiatici, a causa dell’incremento della popolazione e dei costi legati alle scarse rese. Di questo gli abitanti addebitano la colpa ai governanti, a loro vedere incapaci di attuare politiche agricole in grado di garantire almeno il fabbisogno locale. Purtroppo quella che chiamano la fase di transizione, ovvero un vuoto di potere durato dal 2009 al 2013 ha soltanto alimentato i traffici illeciti, mantenendo distanti possibili investitori nel settore turistico e industriale. La situazione è di poco migliorata negli ultimi anni, grazie ad un governo che se da un lato è stato praticamente assente in tema d’iniziative, dall’altro ha quantomeno garantito una certa stabilità, ed i primi timidi segnali di ripresa iniziano a vedersi. Non ancora però nel turismo dove, complice la pessima situazione delle strade, risulta difficile completare dei tour capaci di toccare parte delle meraviglie di cui è ricco il Paese. Per farlo occorre prendere voli interni (nel nostro caso ne abbiamo presi 4) con i conseguenti esborsi che ne derivano. Avendo accennato ai trasporti conviene approfondire l’argomento poiché questa risulta essere la chiave per la buona riuscita di un viaggio non unicamente basato sulla vita da spiaggia; la questione riveste inoltre un ruolo fondamentale per lo sviluppo generale del Paese. Le strade sono generalmente poche ed in pessime condizioni: solo alcune, in partenza dalla capitale, risultano essere asfaltate e ben percorribili; anche in questi casi attraversano villaggi dove la vita si addensa sui bordi dell’arteria, in uno scorrazzare di bambini, animali ed adulti intenti a trasportare ogni genere di prodotti con ogni mezzo. Questo pittoresco e variopinto quadro di disordine che s’incontra ogni volta ci si avvicina ad un villaggio non fa che aumentare i rischi per gli abitanti e diminuire la velocità dei mezzi che lo attraversano, per quanto gli autisti siano più soliti a suonare il clacson per segnalare la loro presenza che a rallentare come si converrebbe. Il resto delle rotabili presenta buche tali da rendere la circolazione ai limiti del paradossale: i camion sono costretti a procedere a passo d’uomo fino a sembrare fermi, le vetture sono pressoché inesistenti in favore dei 4×4, i quali a loro volta sembrano guidati da autisti ubriachi se visti da distante, intenti a zigzagare per meglio poter assecondare le voragini che si aprono dinanzi a loro. Voragini che nella stagione umida diventano vere e proprie piscine, con l’aggravante che non si riesce a prevederne la profondità. I ponti sono invece ad unica corsia e, se su diverse strade questo non rappresenta un problema grazie allo scarso traffico, su altre (come la RN2 che collega la capitale al porto principale di Toamasina) ci si deve inventare un senso unico alternato. Di questa strada percorsa negli ultimi giorni del viaggio torneremo a trattare più avanti, per il momento occorre dire che in mezzo ad un simile inferno i malgasci reagiscono con proverbiale calma ma soprattutto con estremo rispetto reciproco: i mezzi più veloci non vengono ostacolati, i camion usano gli indicatori per segnalare se conviene sorpassarli oppure no: a destra significa via libera, a sinistra vuol dire “aspetta che c’è qualcuno che arriva in senso contrario”. È una solidarietà che semplifica non poco la difficile vita di chi guida e per quanto possibile ne migliora i parametri di sicurezza. Le ferrovie praticamente non esistono, o meglio, esisterebbero ma non sono in funzione: l’unica attiva collega Fianarantsoa con la costa orientale ed il treno parte quando riesce a funzionare ed arriva quando non deraglia. Tanto che per i viaggiatori l’interesse di percorrere questa tratta è destato più dal senso di avventura che dall’obbiettivo di raggiungere la destinazione finale. Un assurdo se vogliamo, ma è così che vanno le cose, in mezzo ad agricoltori che approfittano delle lunghe fermate per vendere i loro prodotti a passeggeri e viandanti. La già menzionata RN2 è invece percorsa da lunghe file di camion in un’infinita spola di container, lungo la quale corre una ferrovia a scartamento ridotto d’epoca coloniale. Ci dicono che qualche treno merci di tanto in tanto ci passa ma dal traffico pesante che percorre la strada pensiamo si tratti di occasioni alquanto sporadiche. Di più, la striscia d’asfalto deve seguire le asperità collinose del terreno, rendendo oltremodo rischiosa la circolazione anche a causa di mezzi per nulla sicuri. Nel corso del viaggio, percorrendo la RN7 nel sud, ci siamo imbattuti nello scheletro di un camion bruciato in fondo ad una discesa il giorno precedente. I freni usurati hanno incendiato il carico e vogliamo sperare che almeno l’autista sia stato in grado di mettersi in salvo; intorno ronzavano ancora alcuni bambini nell’intento di portare via qualcosa di riutilizzabile.
