Giorno 8

Cartagena e Medellin

Il rapido balzo in aereo dal sole caraibico alle nuvole sulla \”Città dell’eterna primavera\”

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Cartagena e Medellin

Il volto urbano di Cartagena

Cartagena ci era stata presentata come una città unicamente votata al turismo, cosa di certo vera, ma va detto che c’è certamente molto da vedere. La gestione dei visitatori avviene con la dovuta sensibilità e non si ha mai l’impressione di trovarsi in un contesto hollywoodiano. Ci sono molte attrattive (incluso il mare) pertanto non bisogna arrivarci per cercare solitudine, tuttavia il centro è pulito e i servizi funzionano. Il turismo è in gran parte locale, la crescita del ceto medio porta un sempre maggior numero di colombiani a visitare questa città gioiello. Le giornate sono calde, con 32° nelle ore centrali, ma appena si cammina all’ombra degli edifici la sensazione migliora decisamente. È domenica e coloro che hanno fatto baldoria ieri sera dormono tranquillamente, ne approfittiamo per salire al Convento di Nuestra Señora de la Candelaria de la Popa, il cui nome deriva dalla forma della collina alta 150 mt su cui sorge, da distante assume vagamente la forma della poppa di una nave. Arriviamo poco dopo l’apertura delle 8 e non c’è ancora nessuno fatto salvo un gruppo di fedeli che assiste alla messa. Facciamo tutto il giro iniziando dallo splendido punto panoramico dal quale si vede gran parte della città, dalla baia con la skyline fino ai quartieri periferici percorsi ieri dirigendoci all’isola di Barù. Oltre a custodire una macchia di verde all’interno della costruzione,il chiostro comprende sui lati un museo dove viene raccontata la storia del convento, in gran parte coincidente con quella della città, anche se vista da un’ottica religiosa. Sul lato opposto una balconata rende uno sguardo sulla parte orientale della città, concludendo così il tour panoramico.

Arrivo a Cartagena

A questo punto decidiamo di affrontare il Mercato Bazurto per vivere uno spaccato della vita reale cittadina, ben sapendo non essere il luogo più sicuro per fare una passeggiata. Prendiamo le contromisure del caso, l’autista di Uber ci fornisce alcuni consigli, ma se vogliamo fare qualche foto lo smartphone dovremo ben tirarlo fuori. Ovviamente non è l’inferno e anche le sue condizioni di sicurezza saranno migliorate con il progredire del Paese, ma i mercati presentano sempre qualche incognita in materia e in Colombia conviene tenere il livello di guardia più alto che altrove. In effetti i bazar dell’oriente visitati negli scorsi anni fanno un’impressione migliore tanto in termini di pulizia che di frequentazione. Il giorno festivo fa sì che il luogo non sia particolarmente sovraffollato e forse va bene così, i commercianti non si curano di mantenere pulito quanto cade per terra dai loro banchi così che, oltre a guardarsi attorno, bisogna anche stare attenti a dove si mettono i piedi. Aldilà degli aspetti securitari, il mercato è affascinante per i suoi colori, per la gente, per i prodotti esposti in particolare carne, pesci e frutta/verdura, in alcuni casi del tutto nuovi ai nostri occhi. Vediamo montagnole di platani, banane di più grandi dimensioni che non diventano dolci e vengono fritte nell’olio ottenere fare i famosi patacones. L’area dedicata ai pescisi trova lungo un fiumiciattolo, i venditori li stanno squamando e li aprono longitudinalmente in modo da poterli cuocere meglio; così come la carne, vengono tranquillamente esposti sotto il sole, fortuna che non si vedono molti insetti volare. In sintesi il mercato si può definire sporco, potenzialmente pericoloso ma interessante in quanto rappresenta uno spaccato di società non visibile nei siti turistici o nelle spiagge appannaggio dei turisti; le facce che lo frequentano non sono le più tranquillizzanti, ma a essere sinceri non ci siamo mai sentiti in pericolo. Usciamo indenni e soddisfatti, attraversiamo la strada per portarci fuori dalla zona “difficile” e chiamiamo Uber per una nuova corsa verso il quartiere di Bocagrande, dove abbiamo la nostra dimora. Alcune riprese della cittàda un’altra angolazione, un cheviche alla playa Marbella, sull’altro versante della penisola di fronte al mare, e riprendiamo i nostri bagagli alla volta dell’aeroporto di Cartagena distante solo 15 minuti. Il percorso costeggia il lungomare, vediamo ampie pozzanghere sulla strada e ne ricaviamo essere una conseguenza delle onde; l’autista conferma essere acqua marina e ci spiega essere un problema ricorrente, tanto che le vetture devono essere rinforzate con una vernice protettiva antiruggine nella parte inferiore.

