Giorno 10

Way to Toliara

Verso Toliara, passando dallo Zombitse Park e giacimenti di zaffiri

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Way to Toliara

Mattina a Ilakaka

Alle 7,30 lasciamo l’Isalo Camp dopo una buona colazione con marmellata di tamarindo. Prendiamo ancora una volta la RN7 in direzione di Toliara, constatando che l’incendio di ieri sera non ha fatto danni se non le sterpaglie bruciate, ovvero l’obiettivo dei pastori che l’hanno appiccato. L’altopiano presenta ampie aree messe a fuoco e si vede come in breve l’erba ricresca in mezzo al secco generale, peccato solo che vengano coinvolti anche i pochi alberi esistenti i quali, a differenza dell’erba, non crescono più. Le palme di Bismarck dal colore azzurrognolo traggono il pigmento dal tipo di terreno e sembrano resistere agli incendi, forse. Il resto della vegetazione ad alto fusto sparisce invece per sempre.
Il calcare ha la facoltà di modellare la roccia secondo le più svariate fantasie che l’uomo riesce ad abbinare, una di queste è proprio la Reine de l’Isalo all’ingresso occidentale del parco, una roccia il cui profilo assomiglia ad una figura umana. A livello geologico dove ci troviamo le rocce sono di tipo calcareo, nelle highland (Tsaranoro e dintorni) regna il granito, mentre le zone degli tsingy sono di arenaria.
Attraversare Ilakakaanche senza fermarsi basta per farsi un’idea di questa cittadina che è nata e vive sull’estrazione dello zaffiro. Un abitato sorto recentemente dal nulla e che finirà nel nulla quando la preziosa pietra diventerà più difficile da trovare. Sembra che tutti debbano essere per strada, quasi ci fosse un coprifuoco al contrario, indaffarati in ogni direzione. Spiccano gli uffici di cambio per chi è stato sufficientemente fortunato da trovare qualcosa, mentre chi si arricchisce davvero sono i commercianti di origine araba, gli unici a potersi permettere una villetta blindata all’inverosimile su due piani. Sono luoghi già visti a Coober Pedy in Australia piuttosto che nello Yukon, in una reminiscenza del passato. Vi convergono avventurieri e banditi di ogni sorta in cerca di una fortuna facile, che facile non sarà se non per pochi. Per gli altri continuerà la solita vita fatta di stenti. Poco oltre il fiume è il punto dove i setacciatorilavorano: si trasporta la terra fino a che ci arriva la strada, da qui misere figure scheletriche la portano verso l’acqua e le donne coi bambini la passano al setaccio. I lavoratori provengono dalle zone più svariate ed appartengono pertanto a tribù diverse, cosa che contribuisce ad aumentare la conflittualità. Nel raggio di una decina di km ci sono altri villaggi simili, che riproducono Ilakaka in misura minore, ed anche qui risulta palese il contrasto fra chi cerca e chi commercia. Insegne vistose sembrano pubblicizzare la presenza di negozi, anche se ci viene detto che la produzione viene interamente esportata all’estero. Altrove i cinesi usano i bulldozer per la ricerca degli zaffiri.
Attraversiamo lande desolate dove la miseria causata dalla scarsità d’acqua è tangibile, pare scolpita sull’espressione della gente vedendola camminare a bordo strada per andare ad approvvigionarsi del prezioso liquido. Hubi ha riempito le bottiglie usate da noi nei giorni scorsi per portarle ai bambini, così che possano giovarsi anche del prezioso contenitore una volta svuotato, e risparmiando loro una camminata di almeno 10 km per riempire le taniche. Piccoli gesti svelati da una grande anima. Proseguendo, il nastro d’asfalto che stiamo percorrendosi trova improvvisamente circondato dal verde della foresta, del tutto assente sino a questo momento. Huby esclama “surprise”! Ed eccoci all’ingresso dello Zombitse National Park, decisamente più ridotto dei parchi visti in precedenza e con pochissimi visitatori. Durante la camminata su sentieri pianeggianti vediamo un paio di lemuri notturni intenti a dormire. Sorprende però vederli con gli occhi spalancati, sono gli Sportive Lemurs accompagnati dai Red Tailed. A seguire ci imbattiamo in una famigliola di lemuri bianchi con un piccolo avvinghiato alla mamma. Fra le piante si trovano dei fichi strangolatori, anch’essi avvinghiati ad un altro albero, risalgono a spirale fino a soffocarlo; una pianta assai curiosa presenta radici che si appoggiano su diversi rametti, quasi fosse stata innestata al contrario. La strada prosegue in discrete condizioni, passando per un sito dove si torchiano frutti, fino a Toliara

Due lemuri si trovano su un ramo tra le foglie degli alberi.

