Algeria
A due ore di volo da Roma si atterra in un Paese di cui poco si parla e ancor meno si conosce, ma che nasconde immensi tesori in superficie e nel sottosuolo: oltre un quarto del più grande deserto del mondo, reperti storici che richiamano la preistoria e le civiltà succedutesi, oltre a immense riserve d’idrocarburi.

NON OCCORRE FARE TANTA STRADA PER ANDARE DISTANTE – A due ore di volo da Roma si atterra in un Paese di cui poco si parla e ancor meno si conosce, ma che nasconde immensi tesori in superficie e nel sottosuolo: oltre un quarto del più grande deserto del mondo, reperti storici che richiamano la preistoria e le civiltà succedutesi, oltre a immense riserve d’idrocarburi.
Impara a scrivere le tue ferite sulla sabbia e le tue gioie sulla roccia
Proverbio tuareg
Il mio commento della situazione geopolitica del Paese su:

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PROFILO DEL PAESE: Le sofferenze della storia allungano ancora oggi le loro ombre, un potere impegnato al mantenimento del regime e indipendenza non ne favorisce lo sviluppo, cercando a sua volta di non finire coinvolto nella confusione che aleggia nelle contrade del globo in questi tempi. Rimanendo ai margini tanto dell’evoluzione che dell’involuzione, l’Algeria non disdegna affatto un atteggiamento prudente di fronte al (dis)ordine planetario, pur rivelandosi attore di rilievo quando in linea coi propri interessi.
Promossa a pieni voti in storia e geografia, vanta siti romani eguagliabili solo al quartier generale dell’impero che fu (l’Italia) uniti a una vasta raccolta d’incisioni e reperti preistorici, testimonianza di come ci fosse vita prima dell’avvento del deserto; un avvento relativamente recente in quanto fino a 4.000 anni fa praterie e foreste ricoprivano ancora il Sahara ed erano abitate da tutta la catena animale, uomo primitivo incluso. Ma proprio il deserto rappresenta oggi una delle migliori attrazioni, nella sua varietà, fascino ed estensione.
Una storia contrassegnata da dominazioni la cui durata supera i duemila anni: prima del 1962 l’ultimo vero periodo indipendente può essere fatto risalire ai regni Numidici, limitati al nord est del Paese. Alle invasioni dei cartaginesi (provenienti dall’odierna Tunisia) seguì la dominazione romana per quattro secoli, a sua volta dai Vandali, quindi dall’impero bizantino, dagli arabi che modificarono la struttura sociale e religiosa del Paese con l’introduzione dell’islam. Negli ultimi secoli regnarono gli Ottomani e infine i Francesi per 132 anni. Solo in seguito alla sanguinosa guerra d’indipendenza contro l’ex impero coloniale l’Algeria è tornata a essere un Paese indipendente (altra cosa è definirlo libero).
L’Impero Romano rappresentò tuttavia una forma di dominazione inclusiva e si distinse rispetto alle razzie dei vandali, alle imposizioni arabe e all’oppressione francese. A titolo di esempio, la politica di Roma rese cittadini (fatta eccezione per gli schiavi) gli abitanti delle terre conquistate, mentre i francesi considerarono l’Algeria formalmente parte integrante del loro territorio e non una colonia (come lo erano Marocco e Tunisia), concedendo la cittadinanza ma a condizione fra l’altro di abiurare nella sostanza la propria cultura (con l’adozione di norme comportamentali francesi, la cosiddetta “civilisation”) e religione (abbandonare lo statuto coranico), tanto che appena 2.500 algerini fra il 1866 e il 1934 divennero cittadini francesi.
La fase attuale è caratterizzata da un atteggiamento silente e lontano dai riflettori, con politici poco smaniosi di protagonismi volti a guadagnare le prime pagine dei giornali internazionali. Un monolite in cui non mancano le crepe ma che tiene, a dispetto dei tempi e di quanto accade oltre i suoi caldi e porosi confini: se la vicina Libia all’epoca della conquista italiana del 1911 venne bollata come lo scatolone di sabbia, l’Algeria potrebbe per estensione essere definita lo scatolone chiuso di sabbia. Ben sapendo che non c’è solo quella.