Vista aerea di Cartagena con un ampio panorama urbano e una baia naturale.

Volo per Cartagena

L’aeroporto è moderno ed efficiente, il volo per Medellin è previsto in orario, durante l’attesa approfittiamo per fare il punto e ripercorrere mentalmente il da farsi. Nella programmazione del viaggio abbiamo lasciato poco spazio per la visita della seconda città colombiana, pertanto dobbiamo razionalizzare al massimo i tempi. Non che altrove ci sia da riposarsi, ma qui dobbiamo sincronizzare bene cosa vedere e quando, anche se il giro sostanzialmente è già stato delineato. Il volo della Latam è confortevole come sempre, l’unico problema è che abbiamo lasciato il caldo sole dei Caraibi per arrivare in un altrettanto piacevole ambiente verdeggiante ma nuvoloso, e man mano che ci abbassiamo sottili gocce di pioggia iniziano ad appoggiarsi sui finestrini del velivolo. Il paesaggio collinareche si sussegue è comunque maestoso, diviso fra coltivazioni e selve.

CTG   –    MED  13:32 – 14:45                       LA4293 – Durata volo   1h13’

All’arrivo una gradevole sorpresa è data dalgruppetto musicaleingaggiato da una famosa marca di aguardiente, il liquore secco tipico antioqueño ottenuto con alcol derivato dalla canna da zucchero e aromatizzato con essenza d’anice. Le vivaci melodie portano un po’ di sereno a stemperare il grigiore del cielo all’esterno, dove ci attende un taxi per trasferirci in città. Lo scalo di Medellin si trova infatti a 25 km di distanza, è stato costruito 40 anni fa per poter ospitare velivoli più grandi e, visto il territorio collinoso, non è stato possibile identificare un sito più vicino. Vista l’epoca e vista la città in cui è stato costruito non è illecito pensare che la posizione fosse anche comoda agli interessi di chi gestiva traffici criminali e voleva tenerli sotto stretto controllo. Lo collega una strada trafficata con un tunnel lungo 8 km: la domenica la strada viene chiusa in direzione aeroporto dalla 17 alle 20 onde consentire il rientro ai turisti in città. Quattro chiacchiere con l’autista confermano come la storia di Medellin sia cambiata in positivo e si stia smacchiando dai vecchi retaggi criminali quando non addirittura terroristici. Di tranquillità assoluta non si può ancora parlare, ma di città da 2,5 Mn di abitanti sicure nel mondo ne esistono ben poche. Forse qui, oltre alle periferie, occorre stare attenti anche in centro dopo una certa ora. Il narcotraffico organizzato ormai non crea problemi particolari; la microcriminalità, i disperati pronti a tutto, lo spaccio minuto continuano a esistere ma vengono scongiurati i rischi di attentati. Ciò ha portato un ingente numero di turisti e investitori, un vero toccasana per l’economia locale; ci viene raccontato come il governo locale conceda sussidi ai ragazzi in modo che possano studiare e, in relazione agli esiti degli esami di ammissione tramite i quali si stabilisce se e verso quali studi sono portati, vengono sovvenzionati i trasporti pubblici e le attività sportive. Tutto questo per combattere l’ignoranza e allo stesso tempo farli uscire dall’indigenza offrendo loro uno sbocco professionale di cui il Paese sente un forte bisogno. Arriviamo così fra uno scroscio e l’altro all’hotel prenotato; si trova nella zona di El Poblado (quella tranquilla anche di sera) e ha il pregio di mettere a proprio agio i clienti, oltre a una coreografia da ambiente tropicale decisamente attraente.

Medellin è il capoluogo della provincia montuosa di Antioquia e viene soprannominata la “città dell’eterna primavera” per il suo clima mite, tanto da ospitare annualmente la fiera dei fiori. Molte cose sono cambiate dagli anni ’80 quando era la città di Pablo Escobar, ora sono stati fatti investimenti infrastrutturali come metro, scale mobili e funivie per collegare le degradate periferie collinari, ecc. e può tranquillamente essere considerata una città tra le maggiormente all’avanguardia non solo della Colombia ma dell’intero Sudamerica.

