Giorno 5
Tour dell’Alta Guajira – 3
Ancora deserto, e qualche momento di suspance dopo la pioggia
Mattina a Bahia Hondita
Rinfrescati come non mai, siamo pronti per la colazione dove spicca la cioccolata calda con latte di capra e quindi a ripartire, dimentichi che la pioggia caduta sulla sabbia del deserto non rappresenta il miglior viatico per il rientro, su (quando ci sono) tracce che nulla hanno a che fare con una strada battuta. Anche se i primi minuti sembrano confortanti, fin da subito ci rendiamo conto di come la sabbia sotto le ruote si trasformi in una poltiglia insidiosa e queste affondando girino su sé stesse. Ci fermiamo per un attimo a scattare qualche foto da un punto panoramico su Bahia Hondita e ci rimettiamo subito in moto sapendo che la giornata si presenta piena d’insidie. Non dobbiamo attendere molto per imbatterci nella prima: una jeep partita alle 5:00 sapendo di non disporre di un motore particolarmente indicato per la giornata è impiantata nella risalita del letto vuoto di un torrente. Il fango arriva ormai all’altezza del pianale e se il mezzo non potrà spostarsi nemmeno noi riusciremo a passare. Altri fuoristrada sono già pronti con i cavi per tirarla su, ma questa rimane immobile nonostante i ruggiti del mezzo che sta vanamente cercando di farla uscire. Il nostro rientro a Riohacha è previsto verso le 15:00 ma alle 16:30 abbiamo il bus per Cartagena; perderlo non sarebbe una disgrazia ma ci costringerebbe a ricalcolare orari e visite in una delle città più belle dell’intera Colombia. E comunque bisogna venir fuori da questa fanghiglia sapendo che siamo distanti almeno 250 km dal nostro punto di arrivo; fortuna vorrà che dopo una decina di km non vi sono più tracce di pioggia e il suolo non presenta asperità peggiori a quelle viste ieri. Nel frattempo dopo alcuni tentativi andati a vuoto finalmente riescono a far riemergere la jeep ma, come scopriremo successivamente, purtroppo al costo di danni al motore del soccorritore. Liberatasi la “strada”, la maestria del nostro uomo ci fa superare l’ostacolo in scioltezza; ha un occhio incredibile per interpretare il terreno dove passare e, osservandolo bene, quando qualcuno davanti fa una mossa sbagliata lui accenna una smorfia con le labbra. In tutto saremo 5 o 6 jeep. Ma le sorprese non sono ancora finite: un mezzo che procedeva insieme a noi (i driver sono amici) buca uno pneumatico, il nostro uomo glielo sostituisce in quando la stazza dell’altro non gli consente movimenti particolarmente atletici, e si riparte. Restano ancora un paio di guadi pericolosi che riusciamo a superare nonostante il livello dell’acqua sia aumentato e grazie a un tizio che con le gambe a mollo cerca di livellare il fondo del torrente. Purtroppo la ruota di scorta è parzialmente sgonfia ma il nostro amico riesce ad arrivare a Bahia Portete dove, oltre a uno splendido panorama, c’è anche una pompa per biciclette presso uno spartano punto di sosta. In due gonfiamo la gomma di quel tanto che gli basterà per arrivare a Riohacha. La vista da qui è meravigliosa tanto verso la laguna che suii cactus che declinano sull’altro versante.
Arrivo a Bahia Hondita
Un treno trascina un numero incalcolabile di vagoni verso la miniera di carbone, mentre ieri abbiamo incontrano cisterne per il trasporto dell’acqua nelle zone più disagiate. Ancora qualche scodata su terreno sabbioso reso viscido dalla pioggia a macchia di leopardo e arriviamo finalmente per il pranzo a Uribia, da dove si riparte subito dopo. Fortuna vuole che i sindacalizzati wayuu oggi non abbiano previsto blocchi e ancora sotto qualche scroscio di pioggia arriviamo prima nella sede dell’agenzia e quindi al terminal dei bus della cittadina caraibica, giusto una mezz’oretta prima della partenza del mezzo prenotato di Expreso Brasilia. Avevamo già esperienza dei terminal sudamericani, sono molto frequentati e c’è gente che potrebbe approfittare della situazione caotica, ma tanto la prima esperienza che le successive saranno positive: bus puntuale, nessun rischio e buona organizzazione; avevamo già il voucher che scambiamo col biglietto presso l’apposito desk. Si parte sostanzialmente in orario ma il traffico e la necessità di fermarsi nei terminal in zone relativamente centrali di Barranquilla, Santa Marta, ecc. fa sì che il viaggio duri 9 ore anziché le 7 previste per coprire i 400 km di distanza. Una volta giunti al terminal ormai vuoto di Cartagena quando sono ormai l’1:30 chiamiamo Uber; stranamente l’indicazione sulla app non è particolarmente precisa e ci troviamo a girare pericolosamente fra senzatetto che dormono per terra o sulle panchine. Alla fine riusciamo a farci recapitare nell’appartamentino prenotato, anche se il destino stanotte non vuole che andiamo a dormire presto e poco dopo essere saliti in auto ci troviamo di fronte a lavori di manutenzione che costringono a un’ulteriore attesa di dieci minuti. Alle 2:20 siamo finalmente a destinazione per un meritato riposo, per fortuna la reception è attiva su 24 ore e l’uomo è anche sveglio. Facciamo il check-in e andiamo finalmente a dormire dopo una lunga giornata incominciata di buon’ora nell’umido di un chinchorro, nel punto più settentrionale dell’America meridionale.
IT
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