Il volto urbano di Ilakaka

Ci troviamo praticamente sul Tropico del Capricorno, è una città gradevole con molte costruzioni in stile coloniale francese e nemmeno troppo caotica; all’ingresso si trova una variopinta serie di taxi brousse e camionadibiti al trasporto persone che percorrono le strade peggiori, quelle che portano nel profondo sud, fino a Port Dauphin. Come popolazione siamo passati dai Bara ad un’altra tribù di coltivatori, mentre sul mare ve ne sono altre due, una delle è costituita dai Vezu, abilissimi nella pratica peschereccia. Pranzo leggero in un ristorantino stile francese tropicale e si punta verso nord lungo una strada in buone condizioni, asfaltata di recente grazie ad una compagnia cinese, la quale gestisce attività d’estrazione di minerali preziosi, quali zirconio, ilmenite e rutile oltre Ifaty. Del resto se non esiste questo genere di supporti interessati le alternative sono pressoché nulle. A questo punto raggiungere Ifaty non richiede più un’ora di pessimo sterrato ma sono sufficienti una ventina di minuti di percorso asfaltato. Prima di raggiungere la nostra meta odierna visitiamo ancora il Renala Baobab Forest, che si trova poco dopo Ifaty. È un concentrato di foresta spinosa tipica del sud del Paese, dove piove poco e le spine servono, oltre a mezzo di difesa, per aspirare la poca umidità presente nell’aria portata dal mare durante la notte. La visita si rivelerà un’esperienza molto interessante grazie alla preparazione della guida in materia di flora locale. In mezzo ai vari baobab ne esiste uno denominato “fake baobab”; lo si riconosce facilmente dal momento che la base del tronco è più piccola e sale in forma vagamente conica. Le sue radici sono superficiali, i frutti risultano allungati ed in questo momento e l’unico ad avere le foglie, anche se le depositerà entro un mese. I baobabveri visti finora di foglie non ne hanno affatto. Qui ne esistono di tre specie delle sette presenti nel mondo (sei di esse sono endemiche del Madagascar). Manca il Grandidieri, quello dell’Allée des Baobabs per intenderci, ma ci sono il grigio, il rosso oltre al già menzionato fake. Alcune cortecce di baobab sono state tagliate in passato ed utilizzate nella medicina tradizionale. Servono per aumentare la produzione di latte nelle puerpere e curare i problemi di stomaco. Sono stati praticati nei secoli scorsi ma la cicatrice non si rimargina.Il più anziano fra questi pachidermi della natura ha ca. 1200 anni (per abbracciarlo interamente servono otto persone, 12 mt di circonferenza per 9 di altezza) mentre gli altri sono fra i 200 ed i 500. Tale longevità è dovuta al fatto di non essere attaccabili da termiti, insetti, fuoco o cicloni, presentando radici profonde anche cinque/sei metri in verticale sotto la pianta. Alla fine vedremo la nursery per renderci conto della loro lenta progressione, un albero di un anno raggiunge a malapena una decina di cm, uno di 5 anni non arriva al metro di altezza. La dimensione del baobab adulto è essenzialmente dovuta al fatto che il tronco contiene una riserva d’acqua che nel genere più grande arriva a 100.000 litri. Questo per sopportare i lunghi periodi di siccità, cosa che si trasforma in uno svantaggio poiché in passato le popolazioni locali li tagliavano proprio per approfittare della pregiata risorsa. In questa zona quelli che sono stati tagliati ricrescono, a volte assumendo forme particolari; le forme strane sono dovute anche allo stesso seme che si sdoppia o a malformazioni. Uno in particolare è cresciuto come albero singolo, salvo sdoppiarsi in due ramificazioni simili ad anfore, probabilmente per una causa esterna. Le piante spinose vengono tagliate e ripiantate nella terra per continuare la loro crescita. Se seccate invece servono come efficace barriera anti intrusione. È curioso rilevare come i lemuri inseguiti dai fossa siano in grado di rimbalzare da una spinosa all’altra senza ferirsi, in quello che rimane un vero mistero. Alcuni baobab sono stati intagliati in modo da poterci salire ed andare a raccoglierne i frutti, come fosse una scala incisa, e ne portano ancora oggi evidenti i segni. Infatti i frutti devono essere raccolti sull’albero, se cadono diventano preda delle termiti ed altri insetti che li rendono inutilizzabili per l’alimentazione umana. A proposito di termiti ne esistono di due tipi: testa rossa e gialla. Quando le rosse penetrano negli alberi, le gialle riempiono quanto scavato dalle precedenti con della sabbia portata in bocca e resa solida dalla poca saliva che posseggono. Il tronco così riempito rimane in piedi, ma quando si vede la sabbia uscire dalla corteccia si può con buona ragione pensare che l’albero sia ormai giunto alla fine dei suoi giorni. Anche per la costruzione dei termitai esiste una collaborazione implicita fra le due specie di temiti, risultando così in tutto e per tutto complementari. Per ucciderle occorre attendere che il nido diventi molto grande ed alto, quando si ricopre di un pigmento di colore bianco/grigio, a questo punto si può dare fuoco al termitaio. I baobab crescono prima in altezza, poi in larghezza per un cm di diametro all’anno. Un altro albero, l’unico con la corteccia verde, è in grado di scambiare clorofilla anche dal tronco. Qui le precipitazioni raggiungono a malapena i 240 mm all’anno e sono concentrate nella stagione estiva quando la pioggia scende tutta insieme in pochi giorni e le temperature sono anche più alte. Adesso abbiamo 28/29° con clima secco. Le piante spinose sono rappresentate dalla Octopus, che è anche la più alta, riconoscibile facilmente per essere considerata il topografo del Madagascar, poiché si rivolge sempre verso il sud. Il legno di quattro alberi presenti risulta essenziale per la costruzione delle piroghe: uno presenta caratteristiche di morbidezza e viene carvata per costruire la chiglia, una per fare il bilanciere, una per i sedili di legno duro ed un’ultima per i remi e l’albero (forte e flessibili).