I militari non hanno mai gestito il potere in prima persona, ma l’hanno sempre fatto nominando di fatto i vari presidenti che si sono succeduti nel tempo. Difficile che potesse accadere diversamente: l’indipendenza ottenuta tramite la guerra ha lasciato in eredità una posizione predominante dell’esercito, formalmente dipendente dal Presidente della Repubblica, de facto con un rapporto di forze sostanzialmente invertito. Sotto questo aspetto i politici e l’esecutivo in genere fungono quali parafulmini da sacrificare in occasioni di emergenza. La retorica nazionale necessita di personaggi a cui fare riferimento interpretandone la biografia nella direzione utile per supportare la causa dell’unità.
Abd el-Kader è stato un politico e militare vissuto nell’800 a cui vengono intitolate vie importanti in tutte le città: viene considerato il padre della patria ed è rappresentato quale figura essenziale a cui fare riferimento nell’Algeria di oggi. Iniziò la sua carriera nel 1830 spartendosi il nord dell’Algeria con i francesi appena sbarcati; l’agiografia corrente vuole che fosse una sua tattica per opporvisi in un secondo tempo, quando i coloni stabilizzarono il possesso territoriale e venne considerato un clientes (tanto per restare in contiguità con la storia romana) di cui sbarazzarsi, terminando i suoi giorni in un esilio dorato fra Parigi e Damasco. Va tuttavia riconosciuto ad Abdelkader di essere stata la pietra miliare nelle fondamenta di un’Algeria unita e simbolo di orgoglio nazionale vivo ancora oggi.
Il presidente Boumedienne (in carica dal 1965 fino alla morte nel 1978) è stato elevato a uomo che incarna l’unità del Paese dalla fine della guerra di liberazione, forse per mancanza di altri politici meritori e in parte sicuramente per meriti sul campo. La narrativa ufficiale vuole che fosse umile a tal punto che sua madre, la quale viveva in una regione di provincia, non fosse nemmeno al corrente della sua carica di Presidente della Repubblica. L’aeroporto internazionale di Algeri è stato a lui dedicato e l’edificazione di un uomo capace di costruire le fondamenta dell’Algeria moderna – pur spodestando il primo presidente Ben Bella – torna utile quale figura di riferimento durante le celebrazioni, nonché in veste di coagulante nazionale. Figure che invece abbondano andando a ritroso nel periodo della guerra d’indipendenza, evocate soprattutto sotto il profilo umano e militare come dei martiri.
Il presidente Bouteflika fu un’altra emanazione civile del potere militare. Anche in questo caso si vuole che lui fosse di carattere bonario, ma uno dei suoi tanti fratelli approfittò del cognome per appropriazioni e arricchimenti indebiti. Se si vuole credere alla versione ufficiale, un funzionario vicino al presidente prese coraggio raccontandogli le malefatte del fratello e quest’ultimo ebbe un infarto dal quale non si è più ripreso.
RELAZIONI INTERNAZIONALI:
EQUILIBRIO IN POLITICA ESTERA – I nemici ad intensità variabile e il cui ordine può cambiare a seconda dei momenti e delle situazioni, sono il Marocco, la Francia e Israele. Il Paese confinante rappresenta il nemico del quale l’Algeria necessita per coalizzare intorno a sé il nazionalismo. Le frontiere sono chiuse dal 1994 e i rapporti sono tesi principalmente a causa del conflitto sulla sovranità del Sahara Occidentale; ma in generale del regno di Muhammad VI si parla male in ogni occasione possibile, fin nelle più piccole dispute legate all’origine della musica rai, piuttosto che la primogenitura di un certo tipo di ceramiche.
Nonostante siano trascorsi più di 60 anni, il colonialismo francese non è facile da dimenticare: l’indipendenza è costata centinaia di migliaia di morti, praticamente non vi è famiglia algerina che non abbia subito lutti e lo stesso trattato che la sancì viene considerato come profondamente ineguale. Ne consegue che i governi post indipendenza hanno avuto gioco facile nel denigrare la Francia per quanto ha fatto anche successivamente al 1962 in un’ottica unitaria della Nazione. Anche le opere positive (poche, ma ci sono state) vengono pilotate in direzione negativa: ad esempio, i francesi hanno sì contribuito alla riscoperta degli scavi nelle città romane ma si sono portati cospicui tesori in patria. Anche se accentuati ad arte, su certi argomenti non si può dare loro torto.
