Giorno 15

Villa de Leyva, Raquira e Guatavita

Immersione fra storia coloniale, artigianato delle ceramiche e mitologia precolombiana

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Villa de Leyva, Raquira e Guatavita

Mattina a Raquira

La mattinata si annuncia splendida, prima di colazione desideriamo vedere Villa de Leyva con la calma necessaria, senza il trambusto turistico di ieri sera. Il sole conquista lentamente ma con costanza la grande piazza centrale illuminando il caratteristico lastricato in pietra; con noi solo pochi altri amanti della calma, oltre ai netturbini che svuotano i cassonetti. Le vie sono vuote, sembra di rivivere il piccolo pueblo negli anni in cui serviva da luogo di riposo per nobiltà e alti ranghi dell’esercito. Alcuni fedeli si avviano per la messa domenicale nel convento Padres Carmelitas, li seguiamo e assistiamo all’inizio della celebrazione in cui viene cantata in spagnolo l’aria natalizia di Oh Tannenbaum. A volte, con il caldo e la natura verdeggiante intorno a noi, dimentichiamo che è ormai Natale.

Ancora un paio di foto alle splendide buganvillee mentre prendono il primo sole appoggiate sui muri delle case e proseguiamo la passeggiata per rientrare in hotel e fare colazione in terrazza, dalla quale si vedono le morbide colline antistanti e, sull’altro versante, quelli che potremmo già chiamare dolci rilievi montani.

Facciata colorata di un edificio colombiano con balconi decorati.

Il volto urbano di Raquira

La cittadina vennefondata nel 1572 ed è molto ben conservata fra i pueblos coloniali, con le piazze e vie che richiamano atmosfere di tempi passati, nelle epoche di gloria del colonialismo spagnolo. Alla fine l’opinione rimane contrastata fra il piacevole contesto di villeggiatura e la mancanza di acuti che ne rendano la visita indimenticabile; la piazza Mayor (la più grande di tutta la Colombia) è caratteristica ma l’interesse si limita una distesa lastricata ornata da case imbiancate a calce. C’è qualche museo, ma l’aspetto più bello è ascrivibile ai paesaggi che la circondano. Per vederli meglio saliamo in macchina, percorriamo una strada di campagna per tre quarti d’ora in direzione sud ovest e arriviamo a Raquira, forse perfino più interessante per i variopinti colori che la tratteggiano: è il paese noto in tutta la Colombia – e forse oltre – per le ceramiche e le argille, che rappresentano il polo d’attrazione di gran lunga più importante. Ma è il suo complesso a renderla affascinante, a partire dai murales fino alle architetture coloniali delle sue case. È giorno festivo, la gente se la prende comoda, così riusciamo a visitarla ancora senza tanto traffico umano per le sue vie. I negozi sono già tutti aperti e hanno ogni genere di mercanzia in esposizione dove spiccano, oltre ovviamente alle ceramiche, anchei chinchorros, le spesse amache nelle quali abbiamo dormito nei primi giorni in Alta Guajira. L’occhio non si stanca di vedere questo caleidoscopio cromatico presente in ogni via, fino ad arrivare alla piazza principale dove vi troviamo come sempre la chiesa e il municipio, con al centro figure rappresentative della vita raquirense. Dopo aver vagato per questo simpatico villaggio riprendiamo la strada verso Villa de Leyva prestando attenzione a quanto ci sta attorno, rimpiangendo solo il fatto di essere a metà mattinata. I paesi intermedi di Bonanza e Sutamarchan sono famosi per la longaniza, una via di mezzo fra salame e salsiccia; lungo il tragitto è un susseguirsi di ristoranti dai quali inizia a uscire un certo profumo e la vista del cordero al palo (un tipo di cottura lenta con fiamme di legna che utilizza una croce – di ferro o di legno – per sostenere la carne di agnello) richiama la felice memoria di un Capodanno trascorso qualche migliaio di km più a sud, sempre sulle Ande, a Puerto Natales nella Patagonia cilena. Non che manchi l’appetito a tale vista ma abbiamo altri impegni e vorremmo ancora vedere la laguna di Guatavita prima che il meteo diventi brutto, sapendo inoltre che dovremo poi arrivare a Bogotà e attraversarla. Certo che vista e profumo rappresentano una tentazione cocente.