Abaobab massiccio nel paesaggio della foresta secca di Madagascar.

Ci sono anche camaleonti e serpenti, attualmente a riposo in buche sotto terra. C’è inoltre un centro di recupero dei lemuri: in passato i cacciatori locali uccidevano gli animaletti per ragioni alimentari ed i piccoli venivano tenuti in cattività. Attualmente la detenzione è strettamente vietata, pertanto devono essere consegnati a centri specializzati, i quali cercano di nutrirli con alimenti presenti in natura per renderli nuovamente adatti alla vita della foresta. Al momento ne sono stati rimessi in libertà 16 con successo.
Quando ormai il pomeriggio inizia ad allungare le ombre del sole ripartiamo per qualche km in direzione nord a raggiungere l’hotel situato in posizione magnifica sul mare. Dal punto di vista estetico risulta molto bello avere il mare che arriva quasi a lambire i piedi in camera da letto, da quello ambientale ci sarebbe da ridire. Complice l’alta marea, a separare la stanza dalle onde c’è veramente solo quella che sulle nostre coste definiremmo la passeggiata. L’indomani mattina la situazione sarà differente; fortuna che non ci troviamo in zona sismica e i rischi di tsunami sono pressoché ridotti a zero. Ci domandiamo però cosa avvenga in caso di mareggiate dal momento che il Canale di Mozambico non ha fama di essere sempre placido, a dare una risposta forse viene in soccorso la barriera corallina distante solo pochi km e serve da naturale frangiflutti. Non è ancora buio, pertanto approfittiamo per fare un giro nel villaggio adiacente di Ambolimailaka. Siamo in una zona distante da tutto, la popolazione vive grazie al mare in una sorta di simbiosi che avremo occasione di apprezzare durante le 24 ore di nostra permanenza. La via centrale diventa l’unica strada che resta asfaltata ancora per qualche km prima di perdersi nel nulla che la condurrà verso Morondava, in tre giorni di sobbalzi per chi ritiene di affrontare la tratta. L’abitato è nel classico stile già visto: capanne sui due lati, banchetti improvvisati che vendono soprattutto alimentari, bambini che scorrazzano ed adulti che trasportano sulle spalle o in testa ogni genere di materiale, in assenza di altri mezzi. Al fondo del paese ci addentriamo per cercare un’uscita in direzione del mare. Ci sentiamo osservati, non è comune vedere dei visi pallidi aggirarsi da queste parti, ma in qualche centinaio di metri avvistiamo le barche a riprova che oltre l’ultima collina di sabbia ci dev’essere la costa. Il vero spettacolo proviene da questo mix di piroghe tirate in secca sulla sabbia in un dedalo di legname sapientemente intagliato e dipinto, dal quale pendono le reti da pesca, con la sfera incandescente che sta scendendo fino ad intingersi nel mare dell’ovest. I colori prendono tonalità calde, ogni cromaticità viene esaltata come un’opera d’arte, molte lo sono davvero. Ci togliamo le scarpe e procediamo in direzione dell’hotel seguendo la linea del bagnasciuga, più frequentemente immersi nell’acqua fino al ginocchio dal momento che la marea ha fatto sostanzialmente sparire la spiaggia. Nel frattempo il sole sempre più distante ma sempre più arancione sta per salutarci e darci appuntamento per domattina, esattamente dall’altra parte di dove lo vediamo adesso. Andiamo ancora a vedere alcune mangrovie, incuriositi da queste piante che non patiscono la salinità del mare grazie a reazioni chimiche interne o espellendola tramite le foglie. 

IT

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