Giorno 16

Bogotà

A lezione di storia colombiana e vedute maestose dal Cerro di Monserrate

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Bogotà

Il volto urbano di Bogotà

Siamo ormai arrivati al termine della lunga corsa e almeno per una volta facciamo le cose con calma. Oggi si va in centro a Bogotà per cercare d’interpretare meglio questa capitale che nella prima mezza giornata del viaggio non ci ha entusiasmati. Torniamo alla Candelaria, nella Plaza de Bolivar, e da lì iniziamo una passeggiata che ci condurrà al Parque de Santander, da dove parte il Free War & Peace Tour per narrare le vicissitudini che hanno caratterizzato la Colombia negli scorsi decenni. Dopo aver indagato sulla Medellin noir, ora può essere utile avere una visione più globale. Il giro si sviluppa lungo la parte storica della città e la guida fornisce una serie di dettagli interessanti su cos’è successo e perché. Di quanto ci è stato raccontato è possibile trovare qualche informazione nella parte del report in cui si accenna alla storia e al carattere nazionale. Ci rechiamo nel luogo in cui nel 1948 venne ucciso Jorge Gaitan, un politico considerato troppo di sinistra per i tempi, entriamo nel caffè letterario, al primo piano di una libreria, dov’è possibile ascoltare altre storie terribilmente vere. Dopo la conquista, le imposizioni e gli stermini che la seguirono, in Colombia non vi fu pace fino ai tempi recenti: guerre per l’indipendenza, lotte intestine, guerriglia e narcotraffico hanno segnato in negativo la vita dell’intero Paese. Andiamo infine di fronte alla Plazoleta del Cuervo, dove sono esposti su una grandestele i 17 articoli della dichiarazione dei diritti dell’uomo tradotti clandestinamente in spagnolo nel 1794 da Antonio Nariño, un aristocratico con ambizioni indipendentiste.

Escursione a Cerro di Monserrate

Un pranzo veloce ma concreto e andiamo al punto di partenza per il Cerro di Monserrate; purtroppo il sentiero pedonale in salita chiude alle 13 in una sorta di incomprensibile (per noi) senso alternato, quindi non ci resta che acquistare il biglietto per salire/scendere con la funivia o la funicolare, a nostra scelta. Preferiamo salire con la funivia; man mano che ci alziamo la città si apre sotto di noi in un mare calmo di tetti e vie, reso appena mosso dagli alti palazzi in zona università. Siamo a 3.150 mt. e basta qualche gradino per percepire nettamente la quota, nonostante l’impressione di essere più in basso alla vista della vegetazione lussureggiante. Le terrazze sulla città consentono di vedere lo sterminato catino che l’occhio non riesce a inquadrare in una sola immagine. Come a Medellin, i quartieri meridionali risalgono dal basso verso la collina, anche se l’anfiteatro non è lo stesso della metropoli antioqueña.

Vista panoramica della città di Bogotà con montagne sullo sfondo.

Sosta a Santuario Virgen de Guadalupe

Altro elemento di stupore è che Bogotà si trova su un altopiano, la sabana, il quale prosegue ancora verso nord con paesi e praterie. Sostanzialmente un poggio andino sul quale vivono quasi 10 milioni di abitanti e c’è ancora spazio per coltivazioni agricole a perdita d’occhio; inimmaginabile per gli scenari europei. Altrettanto stupefacente è il netto quanto improvviso contrasto fra il verde del Cerro e la città sottostante, ma del resto la collina sale su talmente ripida che non era possibile costruire e forse proprio per questo si è salvata. Compiendo una passeggiata negli ampi spazi in cima alla collina ci s’imbatte subito nella chiesa con il bel presepe meccanico, dove spicca l’immagine abbastanza crudele del pastore intento a pugnalare l’agnello e appena alle sue spalle un altro lo fa cuocere sul girarrosto; scena del tutto naturale ma inusuale all’interno di un presepe. Sull’altro versante della collina si trova invece il Santuario Virgen de Guadalupe, dove ogni tanto un fascio di luce solare arriva a illuminarla, da far sembrare la statua della Madonna quasi simile all’immagine della meno celebre star con lo stesso nome quando si esibisce sul palcoscenico. Continuiamo incontrando un interessante mix di mercanzie, dai negozi con prodotti leciti e autorizzati derivanti dalla coca, sostanza ben diversa dalla cocaina, ai tamales(involtini di platano ripieni con un impasto di mais, carne e verdure) e piatti ricolmi d’interiora bovine cotte al vapore e sminuzzate.