Lungo la strada (oltre ad amenità gastronomiche) vediamo anche molti ciclisti e va ricordato come a Raquira ci sia il museo della bicicletta mentre nelle vicinanze si trova un parco tematico con quella che viene definita la bicicletta più grande del mondo.

Riprendiamo la strada percorsa ieri sera risalendo verso l’altopiano che conduce a Tunja, dove prenderemo la superstrada. Il paesaggio visto in queste ore mattutine ricorda le ondulazioni tirolesi, con prati verde intenso in cui pascolano docili mucche, mentre le nuvole pur nel loro candore tendono ad estendersi sempre di più. Sul bordo della strada vediamo diversi banchetti sui quali si trovano esposte pesche (duraznos), mirtilli (arándanos), oltre ad altri frutti o verdure, appena colti.

Paesaggio collinare verde con montagne sullo sfondo sotto un cielo nuvoloso.

 Decidiamo di saltare il pranzo nel tentativo di arrivare alla Laguna del Cacique Guatavita prima del maltempo, ma il tentativo risulterà vano. Quando usciamo dall’arteria che conduce verso sud in direzione di Bogotà, inizia a piovere. Sfidiamo la sorte in questo momento avversa acquistando il biglietto d’ingresso. Spendiamo 6,5€, il che può sembrare abbastanza visti gli standard locali ma, come già successo a Zipaquirà e altrove, quando ci si accorge di avere inclusa anche una guida appassionata e competente, i pesos risultano molto ben spesi. Siamo un gruppetto di una dozzina di coraggiosi e con l’ombrello iniziamo il percorso attraversando il bosco nel quale ci vengono spiegate le proprietà di tutta una serie di piante medicinali, molte delle quali possono anche diventare velenose in relazione alle quantità assunte. C’è la digitale purpurea, molto importante per quanto riguarda il trattamento dei problemi di tipo cardiaco e tutta la parte che riguarda la cicatrizzazione delle ossa con cui si creano ancora oggi delle pomate: quando il paziente aveva un osso rotto lo si immobilizzava per cinque giorni, si metteva questa pomata e dopo un po’ di tempo l’osso veniva perfettamente saldato. Altra pianta interessante è quella che riguarda la cura antiepilettica, ancora oggi ricalca quelli che sono i principi attivi di sintesi del tegretol e altri antiemetici ed infine di precursori della penicillina. Le case erano costruite con una porta a occidente e una a oriente per l’ingresso del sole, in centro venivano sormontate da una struttura di quattro pali, ognuno di essi sta a simboleggiare i quattro elementi: terra, acqua, fuoco e aria, che devono lavorare insieme in una forma sincretica; quindi questa struttura va a sollevare il centro della casa tenendolo su per sempre. Pensavamo di essere nella foresta, scopriamo di essere in una farmacia; naturale, per giunta.

Dopo una decina di minuti smette di piovere e riusciamo ad ascoltare le interessanti informazioni senza il fastidio di doverci riparare dall’acqua. La guida appartiene al gruppo etnico nativo dei muisca, forse il più importante in Colombia al momento della conquista, che viveva fra Bogotà e quest’area. Il suo legittimo orgoglio traspare evidente quando ci racconta la storia del popolo da cui trae le origini. Parla anche in lingua muisca (che è anche scritta) e ci racconta una serie di aneddoti interessanti legati soprattutto all’epoca della conquista. Quando arrivarono gli spagnoli inebriati dal mito dell’Eldorado che sembrava nascondersi nel lago di Guatavita, chiesero ai residenti di mostrar loro dove si trovasse: questi nicchiarono e fornirono informazioni devianti tanto che impiegarono quattro per trovarlo nonostante fossero a soli venti km di distanza. Venne poi scoperto in seguito al matrimonio fra un notabile spagnolo e una principessa locale; lui la mise incinta, si sposarono, lei spifferò il segreto ma l’uomo venne mandato altrove in quando i governatori di Cundinamarca avevano rivendicato il possedimento di Guatavita. Lui alla fine non fece ritorno, lei venne vista quale traditrice dal suo popolo in quanto fu colei che svelò il segreto. Il lago era particolarmente ambito in quanto ritenuto sacro da parte dei muisca e di conseguenza vi si tenevano celebrazioni in cui lo zipa (regnante) saliva su una zattera e rivestito di polvere d’oro officiava i riti propiziatori.