Infine Israele, nemico giurato dei popoli di fede islamica in ottica filopalestinese ma meno dei loro governi, cui viene attribuita l’ulteriore critica di aver firmato gli Accordi di Abramo nientemeno col Marocco: due nemici al prezzo di uno. Sulle bancarelle dei mercati si trovano ciondoli e portachiavi con la bandiera palestinese, così come abbondano i murales inneggianti la causa dettata dalla fratellanza religiosa.
L’Italia viene storicamente vista come un Paese amico; chi ha a mente la storia meno recente ricorda come Mattei fornì preziose consulenze tecniche durante i negoziati di Evian che sfociarono nell’indipendenza dell’Algeria: più recentemente agli italiani viene riconosciuto di non aver lasciati soli gli algerini in occasione della guerra civile degli anni ’90, mentre nel passato prossimo, a seguito della guerra in Ucraina siamo diventati ottimi clienti del gas estratto sotto le sabbie del Sahara, incrementando le già buone relazioni preesistenti. Questo nonostante l’Italia appartenga a quel mondo occidentale nel quale l’Algeria non vede un nemico ma nemmeno un modello a cui ispirarsi.
La Tunisia ha scarse risorse di idrocarburi e sostanzialmente vive di turismo, quindi anche qui la narrativa si fa forte e racconta di come sia l’Algeria ad aiutarla, magari cancellando debiti oppure sovvenzionandola in qualche modo affinché possa vivere decentemente e si possano mantenere buoni rapporti, anche perché con gli altri Paesi confinanti sono quantomeno difficili.
La figura di De Gaulle non è ben vista in quanto riflette l’immagine della controparte nemica, in particolare perché gli accordi di Evian che portarono all’indipendenza furono sfavorevoli all’Algeria. In tal modo lo statista francese fautore dell’indipendenza ha finito per essere inviso tanto agli algerini che ai francesi, i quali gli contestavano la firma de trattato. In realtà egli aveva capito fin da subito che i tempi del colonialismo erano finiti e che il sistema coloniale non sarebbe potuto durare. Il problema nasce dal fatto che era stato richiamato a fare il Presidente proprio per salvaguardare quanto ha poi finito per smantellare, costringendo numerosi pied noir (francesi residenti in Algeria) a lasciare il Paese, con tanto di case e attività, in sostanza il frutto di investimenti che potevano essere anche generazionali.
Gli algerini contestano come il proprio Paese sia ricco (si trova fra le “Big Five” economiche del continente) mentre la maggioranza della popolazione è povera e ha quale unico sogno quello di emigrare all’estero. I proventi degli idrocarburi sono enormi e sono ulteriormente aumentati in questi ultimi anni; non ci si può aspettare un livello di vita simile alle petromonarchie del Medio Oriente in quanto gli algerini sono 45 milioni e non sarebbe possibile garantire un benessere tramite esenzione dalle imposte o altre agevolazioni, tuttavia ci si potrebbe attendere investimenti maggiori in infrastrutture e formazione, oltre ad un’apertura agli investimenti esterni sfruttando la propria posizione al centro del Mediterraneo. Non va dimenticato come i governi abbiano come primo obiettivo il mantenimento di un redditizio status quo e non intendano correre rischi creando autoconsapevolezza fra la popolazione.
Algeri è assai diversa dalle altre città viste finora, a prescindere delle sue dimensioni. Ricca di quartieri signorili in stile coloniale, almeno nella zona centrale di stampo coloniale, molte insegne di negozi recano anche il francese oltre all’arabo e talvolta il berbero. La stessa indicazione delle vie presenta scritte bilingue franco/arabe. A parte i monumenti, i palazzi delle vie principali rappresentano il vero tocco di classe, anche se alcuni sono in uno stato di pura decadenza. Per contro permane una forma di nazionalismo di carattere istituzionale, con bandiere ovunque, in parte per la recente festa del 1° novembre. Ingenti dispiegamenti di polizia stanno a testimoniare che il “pouvoir” teme ancora rivolte, che stavolta potrebbero arrivare direttamente dalla società civile e non più da partiti o frange islamiste. Occorre vedere se il collante della retorica continuerà a far presa, confortato dall’infinito numero di dipendenti pubblici legati allo Stato e quindi allo status quo, anche per motivi di lavoro e conseguentemente con limitati spazi di manovra contro il regime stesso.
