Giorno 10

Jardin, un vero giardino

In pullman da Medellin, sosta in un paesino uscito da un vecchio libro

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Jardin, un vero giardino

Volo per Jardin

Colazione alle 7:30 e subito dopo pronti per partire alla volta di Jardin; Uber fino al terminal sud dei bus, quelli che si dirigono verso l’Eje Cafetero, Cali e altre destinazioni meno consigliabili verso la frontiera meridionale. È decisamente più piccolo rispetto al terminal del Norte dal quale siamo partiti ieri, ma si trova curiosamente adiacente al vecchio scalo aereo, oggi destinato ai voli di piccolo cabotaggio. Si trova al piano inferiore di un centro commerciale, tanto che non si è sicuri di averlo trovato fino all’ultimo momento quando si vedono i bus perfettamente allineati lungo la banchina. Alle 8:50 puntuali si parte con un mezzo confortevole i cui sedili sembrano vere e proprie poltrone. Pur avendo prenotato i primi posti, purtroppo la vista non è particolarmente aperta in quanto la cabina dell’autista è separata con un pannello dai viaggiatori e i vetri sono oscurati da una sottile pellicola adesiva tendente a diminuire la radiazione solare. Copriamo i 130 km di distanza in 4 ore e verso le 13 arriviamo nel pueblo il cui nome coincide con la realtà: Jardin. Attraversiamo una zona bellissima, morbidi saliscendi collinosi intervallati da coltivazioni e opulente tenute agricole, quando ad un certo momento appare la perfezione fatta montagna indentificata nel Cerro Tusa (considerato la piramide naturale più grande del mondo), della quale anche solo una fugace vista dal finestrino del bus consente di ammirarne la perfezione mentre costeggiamo il Rio San Juan. Il paesaggio si sussegue verdeggiante e ordinato come fossimo in Trentino, con lo sfondo di montagne non eccessivamente alte. Approssimandoci alla meta i pendii diventano più ripidi e s’iniziano a vedere le piantagioni di caffè, talvolta sembrano abbandonate e attorniate da erbacce anche se ci dicono trattarsi di una situazione normale nell’ambito del ciclo di coltivazione. Come già visto in Sri Lanka e Tanzania, il caffè è una pianta particolare con idee che possono sembrare confuse o stravaganti: ama il caldo ma preferisce l’ombra all’esposizione solare tanto che gli arbusti vengono mischiati con le più alte piante di banane, predilige le zone tropicali ma più si sale di quota migliore è la qualità; ovviamente entro i limiti di temperature che gradisce. Il caffè colombiano, originario dell’Africa, venne importato dai paesi asiatici e si è ben adattato a questa regione, tanto da diventare coltivazione da latifondo e produrre chicchi eccellenti, forse i migliori al mondo nella qualità arabica, quella più pregiata.

Arrivo a Jardin

Jardin è uno di quei pueblos che da solo non merita un viaggio ma al contempo un viaggio senza visitare Jardin non è completo, significa non assaporare il cuore vero della Colombia. Siamo a 1.800 mt, in un piccolo paese dove tutti si conoscono e probabilmente fra turismo e piantagioni si vive abbastanza bene, in un contesto ordinato e un silenzio edificante. Diversamente da quanto sembrava, è una località solo minimamente intaccata dal turismo; dopo qualche manovra il bus apre le sue porte in una viuzza all’inizio del paese, prendiamo i trolley e, zaini in spalla procediamo verso il punto vendita dei biglietti per il bus da Jardin a Riosucio per domani (l’unico che non eravamo riusciti a prenotare in anticipo). Entriamo in un bar osteria che qualche migliaio di km più a nord si potrebbe comodamente chiamare saloon, il gestore stacca gentilmente il biglietto con una ricevuta scritta a mano (l’informatica non è necessaria) con i nostri nomi e i posti a sedere; mentre il nostro sguardo va oltre, verso la cucina. Ringraziamo e raggiungiamo in due quadre (isolati) l’hotel situato proprio sulla piazza centrale, dove i primi timidi dubbi sulla tranquillità della medesima vengono immediatamente fugati dal silenzio regnante. Memori della bella vista su quanto stavano cucinando poco fa, torniamo nell’osteria dove ordiniamo il piatto del giorno, il sancocho. Si tratta di un piatto rustico a base di manzo (un bel pezzo di bollito e uno di osso), yuca, patate, mais e platano, accompagnato con riso bianco e avocado. Non risulta particolarmente leggero ma rappresenta il benvenuto ideale in questa regione country. Sono le 14 e due passi saranno quantomeno necessari: iniziamo dalla piazza centrale, sulla quale si affaccia la semigotica Basilica de la Inmaculada Concepciòn di fronte a siepi e fioriture inframmezzate da decorazioni natalizie, contornata da case in stile coloniale a vivaci tinte pastello. Intorno, un piccolo mondo antico di anziani chiacchiera nei bar osservando la quotidianità sfilare di fronte a loro, mentre le mogli fanno capannello sulle porte di casa; un quadro di provincia assolutamente curioso. Intraprendiamo il Camino de la Herrera, un sentiero lastricato che sale verso la Cascada del Amor, l’attraversamento sul rio Volcanes, la grotta de los Murcielagos (chiusa) e splendide viste su Jardin e i dintorni verdeggianti. Sole e nuvole si alternano armoniosamente fino a quando qualche colpo di tuono ci convince a fare ritorno, prendendo un’altra strada per chiudere un circuito, non mancando di soffermarci un attimo sui mirador. Il meteo non sembra volgere al brutto e decidiamo di attraversare il paese per salire sul versante opposto a godere della vista dal Cristo Rey. Il punto di osservazione è bello, ma il sentiero per arrivarci richiede attenzione in quanto oltremodo scivoloso; intorno è tutta una coltivazione di banane e caffè. Il sito è chiuso, ma riusciamo ad insinuarci furtivamente all’interno per scattare un paio di foto. Ancora quattro passi in centro nell’ora dell’imbrunire, in cui la gente si ritrova in uno dei tanti bar per l’aperitivo e gli alumbrados (decorazioni natalizie) si accendono. In chiesa è in corso una celebrazione per la novena di Natale e le luci rendono giustizia ai maestosi interni. Ma occorre pensare alla cena e poco distante dalla piazza centrale (in realtà tutto è poco distante dalla piazza centrale) troviamo un ristorante frequentato da gente locale, ad un certo punto veniamo piacevolmente interrotti da due amazzoni che concedono un breve spettacolo con il ticchettio dei loro cavalli, dove l’occhio addirittura non riesce a seguire il movimento delle zampe tanta è la velocità del movimento danzante. Ancora una passeggiata, stavolta per la vista col buio corroborata da una cioccolata calda, e si può andare a dormire.

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