Mentre ci avviciniamo viene spiegata la struttura della famiglia muisca: sostanzialmente di tipo matriarcale come nella zona di Bogotà e Cundinamarca, mentre più a nord Boyaca e Santander i gruppi familiari avevano una struttura patriarcale. I cacique comandavano formalmente ma nella realtà dovevano sempre avere una moglie che li supportasse quale autorevole consigliere nelle decisioni più importanti. Questi erano i regnanti delle zone a loro sottoposte mentre i governatori locali si chiamavano con nome diverso a seconda del luogo, ad esempio gli zipa a Zipaquirà, e si occupavano dell’amministrazione locale. Per diventare cacique bisognava conseguire determinate caratteristiche: all’età di nove anni si veniva allontanati dalla famiglia – oggi si direbbe messi in collegio – per imparare l’arte del comando, l’amministrazione del territorio, nonché gli aspetti religiosi. Sembra che i muisca intrattenessero relazioni con i grandi imperi degli aztechi, i maya e gli incas e pare che riuscissero ad intendersi pur parlando lingue molto diverse. Di certo la forma di civiltà e sviluppo, anche bellico, raggiunti dai muisca che pure erano la più grande tribù colombiana non fu mai comparabile ai quella dei popoli che vivevano nell’odierno Messico e Perù.

Probabilmente il lago divenne luogo di culto proprio per la sua forma rotonda e il contorno di colline. Ha la forma di un cratere ma non è di origine vulcanica in quanto le Ande Orientali ne sono prive. Si tratta invece di una subsidenza, un innalzamento della superficie terrestre laddove un tempo c’era il mare; con l’evaporazione si formò un enorme blocco di sale, il quale venne portato alla luce del sole da qualche evento. A questo punto l’effetto congiunto del sole con l’acqua piovana sciolsero la massa salina lasciando il vuoto che visto dall’alto appare proprio come un grande stagno incorniciato da alte sponde boschive.

Sale che i muisca barattavano in cambio di oro con altre tribù, da qui la ragione della ricchezza di questo popolo in una terra senza miniere aurifere.

I conquistatori cercarono l’oro sul fondo con tutti i metodi possibili, incluso il tentativo di svuotarlo aprendo una breccia (ancora visibile oggi) su un fianco, ma non si dettero conto che l’80% dell’acqua presente deriva dal sottosuolo, mentre solo il 20% è di origine pluviale; non esistono immissari, essenzialmente si tratta di una sorgente autoalimentata. Nonostante le ricerche forsennate durate secoli e costate fortune non si trovarono quantità interessanti d’oro, a parte qualche frammento.

Panorama di colline ondulate e montagne sotto un cielo nuvoloso in Colombia.

Cammineremo per due km con frequenti fermate durante le quali ci vengono fornite dettagliate spiegazioni circa la natura e la storia del luogo, nel frattempo gli occhi ammirano la vegetazione sui declivi che incorniciano il lago facendo difficoltà a trovare due piante simili, tanto è la biodiversità di questo angolo di mondo vegetale; mentre stiamo arrivando sul bordo del cratere sull’altro versantel’arcobaleno fa la sua comparsa tra le nuvole e le praterie. Siamo in un posto magico e anche il cielo ci tiene a sottolinearlo nel caso non ce ne fossimo accorti. Arriviamo alla vista della laguna di Guatavita proprio mentre il sole ci lancia qualche suo raggio ad illuminare un paio di scatti; ringraziamo per il gradito regalo, stiamo ancora una decina di minuti dopo la fine delle spiegazioni ad ammirare la bellezza di frontea noi e facciamo rientro dal mirador tre scendendo da un altro sentiero (il percorso è a senso unico) lungo 500 metri. Siamo a 3.100 mt di quota, sembra non accorgersene a vedere il verde scintillante dei prati, ma risulta subito evidente quando si sale un tratto ripido.