Quello di Stato è un concetto fatto passare in forma coercitiva a popolazioni inclini sì all’orgoglio ma non alla Nazione: l’islam e in genere la cultura araba storicamente non prevedono un concetto di Stato territoriale, cosa che ha impedito all’Algeria per tanto tempo di unirsi come accaduto dopo l’indipendenza. Solo Abdelkader riuscì in parte a esprimere e radicare l’idea di un Paese unito e coeso. La frammentazione della popolazione in tribù e la difficoltà di penetrazione legata a un territorio ostile e desertico hanno fatto sì che i vari imperi susseguitisi quasi mai abbiano potuto riunire l’Algeria in un solo territorio.
È interessante notare come vi sia un Ministero degli affari religiosi, che definisce in sostanza i temi delle predicazioni nelle moschee il venerdì nonché le linee guida generali da seguire: ad esempio, vista l’epoca in cui è stato scritto, il corano non poteva fornire direttive da seguire in tema di aborto. Tale pratica è stata successivamente vietata in virtù di quella che viene definita “l’interpretazione coranica” da parte delle autorità preposte, che operano all’interno di tale ministero; interpretazione non a caso definita di carattere politico religioso.
- RELIGIONE:
Gli algerini sono nella quasi totalità musulmani sunniti, fatta eccezione per i mozabiti di Ghardaia e dintorni che seguono la corrente ibadita, tollerante vero l’esterno quanto conservatrice nella disciplina e tradizioni. L’abbiamo già incontrata alcuni anni fa in Oman, dove tuttavia prevale un atteggiamento più liberale negli aspetti formali; verosimilmente la distanza (non solo geografica) del centro algerino gioca un ruolo non indifferente nei costumi.
I minareti presentano un’architettura a pianta quadrata o esagonale talvolta rastremante verso l’alto secondo lo stile maghrebino, mentre quelli più classici a pianta rotonda vengono denominati ottomani e sono prevalenti in Medio Oriente. Sembrano e in realtà sono vere e proprie torri in cima alle quali si trovano aperture sui quattro lati, dove attualmente vengono collocati gli altoparlanti.Un tempo il muezzin era colui che saliva sul minareto per invitare i fedeli alla preghiera nei 5 momenti giornalieri previsti dal corano; attualmente compie la stessa azione tramite altoparlanti che normalmente si vedono fuoriuscire dalle finestre del minareto. Si tratta comunque d’invocazione fatta in diretta, non registrata come potrebbe apparire in un primo momento.
A differenza di altri Paesi islamici, in Algeria hanno un rilievo non indifferente i marabut,persone vissute molto tempo fa e indicate quale esempio di aderenza ai principi e agli insegnamenti dell’islam; in linea di massima possono essere paragonati ai santi nella religione cattolica. Le loro tombe sono piccoli mausolei a forma di piramide ad arco, imbiancati a calce, che si stagliano in mezzo al colore ocra dell’argilla con cui sono costruite le case.
La Zawiya sta a indicare una scuola religiosa, in arabo questa parola è la traduzione di “angolo”. In epoca coloniale i francesi cercarono di assimilare interamente l’Algeria secondo la loro cultura e religione, quella cristiana, tentando d’impedire la pratica della religione islamica. Questo ha comportato per i musulmani di dover vivere la loro religione in forma quasi clandestina e soprattutto le scuole coraniche, le madrase, dovevano rimanere in quella che veniva denominata zawiya, cioè in un angolo.
Ciò ha permesso di mantenere coerenza nella dottrina, garantendo una forma di omogeneità fra le generazioni precedenti e quelle successive; al momento della liberazione, quando è potuto riemergere, l’islam algerino poteva contare sugli stessi precetti in linea con la tradizione passata. Attualmente la zawiya è da considerarsi più come una lobby politico religiosa in grado d’incidere addirittura sul potere centrale. Vedremo quella di Tidjania capace di esercitare un grande soft power grazie all’autorevolezza dei suoi membri. Un’ulteriore conferma, mai ce ne fosse bisogno, che nel Paese la vita religiosa è in grado di esercitare una rilevante influenza in politica, pur non scandendone i ritmi come avviene in presenza di regimi teocratici.
La mano di Fatima deriva dal fatto che ogni sura ha cinque versetti, pertanto avere il ciondolo di una mano che pende dallo specchietto interno della macchina offre una sorta di protezione divina per chi vi si trova a bordo.
