Giorno 3

Tour dell’Alta Guajira – 1

Il deserto intorno al Cabo de la Vela con il Pilon de Azucar e spiagge meravigliose

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Tour dell’Alta Guajira – 1

Pilón de Azúcar

Appena svegli andiamo a vedere le luci di un sole che da queste parti ha abitudini assai mattiniere, tanto che già alle 5:30 inizia a diffondere i suoi raggi sulla costa. Una nuova passeggiata sul bel molo in legno a vedere la costa sotto un’illuminazione diversa e rientro in hotel per la colazione in terrazza con vista limitata dai palazzi circostanti, ma comunque suggestiva ad abbracciare parte della città e la costa. Abbiamo cercato di prelevare valuta locale presso un bancomat ma il Peso viene proposto a 4.150 contro i 4.450/4.500 abituali +5% di commissione fissa: decidiamo che cambieremo quando sarà necessario e in contanti. Check-out dall’hotel e con i bagagli percorriamo a piedi il mezzo km che ci separa dall’agenzia presso la quale abbiamo prenotato il tour dell’Alta Guajira. Con gli altri tre viaggiatori e il nostro bravo autista alle 8:30 siamo pronti per lasciare la cittadina, fin dalla sua periferia ci accorgiamo di come non sarà facile muoversi nei prossimi giorni: strade improbabili, quando ci sono, guadi e tanta sabbia. Lo sapevamo ed è proprio questo il bello. Il mezzo ha targa venezuelana poiché fino a qualche tempo fa l’importazione di fuoristrada dal Paese confinante era conveniente anche se le automobili potevano solo circolare in questa zona, non nel resto della Colombia. Appena usciti da Riohacha c’è un blocco stradale all’altezza del ponte sul fiumiciattolo locale con conseguente fila di macchine in attesa; un piccolo contributo da parte degli autisti fa attenuare per qualche minuto le rivendicazioni dei manifestanti e, sebbene con qualche difficoltà dovuta all’ingorgo creatosi, riusciamo a passare. L’autista è un vero asso e nel corso dei tre giorni avremo modo di sperimentare la sua abilità. Arrivati a Uribia un picchetto d’insegnanti sta bloccando il passaggio ferroviario che collega l’enorme miniera di carbone con il porto, ma qui realtà e finzione si fondono in modo quasi teatrale. I binari servono per il trasporto merci provenienti dalla contestata miniera detenuta da una multinazionale e per portare acqua tramite cisterne ferroviarie in una zona dove l’acqua è praticamente assente nel sottosuolo, a causa della mancanza di sorgenti e precipitazioni in un’area desertica assai rare. Ci viene spiegato che i blocchi stradali sono la regola nella regione, mentre nel resto del Paese la situazione è nettamente migliore: nelle scorse settimane è montata una protesta dopo che un automobilista aveva ucciso inavvertitamente un gallo che attraversava la strada; normalmente sono pretesti per avere dei soldi, in una solta di ricatto nei confronti di turisti e lavoratori della zona.