Infine una nota positiva arriva dai voli aerei: a partire da quest’anno è stata creata una società partecipata fra Air Madagascar e Air Austral dell’Isola di Réunion, a sua volta controllata da Air France. Mentre in passato i voli interni si distinguevano per ritardi ed annullamenti, ora la Tsaradia garantisce collegamenti efficienti e con mezzi di norma recenti. La nomea è positiva ed anche la nostra esperienza è stata pressoché perfetta, dei quattro voli in programma solo uno ha avuto un ritardo di quasi un’ora. Certo che la necessità di doversi spostare in aereo rappresenta un’alternativa non proprio low cost (se prenotati con un paio di mesi d’anticipo i voli costano sui 150€ a tratta) ed occorre comunque sempre transitare da Tana.
Tutto dipende dal tempo a disposizione: i taxi brousse sono dei minibus che partono quando sono pieni e sovente vengono stipati da ogni genere di umanità che trasporta qualsiasi tipo di merce. Le biciclette ammassate sul tetto sopra i sacchi di frutta non rappresentano un’eccezione. Il rischio non sembra essere particolarmente elevato, il problema sono piuttosto le tempistiche di chi ha i giorni contati. Solitamente vengono utilizzati dei Mercedes Sprinter a fine carriera, comprati come furgoni ed allestiti localmente con sedili di poco valore e vetri made in China. I peggiori circolano nelle città e sono vetusti C25 della Citroen. Viaggiano giorno e notte, nelle ore di buio formano convogli per evitare le frange di banditismo che talvolta ancora popolano le strade. Caratteristica è la vista che offrono quando si fermano per consentire una sosta idraulica ai passeggeri, tutti in fila lungo la strada ad espletare le loro necessità. Per le vie di comunicazione in peggiori condizioni ci sono poi i camion brousse, adatti ad affrontare ogni condizione di terreno senza offrire un minimo di confort. Ma l’obiettivo resta quello arrivare e gli stranieri che vi salgono su ancora una volta sono persone che intendono provare la propria resistenza durante il viaggio, prima ancora che apprezzare la destinazione da raggiungere.
Il parco camion invece è variegato, con un po’ tutti i modelli europei di vecchia generazione, ma i più caratteristici sono dei Mercedes anni 60 visti a malapena nell’Iran dell’embargo. Ma questo è il Madagascar dal punto di vista della viabilità, non certo un modello d’efficienza, di certo un’esperienza che completa il viaggio, da affrontare col giusto spirito di adattamento e rispetto verso una Nazione con problemi ben più gravi del comfort sulle strade. È certo che se le amministrazioni fossero in grado di garantire condizioni decenti se ne gioverebbe lo sviluppo del turismo. Ad esempio, nel nostro caso anziché volare da Tana a Morondava dove ci aspettava il mezzo con l’autista, per compiere una sorta di C rovesciata, raggiungere Toliara e rientrare a Tana con un volo, avremmo potuto effettuare tutto il percorso via strada portando maggior beneficio agli operatori locali e rendendolo più accessibile anche a chi viaggia con budget che non prevedono voli aerei. C’è chi sostiene che le strade non vengano costruite o manutentate a causa di una sottile forma lobbistica interessata allo sviluppo del traffico aereo. Di certo non fare risulta più comodo e meno dispendioso del fare, in particolar modo per un Paese con finanze pubbliche molto esigue. E se esistessero lobbies interessate a mantenere un sistema inefficiente, d’altra parte ce ne potrebbero essere altre ben più disponibili a vivere in un contesto di sviluppo; a titolo di esempio possiamo proprio citare i trasporti, vere odissee nel periodo secco ed ancor peggio in quello invernale.