I cani non sono ben accetti nel mondo islamico perché rappresentano in qualche modo l’impurità, la loro saliva viene considerata come tale e se si viene leccati da un cane non ci si può recare alla preghiera, anche se questo animale non è visto immondo come il maiale. Se ne incontrano, ma in numero decisamente ridotto e in nessun caso il cane viene trattato quale animale di compagnia. Per contro si vedono molti gatti, tanto in città che nei villaggi, ritenuti animali più puliti.
Le procedure funebri seguono un rituale islamico improntato al rispetto del defunto, all’igiene e al suo destino nell’aldilà. Quando muore qualcuno, prima di essere tumulato al cimitero, viene portato in una sorta di camera mortuaria all’interno della quale viene lavato in numero di volte dispari, ovvero tre volte riversato sul lato destro e altrettante su quello sinistro. Dopodiché viene avvolto in un velo bianco, l’imam tiene una celebrazione dove il defunto si trova su un lato e i parenti/amici sull’altro; viene infine inumato coricandolo su lato destro con la testa in direzione della Mecca. È prevista solo l’inumazione terrena, non la cremazione, e sulla superficie della tomba vengono piantate pietre in verticale all’altezza dei piedi e della testa in modo che i parenti possano riconoscere dove riposa il proprio caro; non vi sono targhe con nomi o altro. È possibile capire se è stato interrato il cadavere di un uomo o una donna in quanto per queste ultime viene sistemata un ulteriore fila di pietre diritte all’altezza dell’addome. Il terreno roccioso rende difficile le inumazioni, tanto che queste avvengono sempre nelle stesse fosse a distanza di anni fra parenti, in modo da non doverne scavare di nuove. Non esiste colore del lutto. Secondo l’islam bisogna accettare la volontà di Allah: si può piangere di fronte alla scomparsa di un caro perché anche il profeta quando perse suo figlio lo strinse a sé piangendo però non bisogna eccedere nella tristezza o disperazione, perché evidentemente è questa la volontà di Allah.
Nell’islam inch’allah esprime un concetto dove tutto è nelle mani di Dio. Questo non significa un invito a non agire, atteggiamento che potrebbe condurre alla pigrizia. Per qualsiasi azione compiuta se questa ha esito positivo si ringrazia Dio, se invece non ha successo il fallimento va inteso quale insegnamento, un progetto superiore che ha impedito la realizzazione del tentativo e in futuro se ne potrebbe scoprire la vera ragione. Si può parlare di fatalismo insegnato un po’ da tutte le religioni, l’istinto di abbandonarsi al volere divino, un sentimento che nell’islam ha finito per impregnare la società civile (o sarà stato il contrario?) in misura tale da istituzionalizzarlo.
L’interpretazione locale dell’islam vuole che le donne non possano essere fotografate e, se del caso, le immagini non debbano essere distribuite o pubblicate; a conferma, notiamo come sui social le donne si schermino almeno gli occhi se non il viso intero. Accettano di farsi ritrarre se in compagnia di altre donne (del nostro gruppo) e a patto di mantenere la foto in forma strettamente privata. Riscontriamo questo atteggiamento ovunque, non solo nelle aree più remote conservatrici: il Profeta avrebbe prescritto che il volto delle donne non debba essere mostrato, ma si tratta di situazione non riscontrata in altri Paesi islamici visitati in precedenza (nemmeno in Iran), all’insegna del “Paese che vai, islam che trovi”.
- I berberi costituiscono la popolazione autoctona che estende la sua presenza dal Marocco fino alla Libia; dal punto di vista etnico si può tranquillamente parlare di omogeneità del popolo algerino, anche perché l’arabo inteso come etnia ha nulla da spartire con queste regioni. Nel momento della conquista araba (ca. 650 d.C.) con l’introduzione dell’Islam iniziarono a crearsi le prime differenze: alcune zone maggiormente refrattarie o remote abbracciarono la nuova religione ma conservarono cultura, lingua e tradizioni preesistenti. Il processo di arabizzazione coinvolse le aree più popolose e finì per prevalere in quasi tutto il Paese: si mantennero vive sacche di orgogliosa resistenza che negli ultimi tempi hanno portato al riconoscimento ufficiale del tamazigh, ovvero il berbero, quale seconda lingua nazionale dopo l’arabo. Di difficile interpretazione, possiede un alfabeto dall’estetica affascinante.