L’Alta Guajira è un territorio anomalo tanto dal punto di vista storico, che geografico e culturale; estremamente impervio a causa del deserto, della siccità e dei forti venti, va a coprire l’estremità settentrionale della Colombia e del continente Sudamericano, confinando con il Venezuela e trovandosi costretto a importare da questa parte dei suoi problemi in termini di traffici illeciti e rifugiati. Nel contempo condivide con il Paese vicino (Maracaibo è solo a un paio d’ore di auto) grandi ricchezze minerarie, in primis carbone e petrolio. L’inospitalità orografica ha fatto sì che la popolazione indigena dei wayuu abbia potuto continuare la propria esistenza senza eccessive intrusioni da parte degli spagnoli. Sembra si contino ancora ca. 300.000 individui divisi fra Colombia e Venezuela, di carnagione tendente al nero e con caratteristiche somatiche proprie, senza i classici connotati somatici delle altre tribù indigene. In realtà occupano un territorio difficile da abitare e poco interessante al di fuori dell’estrazione e a un minimo di turismo, campando di sussidi e attività molto basiche in piccole capanne sparse che stentano a formare dei villaggi. La loro sussistenza è anche dovuta ai turisti e al sistema dei pedaggi – talvolta posti in serie a pochi metri di distanza uno dall’altro – che hanno messo su in una maniera talvolta discutibile. Se da un lato può avere senso offrire qualcosa ai “padroni di casa”, è meno edificante che a raccogliere gli aiuti siano i bambini e che questi vengano di solito “pagati” con caramelle, biscotti e altri dolci. Nella gestione delle donazioni/pedaggi esiste un’organizzazione discretamente oliata. Uribiaè il capoluogo anche amministrativo dei wayuu, il cui sindaco tuttavia non è necessariamente il rappresentante di questa comunità; al nostro arrivo facciamo le ultime scorte e nello spaccio dove acquistiamo bevande un signore ci viene incontro chiedendo un attimo di attenzione: ci spiega come le locali popolazioni soffrano delle difficoltà legate al territorio e offre un “pacchetto” di aiuti del valore di 35€ da distribuire cammin facendo, concentrandoli soprattutto nella parte più distante dov’è più difficile far arrivare qualcosa. Si tratta fondamentalmente di acqua, caffè, riso, panelas, biscotti, ecc. Il sistema di fine estorsione non entusiasma alcuno dei presenti; facciamo come gli altri, compriamo un kit contenente qualche decina di sacchetti d’acqua (alimento assai scarso in zona) e ripartiamo. E’ anche vero che i wayuu vivono in condizione estreme, con scarse fonti idriche e l’impossibilità di coltivare un terreno desertico; non si sa come riescano a vivere solo di pesca e derivati caprini o rari bovini. Animali che verosimilmente dovranno essere razionalizzati nel periodo secco in quanto difficilmente potranno essere nutriti. Per contro solleva parecchi dubbi il sistema di pedaggi imposti da bambini che ostruiscono il passaggio tramite cordicelle o tronchi nella zona di Cabo de la Vela, e li rimuovono solo dopo aver riscosso un piccolo tributo. Sarà l’autista, che possiede di suo una buona dotazione di caramelle, a decidere quando e dove fermarci, conoscendo esattamente la situazione famigliare e i delicati equilibri che ne conseguono; evitando che qualcuno finisca per averne troppo e ci speculi rivendendo i beni (tramite la formula di qualche baratto) ai nuclei meno fortunati nel ricevere; quando decide di non elargire doni accelera qualche metro prima della semplice barriera e i bambini si affrettano a tirarla giù. Il gesto di chiedere per strada è un cliché già visto soprattutto in Africa, anche se l’accattonaggio può considerarsi attività presente a livello mondiale; mai avevamo assistito a una formula tanto sistematica e organizzata, che parte dal negozio di Uribia (il quale ne ha il suo tornaconto economico) e usa come piccoli corrieri un’infanzia che a quell’età dovrebbe fare ben altro. Non intendo fare del facile moralismo in un contesto difficile, ma ricordo bene quando in luoghi simili in altre parti del mondo venivamo invitati a non fornire caramelle o prodotti dolciari vista la totale assenza di dentisti e medici (piuttosto lasciare soldi a una fondazione conosciuta e seria). Inoltre, se proprio dev’essere, sarebbe più edificante e dignitoso se sul bordo delle strade ci fossero stati i genitori. Quando ci sono viene loro consegnato del tè, riso o caffè.

Lasciata Riohacha affrontiamo lunghe strade percorse solo da rari camion carichi di mercanzie o sacchi, che capiremo più tardi essere di sale. In breve raggiungiamo infatti le saline di Manaure dove assistiamo a una breve spiegazione sul processo di produzione del sale: gli organismi acquatici galleggianti, detti plancton, si trovano all’interno delle vasche di decantazione e sono visibili in un piccolo padiglione in prossimità dell’ingresso all’interno di una vaschetta esemplificativa: si nutrono di sostanze di colore rossastro contenente le vitamine A ed E assumendo a loro volta una pigmentazione tendente dal rosa al violaceo, alla stessa maniera che avviene con la carne dei salmoni. Compatibilmente con le condizioni di umidità e atmosferiche all’incirca ogni tre settimane le vasche vengono prosciugate dai raggi solari e si può estrarre il sale, che si presenta diviso su tre strati: quello superiore è il sale bianconormalmente utilizzato in cucina e viene comunque frantumato, segue uno strato intermedio giallognolo tendente al marroncino usato soprattutto per scopi medicinali e uno marrone inferiore utilizzato per scopi industriali. Si estraggono circa 2 tonnellate di sale da ogni vasca, il prodotto viene messo dentro dei sacchi e inviato presso stabilimenti di raffinazione situati non distante. Vediamo infatti diversi camion carichi in direzione di quello che potremmo definire un mulino. In questa zona viene prodotto il’70% del sale consumato in Colombia e il 95% di quello marino, l’altro sito principale di estrazione di sale (in questo caso minerale) si trova nella zona di Zipaquirà che visiteremo al termine del nostro viaggio.