Tramonto a Cartagena

Prima che venga buio (il tramonto è previsto poco prima delle 18) intendiamo visitare il centro, oltre quell’ora c’è da stare attenti. Ogni tanto scende qualche goccia non particolarmente fastidiosa. Medellin si distende sul fondo di una vallata, divisa in due da un impetuoso fiumiciattolo lungo il quale corre per buona parte la linea della metropolitana in direzione nord sud; come in un enorme stadio sulle colline adiacenti digradano altri quartieri e le luci della sera rendono il complesso spettacolare. A differenza di quanto accade in Europa, qui i quartieri benestanti si trovano in basso mentre le baraccopoli risalgono sempre più verso l’alto con scalinate e stretti vicoli. Partiamo dalla Catedral Metropolitana e scendiamo verso la Iglesia de la Candelaria, il Palacio de la Cultura Uribe Uribe(più simile a una cattedrale neogotica) e la plaza Botero, dove si trovano 23 sculture dell’omonimo artista da lui donate alla propria città natale. Nella stessa piazza vediamo un gruppo di tifosi del Nacional de Medellin, oggi impegnato nella finale di Coppa di Colombia contro l’America di Cali; dopo aver vinto 3-1 all’andata non dovrebbero esserci problemi e così sarà con un tranquillo 0-0 in trasferta; è bello vedere qualche azione sugli schermi delle piazze o nei bar man mano che andiamo avanti, sentendo i boati dei tifosi che agitano sciarpe biancoverdi. Nel frattempo chiudiamo l’ombrello e vaghiamo nel parco/piazza fra le pingui statue di Botero. Dopo essere passati di fronte alla chiesa di Veracruz, entriamo in un centro commerciale il cui interno è semplicemente splendido, tanto da non notare nemmeno le vetrine dei negozi. Andiamo al Parque de la Luces (spento in questo periodo) con i suoi fari proiettati verso il cielo. Sono ormai le 18, il cielo grigio anticipa la notte incombente, ma vogliamo ancora andare in Plaza San Antonio per vedere il Pajaro herido di Botero; in realtà si tratta di due sculture in bronzo, una è stata oggetto di un attentato nel 1995 quando venne imbottita di dinamite e fatta esplodere durante una festa e uccise 23 persone. Non venne rimossa o riparata, anzi lo stesso Botero decise di offrirne un’altra uguale a simboleggiare la rinascita della città e del Paese, lasciandole entrambe l’una a fianco dell’altra, a testimonianza di quella che lui stesso definì un “simbolo di imbecillità contro uno di resilienza”. Per arrivarci occorre percorrere una via larga ma poco illuminata: ad un tratto ci rendiamo conto che vi stazionano delle facce poco raccomandabili; tornare indietro vorrebbe dire attirarne l’attenzione, decidiamo di proseguire con passo deciso e senza guardarli. Più avanti ci sono ancora degli accattoni, ma siamo ormai in prossimità della nostra destinazione ben illuminata e sorvegliata da agenti di polizia, per quanto distratti. Per il rientro scegliamo un’altra via, non è il massimo ma infonde qualche elemento di tranquillità in più. Il problema è che fra le 17:30 e le 18 quasi tutti i negozi chiudono e anche le numerose bancarelle che stazionano nel mezzo della centrale Av. Carabobo e laterali spariscono, trasformando la zona in insicura. A questo punto ci rechiamo in un quartiere più tranquillo, quello di Provenza, dove ci sono diversi ristoranti; l’ambiente è molto bello, con morbidi saliscendi collinosi contornati da fitte schiere alberate e traffico limitato. La cena sarà una delle migliori esperienze culinarie di tutto il viaggio: servizio, qualità e ambiente sono al top. In un km e mezzo di passeggiata siamo in hotel in mezzo alla vivacità natalizia mista a quella della vittoria calcistica del Nacional. Ovunque c’è musica e gente che balla, in un contesto di allegria decisamente palpabile e ci viene assicurato che se anche non ci fosse stato da festeggiare il successo della loro squadra sarebbe stato lo stesso. L’epoca prenatalizia è costellata da festeggiamenti, danze, mangiate e bevute che durano tutta la notte, rese possibili dalle temperature perennemente miti. Anche se non sembra siamo a 1.500 mt, nel cuore della catena andina.

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