- Dal punto di vista religioso non esistono differenze, gli algerini sono tutti sunniti fatta eccezione per i mozabiti di Ghardaia che sono ibaditi. Sembra addirittura che in materia di dottrina i cabiliani vantino imam più qualificati rispetto al resto del Paese. Dal punto di vista numerico i berberi erano e restano la componente etnica quasi totalitaria dell’Algeria, come possono considerarsi berberi anche i Paesi limitrofi (Marocco, Tunisia e il nord libico). Le successive civilizzazioni non andarono ovunque di pari passo, in virtù soprattutto della vastità del Paese e delle grandi differenze fra il nord densamente abitato e il centro-sud desertico. Oggi gran parte degli algerini si definiscono berberi di cultura araba, ma sussistono enclave intransigenti con venature indipendentiste nelle zone montagnose della Cabilia e le tribù Tuareg, che spaziano nel sud incuranti dei confini ufficiali con Niger, Mali e Libia, seguendo i loro istinti e tradizioni.
- Lingue: l’arabo classico viene insegnato a scuola, in realtà lingua parlata è una sorta arabo algerino che differisce da quello scritto in quanto comprende termini di provenienza berbera e soprattutto francese, oltre ad avere un accento diverso dalla lingua ufficiale. Tutto questo al netto degli idiomi parlati in Cabilia o nella regione abitata dai Touareg. Con una calligrafia che richiama le forme stilistiche degli imperi sudamericani del passato, ha una radice fonetica e grammaticale totalmente diversa. Quasi tutti gli algerini sono in grado di dire almeno qualche parola in francese, mentre molti anziani lo parlano bene per averlo imparato a scuola. Anche dopo l’indipendenza il francese è stato insegnato quale seconda lingua locale, utile anche per gli ancora intensi rapporti che la giovane nazione manteneva con l’esagono. Con il peggiorare delle relazioni e un minimo di apertura verso l’esterno, l’inglese sta prevalendo fra le materie di studio linguistico così che chi viaggia nell’Algeria di oggi, anche per ragioni di tatto, dovrebbe rivolgersi in inglese con le nuove generazioni e in francese con quelli più agées. Approcciare una conversazione nella lingua sbagliata può creare qualche disagio iniziale, basta specificare che si è italiani e normalmente il malinteso si risolve immediatamente.
- Il sistema scolastico ricalca sostanzialmente quello italiano. Si inizia ad andare a scuola all’età di sei anni, la scuola è dell’obbligo anche se non c’è particolare rigore nel farne rispettare la frequentazione. L’arabo algerino (che si parla normalmente a casa) è la prima lingua studiata, mentre l’arabo classico viene considerato la prima lingua straniera; prima di accedere al liceo s’inizia lo studio di una “vera” lingua straniera, normalmente l’inglese ed eventualmente a seguire il francese. Attualmente lo studio di quest’ultima inizia dal quarto anno di liceo ma sembra che poco per volta verrà estromessa del tutto. Esiste invece sempre più la possibilità di studiare altre lingue quali l’italiano (ci sono quattro lettorati in tutto il Paese) e lo spagnolo.
- Matrimoni: anche in Algeria i tempi stanno cambiando e vanno sparendo i matrimoni concordati fra genitori, anche se sussistono significative differenze fra le città e le aree più remote. L’impressione è che a prescindere dalle regole stabilite da autorità civili o per interpretazione coranica, esista ancora un forte attaccamento sociale alle tradizioni le quali, pur non essendo scritte continuano ad avere grande influenza nella società civile. Particolare che coinvolge soprattutto le donne, per quanto sempre meno rilevante ad Algeri e nei centri principali.
- È ancora consuetudine che prima del matrimonio la sposa viva un anno nella casa dei futuri suoceri e il promesso sposo per iniziare a prendere contatto con le abitudini della nuova famiglia e di quella che sarà la sua futura vita; al termine di questo periodo si procede con la celebrazione ufficiale del matrimonio, preceduto da cerimoniali che sanciscono l’ufficializzazione del fidanzamento tramite lo scambio di anelli. In passato tali festeggiamenti erano più sentiti e sfarzosi, ora l’aumento dei costi e il fatto che si preferisca spendere i soldi in altre direzioni ha portato a ridurre i budget. Le feste di matrimonio fino a un recente passato servivano anche per far conoscere la sposa all’entourage familiare e del vicinato, in modo da ufficializzare in tal modo l’unione della coppia e se la donna veniva vista in giro con un uomo, si riconoscesse immediatamente in lui il marito, omologando il fatto che si trattava di una coppia regolare.