La strada prosegue sterrata e assai sconnessa fino a un villaggio non distante da Cabo de la Vela; con sorpresa vediamo un paio di bus turistici e scopriamo esserci una strada più lunga ma leggermente migliore. Lungo il percorso non ci sono molte tracce umane: alcuni fuoristrada, villaggi costituiti da semplici capanne e paesaggi aridi. Nel piccolo paesino di Cabo de la Vela troviamo il locale dove pranzare (pesce) e trascorrere la notte.

Paesaggio costiero arido con la costa del mare e la terra secca in Colombia.

Abbiamo ancora il pomeriggio a disposizione e lo impiegheremo andando a visitare la collinetta chiamata Pilón de Azúcar prospicente al mar dei Caraibi e alla Playa Arcoiris. Il Pilon è un promontorio facilmente scalabile in una decina di minuti e dal punto sommitale la vista è splendida in ogni direzione:le onde s’infrangono sugli scoglio risalgono lentamente la spiaggia ammantandola di schiuma bianca, l’entroterra desertico sembra essere la continuazione perenne della spiaggia stessa. Sostiamo qualche minuto assaporando silenzio al cospetto dell’immensità che si estende di fronte a noi e alle nostre spalle; sembra di essere in un altro mondo, e lo siamo. Scendiamo a toccare l’acqua – discretamente calda – e passeggiamo assaporando una tranquillità inusitata. Le ore trascorrono veloci e il tramonto arriva presto; andiamo prima a vedere la Piedra Tortuga, vicino alla Plaja Ojo de Agua, dove facciamo la conoscenza con una coppia di piccole iguana. Sbrigandoci arriviamo in tempo per raggiungere il faro del Cabo de la Vela poco prima che il sole tramonti; come già vissuto in altre occasioni, vedere l’astro scendere verso l’orizzonte è una scena intensa quanto immensa, il mare e il cielo tingersi di cromaticità rossastre, per poi sparire quasi fosse un caldo biscotto che s’immerge nell’oceano.

Vicino a Cabo de la Vela si trova anche un parco eolico, dal momento che il vento è una risorsa costante nel corso dell’anno.

In breve raggiungiamo la nostra dimora notturna, qui l’elettricità è prodotta da un generatore che rimane acceso fino alle 22:00; per farsi la doccia viene messo a disposizione un secchiello di acqua a temperatura ambiente per ogni postazione, all’interno del quale si trova una scodella utile per rovesciarsi l’acqua addosso; scopriamo in tal modo come sia possibile lavarsi anche con pochi litri d’acqua.

Tanto qui che nei villaggi le recinzioni, i tetti e le pareti (quando ci sono) vengono realizzati utilizzando il cuore legnoso dei cactus, unico albero resistente da queste parti. La forma concava dell’interno, come una canna, serve per creare listelli accavallati e usati al posto delle tegole. Per le recinzioni si usa invece la pianta intera di cactus, che con le sue spine fa da deterrente contro l’intrusione di umani e cani. Non risulta esserci altre varietà di potenziali invasori.

Cena alle 18:30 con ottimo pesce fritto, qualche momento tranquillo e si va a dormire secondo una formula mai sperimentata prima, quella del chinchorro. Sull’altro lato della sterrata che divide in due il paesino si trova una tettoia praticamente sulla spiaggia; qui sono sistemate queste spesse amache dove pernotteremo. I locali non usano dormire nei letti bensì in sistemazioni del genere, prodotte artigianalmente, solo leggermente più larghe delle nostre in modo da potersi avvolgere durante il sonno. Sembra che la loro produzione sia interamente manuale e il costo vari fra i 200 e 400€ (prezzi di tutto rispetto se calati nella realtà locale) ma è anche vero che richiedono mesi di lavoro. Di sicuro, una volta abituati, è meglio dormire così che in una stanza: l’assenza di pareti consente una buona ventilazione mentre al mattino si slegano i due estremi dai pali e li si mette da qualche parte risparmiando gli spazi e incombenze di una camera da letto. La prima esperienza richiede un minimo di spirito d’adattamento, del resto non bisogna pretendere lo stesso comfort che si avrebbe stando nel proprio lettuccio; ancora qualche cane che abbaia, sulla strada scorrono le ultime macchine, ma poi chiudere gli occhi ascoltandoil tenue suono delle onde mentre accarezzano la spiaggia conduce il riposo verso immagini celestiali.

IT

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