Parlando di neocolonialismo occorre sottolineare l’ombra della Cina che tende ad allungarsi sul Paese. Sono stati fatti investimenti come sempre mirati a sviluppare strade o siti che hanno finito per portare un tornaconto a chi ha speso i soldi. L’impressione è quella di una presenza più limitata rispetto a quanto il Dragone stia cercando di attuare altrove, frutto anche qui di un limitato interesse strategico. Se di potere in mani straniere si deve parlare, occorre senza dubbio fare riferimento a quello francese.
La presenza della Francia incombe anche dal punto di vista culturale: chi vuole accedere agli studi superiori di specializzazione deve recarsi nel continente europeo. Questo determina una forma di sudditanza psicologica ed un modo di pensare più affine alla mentalità d’oltralpe e contribuisce inoltre a tenere distanti altri interessi, fossero essi europei, americani o asiatici. Del resto il Madagascar non ha mai destato vere e proprie corse alla sua conquista: dopo i primi esploratori giunti sulle sue coste nel XVI secolo si sono susseguite costruzioni di basi e fortezze lungo il litorale, più a protezione delle rotte marine che ad un vero interesse a procedere verso l’interno. Solo la Francia verso la fine dell’800 – e precisamente nel 1885 – ha formalizzato la colonizzazione. Fra gli ostacoli hanno di sicuro inciso le malattie tropicali legate all’asperità del luogo, ma soprattutto lo scarso interesse verso una regione scomoda da raggiungere per gli europei, isolata, con scarse possibilità di interscambio e le risorse minerarie all’epoca poco esplorate.
L’anno migliore per il turismo si è rivelato il 2008, successivamente il settore è crollato per la concomitanza fra la crisi economica nel mondo Occidentale e quella politica in Madagascar. I numeri che abbiamo sentito sono talvolta contrastanti ma non dovremmo essere distanti dalla verità se abbozziamo una presenza di ca. 400.000 visitatori nell’anno di maggior afflusso, ridottisi a meno di 200.000 nel 2019. Gli americani arrivano via Kenya ed Etiopia, ci sono degli arabi e stanno prendendo piede i cinesi, soprattutto per un mordi e fuggi nella rinomata Allée des Baobabs, luogo fotogenico dove possono mettersi in posa al cospetto degli imponenti mastodonti vegetali. A titolo di comparazione sembra che Mauritius catalizzi ca. 1 milione di turisti.
Vazha: siamo noi, ovvero nella sua corretta traduzione, colui che viene a vedere. E’ un termini non recente pertanto non sta ad indicare il turista quanto lo straniero dalla pelle bianca.
L’origine della colonizzazione umana invece risulta essere abbastanza recente, derivando da gruppi di popolazioni malesi ed indonesiane che giunsero sull’isola a bordo di piroghe a vela ed un timone laterale circa 2000 anni fa. Hanno trovato alcuni abitanti di statura molto bassa (probabilmente boscimani), li hanno resi schiavi ed hanno iniziato la coltivazione del riso che si erano portati dalla madrepatria. In seguito si sono spostati sulle zone più fertili dell’altopiano centrale lasciando la colonizzazione delle coste a nuovi immigrati di razza tipicamente africana. A Tana vediamo parecchi volti che si sarebbero potuti tranquillamente incontrare diverse migliaia di km più ad est. Resta stupefacente come siano potuti arrivare fin qui percorrendo un’enorme distanza con i pochi mezzi nautici a disposizione all’epoca, riuscendo a colonizzare un territorio disabitato ed inospitale. Sono invece più recenti le migrazioni dall’Africa centro meridionale, nonché Paesi arabi/indopakistani, questi ultimi venuti per alimentare il commercio e stabilitisi soprattutto nel nord dell’isola.
In Madagascar convivono 18 tribù che possono differenziarsi anche parecchio tra di loro, contribuendo a rallentare un già difficile processo di sviluppo. Una delle diversità più spiccate riguarda il tema dell’aldilà e delle tradizioni legate agli antenati. Il fahamadiana (vedi sotto) prevede il rivoltamento delle ossa di un anziano genitore, cosa che ai nostri occhi può apparire quantomeno macabra, mentre per le tribù che popolano gli altipiani rappresenta un momento d’incontro col resto della famiglia e della comunità, oltre ad essere di buon auspicio per il futuro. Più concretamente, nel presente il rito si trasforma in una festa che dura tre o quattro giorni.