- Raramente le famiglie si fermano a un solo figlio, la regola in materia di prole va solitamente da due a quattro; oltre è più raro perché le condizioni economiche raramente lo consentono. Non è ufficialmente ammesso convivere al di fuori del matrimonio, appuntamento al quale la donna dovrebbe arrivare illibata; ovviamente, più ci si avvicina alla città e meno questa regola viene osservata.
- Si può dire per le donne che in Algeria viga una sorta di libertà condizionata in materia di abbigliamento. Mentre per le straniere vige una franchigia ad indossare vestiti usati comunemente nei loro Paesi a patto di coprire braccia e gambe evitando scollature (regola valida anche per gli uomini), le locali vestono normalmente gli abiti lunghi che l’islam impone per nascondere le sinuosità del corpo, con la testa ricoperta da un velo (hijab) che va a fasciare anche il mento, nascondendo i capelli e lasciando libero solo l’ovale del viso. Ve ne sono altre che indossano il niqab: vestito nero e velo che lascia trasparire solo gli occhi, con una striscia di tessuto verticale all’altezza del naso a unire la parte superiore con quella inferiore del velo facciale. Si vedono inoltre alcuni burqa, per contro i vestiti all’”occidentale” sono del tutto assenti nelle zone periferiche, salvo incontrare diverse ragazze in jeans ad Algeri. Questo è il segno di come tradizione e religione siano inscindibili e come quest’ultima sia pregnante nella società civile.
- Un discorso a parte va fatto per le donne mozabite di Ghardaia e dintorni, le quali indossano una tunica bianca che va a ricoprire la testa e il volto, lasciando inquietantemente libero solo un occhio. Svicolano fra le strette vie della città vecchia cercando di non essere viste, imbarazzate quando incrociano un uomo tanto da passare radenti al muro volgendo lo sguardo rigorosamente verso il basso, e l’uomo dovrebbe fare altrettanto. In un paio di occasioni mi sono trovato di fronte a ragazze che prese dalla curiosità usavano quell’occhio scoperto per squadrare lo straniero, in una sorta di genuina curiosità. Altre si fermano o tornano addirittura sui loro passi; esistono perfino nicchie nelle pareti esterne delle case (simili a corpi di guardia) dove gli uomini dovrebbero ritrarsi quando incrociano una donna. Ovviamente io non sono nessuno per giudicare, e se volessi fare la morale sulla loro società dovrei fare lo stesso anche sulla nostra, con esiti forse imprevisti. Magari dopo aver ascoltato l’opinione degli algerini.
- Così come vi sono donne che potendo disporre di una certa autonomia economica rimangono single per scelta, la maggioranza di quelle sposate non lavorano, dovendosi occupare di casa e prole; negli ultimi tempi (soprattutto nelle città) seppure percentualmente ancora poco rilevanti, si riscontrano sempre più donne con un’occupazione stabile, il che non va tuttavia frainteso come un tentativo di occidentalizzazione da parte della società locale. Al di fuori dei centri principali si vedono poche donne in giro, soprattutto al mattino per fare la spesa e/o portare i figli a scuola; il resto della giornata lo trascorrono fra le mura domestiche o in compagnia di altre signore. Anche quando si vedono dei crocicchi di ragazze e ragazzi in età scolare questi sono sempre divisi per sesso; fin da primi anni non si vede alcuna promiscuità, quasi fosse una cosa innaturale. Secondo le regole civili-religiose l’uomo ancora oggi può avere fino a quattro mogli, ma se lo fa deve impegnarsi per legge a sostentarle; pertanto la poligamia è appannaggio unicamente di pochi uomini dalle finanze sostanziose.
- La visione che in Occidente si ha della condizione femminile nei Paesi musulmani è sovente figlia di preconcetti che rischiano di travalicare i concetti stessi e i principi, ma soprattutto non tiene conto dell’effettivo sentire di società basate su fondamentali non sempre condivisibili alle nostre latitudini, che occorre fare lo sforzo di comprendere e analizzare pur vivendo in una realtà diversa. Per certi aspetti nei Paesi islamici le donne sono meno vessate rispetto a quanto accada nelle sedicenti “democrazie compiute”, così che i tassi di femminicidio sono notevolmente inferiori; fermo restando che rivestono un ruolo differente, secondo una concezione che trae le sue radici nella dottrina religiosa e le subordina all’uomo nella realtà sociale, non necessariamente in quella familiare. Il baluardo insormontabile ai nostri occhi rimane quello che solitamente non sono nella misura di decidere l’impostazione da dare alla propria vita, finendo per condurre una vita sì tranquilla ma in casa a far crescere i figli all’ombra del marito, che in rari casi ne è tuttavia il padrone.