Al termine del tragitto ci aspetta un minibus scalcagnato per riportarci al parcheggio, non senza un attimo di suspence quando si ferma nel mezzo di uno sterrato melmoso e impiega diversi minuti prima di ripartire.

Sembra che solo negli ultimi anni abbiano iniziato a valorizzare gli aspetti naturalistici e storici della laguna, tanto che sono stati fatti investimenti sostenuti dalla vendita dei biglietti per ripulirla e farla tornare all’antico splendore; anche dal punto di vista organizzativo c’è soltanto da restare ammirati. Per contro, la strada per arrivare al parcheggio è un misto fra brutto asfalto e sterrato, stretta tanto che il bus di rientro deve tornare a una piazzola almeno tre volte in retromarcia per far passare le vetture in discesa. Alla fine un ragazzo del posto percorre rapido la salita di corsa e s’improvvisa efficace vigile urbano. Riprendiamo la nostra Kia e con cautela iniziamo la discesa sotto una pioggerella che a questo punto non dà più fastidio. Memori di aver saltato il pranzo e che sono ormai le 16:30 troviamo un ristorante prima di tornare sulla superstrada che conduce a Bogotà (siamo a ca. 60 km). Appetito e clima fresco ci suggeriscono una parrilla con sette diversi tipi di carne comprendente carne di vitello, maiale, petto di pollo, salsicciotto, morcilla (sanguinaccio), chunchullo (intestino tenue di manzo) e ubre (mammella di mucca). Il tutto è molto rustico, non è posto per turisti, non da cinque stelle ma più che sufficiente per assaporare una parrilla verace.

Fauna locale

Mentre sta per imbrunire siamo di nuovo sulla superstrada per il rientro. Superiamo una squadra di ciclisti intenti ad allenarsi, nella speranza siano ormai a destinazione vista l’ora; una quindicina di atleti pedala con vigore sulla corsia destra (di tre) della superstrada e la moto con i lampeggianti li scorta.

Paesaggio collinare verde con nuvole drammatiche sopra le valli colombiane.

Il livello di civiltà dei bogotani (ma in generale dei colombiani) lo si vede già nel traffico: chiaramente il traffico è caotico ma l’uso del clacson quasi non esiste, si rispettano le precedenze e si viaggia in una forma di equilibrio tutt’altro che scontata vista la quantità di veicoli in circolazione e il teorico temperamento latino. Lo stesso si nota nei ristoranti: è raro (anche fra i giovani) sentire gente che parla ad alta voce o grida. L’unico caso dove non si fa economia di decibel è la musica, gli altoparlanti scaricano enormi quantità di watt sui passanti, sia dalle case, che dai bar o ristoranti. Anche oggi il meteo è stato in linea con le attese; così come già sperimentato nell’eje cafetero, il mattino è splendido e pare impossibile che possa rannuvolarsi, poi si copre e potrebbe anche piovere. Ovviamente il fatto è anche legato al territorio: a Villa de Leyva è normalmente più stabile che sulle colline di Guatavita, così come il grigiore con la sua “neblina” tende a scendere già a metà mattinata nella zona del caffè. È successo di trovarci di fronte a colpi di tuono (stranamente non abbiamo visto fulmini) a cui segue un temporale, ma subito dopo arriva il sereno.

Sosta a Entriamo in Bogotà

Entriamo in Bogotà con un traffico che si fa sempre più intenso; da un certo punto in avanti su due corsie di sinistra compare il Transmilenio a confermarci che ormai siamo in città. Facciamo il pieno spendendo 20€ per 450 km percorsi, restituiamo la vettura e poco prima delle 20 chiamiamo Uber per andare in hotel, sempre lo stesso nella zona franca. L’autista sta ascoltando gli ultimi minuti di una partita e scopriamo che il Nacional di Medellin sta giocando un’altra finale, questa volta per il titolo di campione nazionale contro il Tolima, vincendo anche in quest’occasione. Scambiamo qualche parola di calcio con il competente autista e siamo a destinazione.

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