Tutto ciò è strettamente correlato agli aspetti religiosi. Nonostante si odano percentuali di appartenenza diverse a seconda dell’interlocutore, si può fare una stima ben sapendo che non si può avere assoluta chiarezza. Se i cristiani (che si sono in qualche modo divisi geograficamente le sfere d’influenza fra cattolici e protestanti) rappresentano la maggioranza poco oltre il 50%, i musulmani orientamento sunnita costituiscono una consistente minoranza che tende a prevalere nel nord (25%), il tutto risulta poi confuso dalle preesistenti credenze animiste. Del resto il sincretismo delle religioni colonizzatrici è dovuto scendere a compromessi con le credenze preesistenti, così da trovarci di fronte a cristiani che vanno a messa ma dopo sette anni praticano il fahamadiana (rivoltano le ossa del parente deceduto). Un rito di origine atavica che vede i parenti nell’aldilà come intermediari fra chi è in vita e l’Ente Supremo. Per questa ragione esiste il culto degli antenati, soprattutto quelli deceduti in età più avanzata. A questo fine chi è caduto in giovane età non viene glorificato in quanto i ragazzi non possono vantare una grande esperienza a causa pochi anni vissuti e si pensa che una volta nell’aldilà non siano in grado di intercedere opportunamente. Gli anziani sono invece gente che ha vissuto e sono nella posizione di ben rappresentare le istanze dei vivi. Un sistema che sembra stridere col nostro modo di vedere, dove si rende particolarmente onore alle giovani vite spezzate, ma risulta essere coerente se visto da una diversa angolatura. Per questa ragione in certe aree le tombesono persino più belle delle case, costruite in cemento ed ornate di decorazioni che ricordano le attività del parente. Un credo alla cui base esiste l’intercessione degli avi risulta essere l’elemento fondante della religione animista, nata spontaneamente e votata alla venerazione di un Dio tramite gli elementi naturali, situazione già incontrata in altre forme di religione che traggono la loro origine da credenze primitive, come il buddhismo tantrico. Qualcuno ci ha parlato anche di un’altra religione monoteista in aggiunta a quelle di cui sopra, ma non riusciamo a comprendere se si tratta di sfumature delle altre o di qualcosa a sé stante.
Il matrimonio fra appartenenti a tribù diverse un tempo non era ammesso, oggi dipende dalle relazioni in essere a livello tribale e dal livello di apertura dei genitori degli sposi. Non è comunque frequente in quanto per uno dei due coniugi vivere in un ambiente diverso porterebbe ad un significativo stravolgimento delle proprie abitudini. In tema di matrimonio, di solito ci si frequenta per qualche anno come fidanzati (si inizia molto giovani). Anche qui esistono rituali da rispettare: lo sposo porta dei doni alla famiglia della sposa, di solito soldi o qualche parte prelibata del capretto (ad es. il carré), seguono incontri informali fra i due membri più anziani delle famiglie. La cerimonia avviene in forma civile e religiosa nella stessa giornata, con tanto di festa a coronamento come avviene un po’ in tutto il mondo.
La povertà in Madagascar non è un’opinione. Qualunque siano le cause vedere una miriade di bambini che ti vengono incontro per chiedere la carità provoca sentimenti contrastanti, che stridono contro qualunque logica umana e non. Intanto occorre dire che il Paese ha raddoppiato i suoi abitanti nel corso dell’ultimo ventennio e non osiamo pensare a cosa potrà accadere nel momento in cui questa marea di ragazzini entrerà nella fase riproduttiva. Complice una componente religiosa che non ha voluto insegnare come contenere le nascite, le popolazioni delle campagne continuano a figliare senza sosta. Le risorse e gli scarsi mezzi a disposizione per attingervi non bastano e basteranno ancor meno in futuro se non saranno accompagnate da sapienti politiche di educazione in materia. Per i malgasci avere molti figli rappresenta un punto di orgoglio, tanto che prima di sposarsi i genitori augurano ai propri figli di avere sette maschi e sette femmine. Con queste premesse risulta abbastanza difficile far passare il messaggio di un controllo delle nascite. Anche se a livello centrale le amministrazioni cercano di porre qualche limite alla proliferazione selvaggia, risulta chiaro che gran parte della popolazione non può essere istruita, essendo avviata al lavoro già dall’infanzia (vendita che chiameremmo street food nella migliore delle ipotesi o tirare grossi carretti con fascine di legna se va male) e vivono in stato d’indigenza, chiedendo qualsiasi cosa ai passanti.