Scendiamo con la funicolare, apprezzando un brivido in questa sorta di ascensore verticale. Appena usciti iniziamo a percorrere l’ampia Carrera 1 quando veniamo richiamati da due uomini, uno di mezza età e l’altro giovane; ci invitano in modo cortese ma fermo a non proseguire facendo l’evidente segno del dito pollice sotto la gola nel caso intendessimo andare in quella direzione. Sulle prime non sappiamo se stiano parlando seriamente, se sia uno scherzo o una truffa. In un attimo decidiamo di seguire il loro consiglio, anche perché dove si trovano è relativamente popolato, mentre andando dritto non c’è nessuno. Avvicinandoci, ci spiegano che la zona è pericolosa e conviene seguire la quasi parallela Calle 22 piena di gente che rientra dal Cerro, se vogliamo andare nella Carrera 7. Bogotà e le città principali sono così: un isolato è sicuro, in quello successivo vieni derubato. Onestamente in queste due settimane siamo passati in zone ben meno confortevoli ma non riteniamo sia il caso mettere alla prova la nostra fortuna (o il nostro intuito) e ci fidiamo dei locali. Anche in virtù del fatto che un ragazzo incontrato nei giorni precedenti si era trovato un paio di volte il coltello puntato da un disperato in cerca di spiccioli proprio nella zona universitaria.

Nel tardo pomeriggio le luci si accendono e sembra che la città s’illumini. In realtà tutto è relativo, qualcuno ci dice quest’anno el niño ha portato poche piogge, le dighe non hanno fatto il pieno e si cerca di risparmiare energia elettrica. Non osiamo immaginare cosa succeda nelle annate “normali”.

Camminiamo per un paio di km in direzione della zona rosa, ma non vediamo nulla di particolarmente interessante se non alti palazzi (bello il grattacielo di Colpatria), friggitori di strada con tanto traffico e smog da far bruciare la gola, fino al quartiere Macarena. Prendiamo Uber e in 3,5 km ci troviamo in questo grosso shopping centre urbano, ovvero la zona rosa. Attraversiamo il Centro Comercial Andino e ci rendiamo conto delle stridenti differenze sociali: è pieno di negozi che si potrebbero trovare nel centro delle più opulente città occidentali, la frequentazione è chic e d’interessante da vedere c’è ben poco, per quanto sia curioso. Appena dopo si trova la zona T, la quale prende il nome da due strade pedonali che s’incontrano ad angolo retto; anche qui niente di speciale da vedere. Decidiamo di tornare in centro e cercare un ristorante degno per il congedo da questo splendido Paese. Nel frattempo le vie si sono riempite di gente, oggi c’è lo spettacolo di luci in Plaza de Bolivar e il suo accesso viene contingentato. La cosa ci interessa relativamente, andiamo oltre ben sapendo che la zona dei ristoranti non è qui ma quasi nascosto troviamo un locale dove girano alcuni corderos al palo; entriamo e ordiniamo una ricca parrilladove c’è addirittura un pezzo di capibara, un roditore originario del Sud America più grande dei porcellini d’India, per quello che sarà il suggello gastronomico del nostro viaggio. Uscendo, ritroviamo la fiumana di gente con animati venditori ambulanti in cerca di ogni occasione buona per vendere le loro mercanzie; è una serata particolare perché è quella precedente il Natale e la gente usa riversarsi in centro. Riteniamo che per oggi possa bastare e rientriamo nella nostra dimora per la quarta notte non consecutiva.

IT

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