Giorno 2

Da Bogotà ai Caraibi

Un assaggio della capitale e immersione nel contesto caraibico

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Da Bogotà ai Caraibi

Plaza Bolivar

La giornata precedente e il fuso orario avrebbero indotto a dormire di più ma, grazie a un “riposante” sonno durante il viaggio e qualche dolore alla cervicale connesso, non abbiamo difficoltà a metterci in marcia fin dalle prime ore del mattino. Il cielo visto dal sesto piano dell’hotel risulta coperto di nuvole che lasciano tuttavia trasparire la prima luce (l’alba è poco oltre le 5:30) ma confidiamo nelle buone previsioni per la giornata. L’area è meta dei lavoratori che si apprestano a prendere servizio, vediamo una fiumana passare i controlli per entrare nella zona franca. I camion si accalcano con le loro centini arrotondate, quasi a sembrare enormi carri del far west o vagoni ferroviari.

Tradizioni e spiritualità

Colazione alle 6:30 e a seguire chiamiamo il primo Uber per dirigerci verso il centro di Bogotà, in Plaza Bolivar, dalla quale inizieremo la conoscenza della capitale colombiana. In realtà la prima impressione non entusiasma: scalini della cattedrale sbrecciati, piccioni ovunque, senzatetto coricati negli anfratti e scheletri di decorazioni natalizie (che saranno pure belle di notte ma di giorno trasmettono un’idea di disordine). Per essere la piazza centrale del secondo Paese del Sudamerica non sembra particolarmente attraente; soprattutto considerato che sui quattro lati si trovano le belle sedi delle più importanti istituzioni: il Capitolio(Parlamento) con a fianco il Palacio Presidencial Casa de Nariño, la Catedral Primaria, ilPalacio de Justicia e l’Alcaldía Mayor (Municipio), vera e propria rampa di lancio per i sindaci a diventare Presidenti della Repubblica. Per ultima, ma solo per importanza istituzionale  e non di certo per il blasone storico che l’accompagna, ad un angolo si trova la Casa del Florero, dalla quale iniziarono i sommovimenti che portarono all’indipendenza della Colombia. In breve, il gotha degli edifici del potere religioso e temporale uniti da un lastricato sudicio e fatiscente. Le nuvole sembrano non voler sgombrare il cielo, a conferire ulteriore carattere di tristezza. Siamo a 2.600 mt di quota e basta salire di qualche scalino per ad avere il fiatone, complice anche la stanchezza del viaggio.

Una strada in una città colombiana con edifici colorati e colline sullo sfondo.

Il volto urbano di Plaza Bolivar

Ma una città va osservata non soltanto nei suoi monumenti principali; durante il trasferimento in centro osserviamo come venga fatto frequente uso di mattoni rossi, tanto negli alti palazzi di recente costruzione quanto nelle villette che finiscono per assumere un carattere tipicamente british. Siamo alle prime ore del lunedì mattina, è bello vedere il centro che si anima di impiegati pubblici nel momento in cui entrano in ufficio o i primi giovani stranieri che, come noi, stanno per iniziare la scoperta della capitale. Iniziamo a vagare per le vie della Candelaria, il quartiere che verso il 1530 vide la fondazione di Bogotà e dov’è stata scritta la sua storia, anche dal punto di vista culturale. Passiamo di fronte alla vivace chiesa di San Giovanni Bosco con annessa scuola salesiana, alle case coloniali a tinte pastello con splendidi balconi in legno, vediamo alcuni lama brucare tranquillamente su un’aiuola, qualche muro ricoperto di graffiti (una vera arte decorativa cittadina), la raccolta quanto artistica Plazoleta Chorro de Quevedo e visitiamo il Museo Fernando Botero donato dal grande pittore e scultore colombiano che contiene, oltre alle sue opere, 85 dipinti dei più grandi maestri impressionisti. Difficile apprezzare le sue opere fin dal primo momento: stondate all’esagerazione da apparire quasi sformate, labbra umane strette e piccole, in pose tutto sommato naturali. Non si capisce bene se l’autore, all’interno di una ricercata esagerazione, volesse esibire la voluttuosità del fisico (compreso quello di un gatto) piuttosto che rimarcare sarcasticamente le paffute forme di gran parte dei suoi connazionali. In effetti molte donne meticce evidenziano taglie abbondanti a fronte di statura limitata; si tratta di costituzione, tanto che in nessun caso alla tarchiatura corrisponde un fisico flaccido; altra cosa sono invece le forme di uomini e donne caraibici, più alti e slanciati in quanto sovente mischiati con le razze di origine africana. Anche il palazzo che ospita il museo è degno di nota con il tipico patio ispanico interno e arcate sui quattro lati.