In natura si trovano delle piante velenose usate dalle donne per abortire. Per legge non è consentito e chi lo vuole fare è costretto a questi pericolosi sotterfugi, assumendo piccole dosi di veleno.
Il turismo sessuale rappresenta un problema concreto: le ragioni possono essere ricondotte al fatto che è una meta tropicale con turismo più da spiagge che d’avventura e attrae anche gente incline a cercare esperienze di altro genere, poi le ragazze sono assai povere ma molte sono belle soprattutto quelle con lineamenti e caratteri somatici orientali.
Una decina di figli nelle aree rurali (la media scende a tre/quattro nelle città), dei quali forse i primi due possono accedere alla scuola primaria, non rappresentano un buon viatico per il futuro, salvo nelle rare occasioni dove la famiglia possiede vasti allevamenti di zebù e serve mano d’opera per custodirli. Tutto il resto è miseria ciondolante lungo le strade, è un mare di piccoli disgraziati senza un’assistenza sanitaria e scolastica che possa scortarli negli anni più importanti della loro vita. L’unico sbocco è quello di diventare dei grandi disgraziati fino a che morte non li separi da questa vita di stenti. Cosa che avviene assai presto, nella costernazione di noi ricchi occidentali, mentre ci accapigliamo sulle ragioni del colonialismo, dello sfruttamento, della mancata solidarietà ed avanti con belle parole. Ma la chiave è una sola: riduzione delle nascite, altrimenti sarà la natura stessa a stabilire il momento in cui dire basta. Tristemente, i principi che le nostre credenze hanno esportano continueranno a mietere nascite, le quali coltiveranno ed alimenteranno nuove vittime. Cosa dire, cosa fare coi bambini che si avvicinano a noi, al nostro mezzo, quasi fossimo atterrati da un altro mondo? In effetti proveniamo da un altro mondo, non necessariamente migliore ma diverso, probabilmente emancipato da alcuni preconcetti. Ma i bambini sono ancora lì, che allungano le loro mani per chiedere nulla: bonbon, cadeau e altre parole in lingua malgascia che non conosciamo. Dare loro dei soldi per avviarli ad una carriera di accattonaggio dove per vivere occorre allungare una mano? Dargli una caramella per vederli sorridere sul momento e non esserci quando gli zuccheri abbiano eroso i loro denti? Tutte cose che chi viaggia deve sapere e se vuole fare qualcosa per loro non è questo il luogo né il momento. È il momento in cui si condensa la tristezza, questa sì, l’angoscia di un mondo che non sentiamo nostro. Non lo è questo ma nemmeno lo è quello in cui viviamo abitualmente. Vite spente fin dall’inizio.
Detto che l’80% degli esseri viventi del Madagascar ha un’origine autoctona dovuta alla precoce deriva dell’isola, non si può certo dire che manchino le varietà, particolarmente interessanti se si considera che molte sono visibili solo qui. Ovviamente è il Paese dei lemuri, ma uccelli e camaleonti contribuiscono a rendere il viaggio veramente unico. A proposito dei rettili apprendiamo una storia che ci sembra sconfinare nella leggenda. Quando l’ascoltiamo per la prima volta stentiamo a crederci ma nei giorni successivi approfondiremo il discorso ottenendo sempre le stesse risposte: a questo punto la storia che segue è vera! Tutto nasce da alcuni buchi che vediamo nel terreno: sono stati scavati dalle formiche e di solito all’inizio della stagione secca vi entra un serpente per il periodo di ibernazione invernale. Le formiche si preoccupano di nutrirlo in modo che il rettile ingrassi. A questo punto restringono il buco con del fango in modo che l’ospite non riesca più ad uscire. Il serpente si indebolisce nel giro di qualche giorno e diventa un piatto prelibato per i voraci insetti. Sulle prime sembra incredibile come degli insetti tanto piccoli possano essere in grado di ordire un progetto così diabolico finalizzato a nutrirsi. Per noi resta una lezione che faremo bene a tenere in considerazione per la vita di tutti i giorni. Una vita comoda potrebbe farci fare la fine del serpente; essere astuti consente invece la sopravvivenza, come accade alle formiche. Qui sta tutto il senso di una filosofia che si legge nel libro aperto del bosco.
