Giorno 14

Ankarana N.P.

Ankarana N.P. con gli Tsingy grigi e di nuovo sulla R6

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Ankarana N.P.

Mattina a Ankarana N.P

Dopo aver visto ieri il sole inabissarsi verso le 17,45, stamane ci godiamo l’alba poco prima delle 6; per conseguenza le fasi della vita sono anticipate rispetto agli orari che noi consideriamo soliti. Appuntamento alle 7,30 per andare a visitare lo Tsingy of Ankarana N.P. Ci troviamo subito con la guida Mohammed e concordiamo la visita che ci porterà a vedere alcuni siti nel corso della mattinata, fino alle 13. Anche qui il termine Tsingy significa “camminare in punta di piedi”. Subito alla Grotta dei Pipistrelli, per ammirarla nella sua naturalezza ed apprezzarne il silenzio: siamo soli e questo le conferisce una certa misticità. Per arrivarci occorre scendere una lunga scalinata scavata nella terra, aggirare l’enorme parete che la sovrasta a precipizio ed infilarsi nel buio della grotta accendendo la pila e aggirando una cengia che ci costringe a camminare chinati per l’incombere della parete. Appena puntate le torce verso l’alto vediamo una quantità enorme di pipistrellipendenti dalla volta, quasi a farla diventare nera. Ascoltiamo quanto ha da dirci il silenzio, immaginando come un luogo così nascosto abbia potuto proteggere le tribù Antakarana nel periodo di conquista dei Merinas. Ci spostiamo in un crocevia di fiumi attualmente in secca, dove la natura si è divertita a creare un imbuto, chiamato Perte des Rivieres. Qui infatti si gettano le acque provenienti da direzioni diverse come se fosse un enorme scarico di lavandino, il quale sovente non riesce a far defluire la forte portata creando tali inondazioni da costringere alla chiusura del parco stesso. Il sito risulta invece chiuso da alcuni anni nella zona del Lac Vert, dove sono stati trovati degli zaffiri: la ragione ufficiale è la sicurezza dei visitatori, visto che il genere umano che frequenta la zona non è dei più raccomandabili. Siamo tuttavia più propensi a ritenere che non intendano vedere curiosi nella zona d’estrazione in cui pullulano gli affari lochi. In effetti il foro di uscita dell’acqua convogliata dai fiumi non è poi così grande e ci domandiamo cosa succederebbe se uno dei massi pensili dovesse cadere a parziale ostruzione dell’apertura. Quanto di più strano è che le acque si inabissano e le ricerche hanno dimostrato escano nel Canale di Mozambico distante una sessantina di km, sotto il mare.

Un piccolo mammifero si aggrappa al tronco d'albero in un ambiente boschivo.

Una camminata dove di tanto in tanto incontriamo un piccolo lemuredormiente nell’incavo di un tronco ed eccoci di fronte al piatto forte del parco, ovvero gli tsingy grigi, punte acuminate di pietra tali da sembrare appositamente affilate da un arrotino per tagliare. Attraversiamo due ponti sospesi per arrivare ad un punto di osservazione. Pur assomigliandosi in qualche modo sono estremamente diversi dagli tsingy rossi visti ieri, quelli sembrano terra solidificata questi sono simbolo di durezza e decisamente taglienti. Viene difficile pensare come nella guerra di conquista Merina i guerrieri delle tribù locali riuscissero a fuggire in un ambiente tanto ostile e a piedi nudi. Vi convivono due distinte morfologie: la pietra è calcarea, trattandosi di sedimenti emersi dal mare ca. 150 milioni di anni fa, quando il Madagascar e l’India si staccarono dal Gondwana, e di cui si vedono perfino le conchiglie. Nelle vicinanze, a volte proprio a contatto, il grigio giallastro calcareo si mischia con le pietre nere del basalto vulcanico, frutto di eruzioni ancestrali nella zona della Montagne d’Ambre. Grazie appunto alla roccia calcarea si sono formate centinaia di grotte che fanno da contorno alle distese di tsingy. Si notano le faglie orizzontali di sedimentazione, mentre altre verticali sono dovute agli spostamenti del terreno. L’origine degli tsingy viene legata all’azione del vento sulla roccia calcarea, ma siamo portati a credere esistano ragioni più complesse che hanno contribuito a formare figure tanto particolari e taglienti al tempo stesso. Nel parco esistono quattro tipi di foresta: quella decidua, sempreverde, un fitto sottobosco con maggioranza di cespugli e quella di baobab, che talvolta assumono forme assai fantasiose. S’incontrano anche molti palissandri dal legno durissimo quanto pregiato. Esistono undici specie di lemuri di cui 3 diurni, hanno come nemici naturali i fossa ed i boa, non pericolosi per l’uomo. Camminare in piano all’interno della foresta è piacevole, quando si esce sotto il sole il calore nella zona degli tsingy tende a bruciare al contatto con la pelle. Rientriamo per assaggiare una dissetante Fantananas (una squisita bevanda al sapore di ananas) e riprendiamo la strada di quattro ore verso Diego e quindi Ramena.

Ci fermiamo in città per andare ad acquistare della vaniglia, vera risorsa del nord, in particolare della non distante regione di Sambava. La si può trovare quasi unicamente in una via (Rue Colbert) da venditori di strada. Occorre contrattare cercando di capire quale sia la migliore: dovrebbe essere quella che si piega facilmente e la cui bacca non risulta più larga del mignolo. Esistono in vari formati sottovuoto ed i prezzi risultano essere assai cari: spenderemo 55€ per ca. 300 grammi del nobile baccello.
Scambiando alcune parole con dei locali scopriamo come una cameriera guadagni ca. 200.000 Ar. al mese (corrispondono a ca. 50€), un’insegnante arriva a 60/70€. Trovare lavoro non sembra molto difficile, la difficoltà sta soprattutto nell’avere un salario dignitoso che consenta di poter vivere con un tenore accettabile. Il costo della vita a Diego risulta essere inferiore che a Ramena: qui un affitto non costa molto (il corrispondente di 10€) ma la casa è estremamente basica, l’acqua corrente c’è ed è gratuita, l’elettricità si paga a parte e i servizi igienici non esistono: in bagno si va nel bush.
Cena al camp ed una serata tranquilla sotto il forte vento che spira dalla baia.

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