Il centro vero e proprio è una via di mezzo fra storia e business: alti palazzi si mescolano a edifici dov’è stata scritta la storia di Bogotà, della Colombia e di gran parte di quello che un tempo veniva chiamato Virreino de Grenada comprendente anche Venezuela, Perù e Panama, mentre le sue vie sono costellate da bancarelle con venditori a proporre ogni genere di mercanzia e tagliate dal percorso del Transmilenio (moderni bus rossi a doppia articolazione e di grande quanto mai sufficiente capienza). Qui, nella Plazoleta del Rosario in prossimità del museo degli smeraldi vediamo anche un nutrito gruppo di uomini in piedi, in attesa di non sappiamo che; chiediamo a uno di essi e ci dice essere un commerciante di smeraldi, come tanti suoi colleghi lì vicino; non interessati all’acquisto, osserviamo per un attimo il movimento del curioso crocicchio di mercanti e passiamo oltre. A pochi passi si trova anche il Museo del Oro, oggi chiuso in quanto lunedì, di certo il pezzo forte nel panorama culturale di Bogotà. Vediamo inoltre la Iglesia de San Francisco, il teatro Colón (teatro, appunto, di una importante riunione volta a porre fine alla lotta armata degli anni ’90 con le FARC).

Arrivo a Plaza Bolivar

Un breve pranzo con una fetta di torta e succo di mango restituiscono le energie per dirigerci verso la zona universitaria e la Quinta da Bolivar, quella che fu la residenza del Libertador durante il suo soggiorno a Bogotà. Qui si trova anche la partenza del sentiero, della funicolare e funivia per il Cerro di Monserrate, ma per oggi il tempo non concede più spazio e, dopo aver recuperato i trolley in hotel, ci dirigiamo in aeroporto dove attende (si fa per dire) l’aereo che in un’ora ci porterà sulla costa caraibica, nel piccolo aeroporto di Riohacha.

BOG  –   RCH    14:49 – 16:32         LA4242 – Durata volo   1h33’

Qui splende il sole e il clima è caldo, un taxi ci porta nell’hotel poco distante ma situato vicino alla spiaggia; subito dopo il check in ci precipitiamo a vedere il tramontosul malecon, il molopedonale in legno risalente al 1937 e lungo 1300 mt, popolato gruppi di donne venditrici wayuu. In realtà non c’è poi molto di più da vedere, a parte la lunga spiaggia ombreggiata da palme sulla quale si affacciano alti palazzi; ma non era questa la ragione per soggiornare a Riohacha; la cittadina ci serve come base più vicina per intraprendere domani il tour dell’Alta Guajira. Da qui iniziamo una serie di cene (e talvolta anche pranzi) monotematicamente impostate su piatti di pesce, e al momento di partire non ne saremo di certo assuefatti. Stasera si opta per la cazuela de mariscos e una criolla (ricco minestrone nel quale prendono posto ogni genere di frutti di mare) accompagnandola con la prima birra colombiana: la Club Colombia è disponibile nelle tre versioni di bionda, rossa e scura (la preferenza va verso quest’ultima), ma ce ne sono anche un altro paio di varietà quali la Aguila, Poker e Andina. Vediamo pochi stranieri, c’è soprattutto un turismo locale mentre facciamo una passeggiata serale destreggiandoci fra i venditori che occupano gran parte della passeggiata, insistenti quanto mai noiosi o pedanti. Come prima giornata non possiamo lamentarci e non dobbiamo stentare per prendere sonno.

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