Peraltro scopriremo che sull’isola vivono molte specie di serpenti ma nessuno fra essi può essere considerato pericoloso, compreso il grosso boa, il quale si nutre di piccoli animali ma risulta essere innocuo per l’uomo. Esistono invece delle specie di ragni velenose ma non mortali per l’uomo. Anche da questo punto di vista, se lo accompagniamo alla totale assenza di animali feroci, si può dire che il Madagascar sia a tutti gli effetti un’oasi di pace, almeno per l’uomo. L’unica eccezione può essere costituita dai coccodrilli, feroci sterminatori di animali ed esseri umani se si arrischiano lungo le rive da loro abitate.
Occorre aprire una parentesi per parlare dello zebù, il bovino sacro proprio per l’importanza che riveste in svariati settori: dall’agricoltura, dove viene utilizzato come animale da soma e da trazione, alla macelleria dove rappresenta la carne più consumata, tutto quello che se ne ricava: dalla pelle venduta dai macellainei mercati alle corna, quelle degli animali sacrificati per ragioni religiose sono usate per essere appese alle tombe in onore del defunto. Si calcola che su circa 25 milioni di malgasci gli zebù siano quasi 30 milioni. Apprendiamo che per crescere bene lo zebù deve mangiare unicamente erba fresca, così che gli abitanti bruciano le sterpaglie per consentire una rapida ricrescita. Stupiti alla vista di tanti lembi di terra carbonizzata, vediamo come anche nella stagione secca si rigeneri un fragile strato di erba verde pronta per sfamare il sacro bovino.
È chiaro che gli incendicreano inquinamento, ma dove si lotta per avere il minimo dei pasti quotidiani la sensibilità ambientale non può essere particolarmente acuta. Qualcuno ci dice perfino che l’animale deve nutrirsi di erba fresca poiché la sua gola non è in grado di assimilare quella secca; ci resta qualche dubbio in quanto nelle zone più aride gli zebù devono forzatamente scendere a compromessi con l’erba tagliata ed essiccata.
L’animale è anche un indice di ricchezza: chi ha una certa disponibilità di liquidi non li porta in banca ma compra uno zebù, non porta di certo i soldi in banca, dove svalutazione e truffe possono far sparire rapidamente il capitale.
Inoltre è un modo per dimostrare quanto si è ricchi, cosa che il conto in banca non può rivelare ed è nel contempo un investimento in quanto possono essere venduti o macellati. Chi è veramente ricco arriva a possedere anche un migliaio di capi, se poi si calcola che un capo adulto può valere anche il corrispondente di 500€ il conto è presto fatto. Dagli altipiani partono gran parte degli animali destinati alla macellazione e destinati al mercato di Tana, che ne consuma mediamente 600 al giorno. Le disparità economiche si fanno pertanto sentire anche solo guardando le praterie che scorrono attraverso i finestrini del nostro mezzo: nelle zone più povere uno o due magri zebù sono il simbolo della versatilità in un’improbabile equazione agricoltura/macelleria/religione, in altre aree se ne vedono a centinaia pascolare tranquilli. Ma questa è la terra dei Bara e qui si aprirà un altro capitolo. Si tratta di un animale sacro anche se viene mangiato, perché viene utilizzato nei cerimoniali (tanto durante i funerali che le circoncisioni) e un animale dev’essere omaggiato alla donna che si sposa, o meglio agli suoceri, da parte del pretendente. La tradizione vorrebbe che venga rubato per dimostrare il coraggio del futuro marito, ma in questi anni l’usanza sembra perdere di rilievo.
La circoncisione rappresenta un momento di festa, se un ragazzo muore prima si ritiene non possa andare in paradiso.
Alimenti: oltre al citato zebù, altra carne deriva dai polli ed in misura minore dal maiale. Come pesce sono frequenti i gamberetti, gamberi, calamari, aragoste, carangue e barracuda.
Come dessert spicca la banana flambé, con cioccolata all’interno oppure ananas flambé.
Riso: si fanno da uno a due raccolti all’anno. Nel primo caso significa che riescono ad irrigare appena dopo la semina, a settembre/ottobre. C’è sia il riso rosso che il riso bianco. I malgasci amano far notare fin da subito la loro abitudine alimentare riguardo al consumo di riso: tre volte al giorno, in tutti i pasti principali. Non si può negare che il cereale sia onnipresente nel pianto di ogni abitante dell’isola. Un’altra pianta molto frequente è la cassava (da noi più propriamente conosciuta col nome di manioca).
Birra: la Gold è molto buona, più densa coi suoi 6,5°, mentre la THB arriva a 4,7°; ci sono anche la Skol, la Castel e la Fresh, un panaché. Vengono tutte prodotte dalla Star, la quale detiene praticamente il monopolio sulle bevande. Oltre alle quattro marche di birra locale imbottiglia anche su licenza la Heineken, Coca Cola, Sprite, Fanta, le acque minerali più popolari e quasi tutto quanto si beve in bottiglia o in lattina, fino ad una squisita e per noi esclusiva fantananas, dal marcato gusto del frutto tropicale. Da dimenticare invece il bonbon anglais , una improbabile quanto disgustosa gazzosa al gusto di chewing gum.
Drink: oltre alle birre ed alle bevande prodotte dalla Star ci sono spremute di corasol e tamarindo
I rhum arrangé rappresentano invece una vera delizia per chiudere il pasto: li si trova al gusto di banana, ananas, litchi, ginger, vaniglia, arancia e quant’altro la fantasia di frutti sappia creare
Esistono legami storici fra la main island del Madagascar e le isole circostanti, che occorre brevemente elencare: Mauritius è uno Stato indipendente, che fonda la sua economia sul turismo con diversi interessi patrimoniali. Réunion, non distante dalle Mauritius, è invece un dipartimento francese e funge in parecchie occasioni da longa manus della madrepatria sul Paese malgascio, come ad esempio gli interessi di Air Austral sulla neo creata compagnia Tsaradia. Anche in caso di emergenza sanitaria le strutture di Réunion sono di livello occidentale. Simile quanto a forma giuridica è l’arcipelago di Mayotte, situato sul versante opposto, a nord ovest, in prossimità delle Comore di cui condividono gran parte della storia: questa è invece una Repubblica Islamica ed è del tutto indipendente. Probabilmente è lo Stato più povero fra le isole e gli arcipelaghi elencati, perfino più del Madagascar, tanto che diversi comoriani sono emigrati proprio qui per sfuggire alla fame. Il turismo è scarso e l’attività principale risulta essere l’agricoltura.
Itinerario
Giorni di viaggio
Morondava
Subito verso la costa occidentale: Morondava e Kirindi
Kirindy
Kirindi Reserve e l’indimenticabile tramonto sull’Allée des Baobabs
Trasferimento ad Antsirabe
La lunga rotta dal Canale di Mozambico agli altipiani centrali
Central highlands
Mercato ed artigianato ad Antsirabe e Ambositra, poi si entra nella foresta pluviale
Ranomafana N.P.
Il verde intenso del Ranomafana N.P. e l’avvistamento dei primi lemuri – Visita a Fianaranstoa
Anja Reserve
I maestri della seta e della carta ad Ambalavao – l’Anja Reserve poco distante
Tsaranoro Valley
Tsaranoro Valley: uno Yosemite in versione africana
Isalo N.P.
Isalo N.P.: la maestosità della natura, fra lande aride e canyon ricchi d’acqua
Way to Toliara
Verso Toliara, passando dallo Zombitse Park e giacimenti di zaffiri
West coast
I pescatori di Ifaty, un luogo dove il tempo si è fermato. Rientro a Tanà
The North – Amber Mt.
Volo a Diego Suarez e visita del Parc de la Montagne d’Ambre
Red Tsingy
Lungo la disastrata RN6, agli Tsingy Rouge ed Ankarana
Ankarana N.P.
Ankarana N.P. con gli Tsingy grigi e di nuovo sulla R6
Emerald Sea
Il paradiso esiste: si chiama Emerald Sea, sull’Oceano Indiano
Les Trois Baies
Les Trois Baies, al cospetto di un mare splendido. Nuovo rientro a Tanà e subito ad Andasibe
Andasibe Parks
Analamanzaotra e Mantadia – foresta pluviale ed i più lemuti
IT
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