- Sistema sanitario: di base è gratuito, con il pagamento di un ticket (50 Dinari = 0,25€) ma il livello delle prestazioni sanitarie è tutt’altro che eccellente, anche se disponibile per tutti.
SICUREZZA: le allerte su Viaggiaresicuri evidentemente non sono particolarmente aggiornate e diffondono un pessimismo di base che può portare a sottovalutare reali situazioni di pericolo in un futuro o in altri Paesi. L’impressione ricavata in Algeria è quella di non essere mai stati in pericolo, a patto di tenere gli occhi aperti ed evitare errori madornali quanto fatali: adare in giro di notte non è una pratica raccomandabile, così come certe regioni sono del tutto sconsigliabili. A causa della porosità dei confini con la Libia, il Niger e il Mali, dove transitano traffici di uomini, droga e armi, il sud non è particolarmente raccomandabile, nonostante qualche forma di turismo sia nuovamente presente per visitare le splendide regioni del Tassili e Tamanrasset. Zone dove si sono manifestate presenze islamiste a causa d’infiltrazioni dal sud, dove falangi legate ad Al Qaida e ISIS allungano i loro tentacoli muovendosi liberamente.
IL VIAGGIO: Il turismo in Algeria si trova ancora nella sua forma più embrionale, ed è proprio nell’originalità che sta il bello di questo viaggio. Diversi siti importanti ma non particolarmente conosciuti sono del tutto assenti o presenti con poche note su internet (ricerca peraltro non facilitata dalla lingua araba che porta a translitterazioni talvolta divergenti): se le grandi città e i siti storici di maggior rilievo sono ben documentati su guide e siti, più complesso se non addirittura impossibile risulta reperire informazioni su petroglifi, pitture rupestri o centri più piccoli pur con uno ksar di rilievo storico. Ulteriore testimonianza di come anche il web non abbia ancora scoperto a fondo l’Algeria.
I ristoranti nella zona centrale del Paese sono pressoché assenti, così come i servizi prestati hanno ampi spazi di miglioramento, nonostante il personale faccia il possibile per attendere alle pur semplici esigenze degli ospiti. Non si può dire che l’Algeria sia pronta per aprirsi al turismo di massa, e forse nemmeno le interessa veramente: la pur pacifica invasione di ospiti benestanti (in raffronto alla media locale) rischierebbe col tempo di minare una stabilità sociale a cui i governi tengono particolarmente, ma anche (almeno ai nostri occhi) inquinare la genuinità nei rapporti fra le persone; nemmeno ad Algeri si vedono i negozi di grandi marche internazionali riscontrabili pressoché ovunque.
Quale ulteriore conferma basti fare riferimento agli hotel, in un paio di occasioni abbiamo messo piede dentro dei quattro stelle dove evidentemente gli ultimi clienti risalivano a qualche mese prima, altrimenti non si giustificherebbero i malfunzionamenti e disservizi seriali riscontrati che, se presi con lo spirito giusto, possono anche arricchire il viaggio con un po’ d’ilarità.
Nei villaggi ci si sente osservati, più per curiosità che per ragioni ostili, segno che di stranieri se ne vedono pochi. E ne abbiamo visti pochi anche noi: in due settimane non abbiamo sentito parlare una lingua che non fosse l’arabo o il francese, quest’ultima anche in virtù di turisti algerini emigrati in Francia che ne approfittano per visitare il Paese dei loro avi, magari insieme a qualche parente in vacanza per la ricorrenza del primo novembre. Unica eccezione per un americano da solo, il quale sembrava più in digressione turistica a margine di un periodo lavorativo.
Prima di recarsi in Algeria occorre definire esattamente il percorso e i siti da visitare; il pacchetto viene poi sottoposto alla Sicurezza locale, che può ordinare la scorta al gruppo. Una vettura della polizia infatti ci prenderà in carico dal primo giorno all’uscita del sito di Tiddis e sarà la fedele compagna per la prima settimana, fino a Ghardaia. In realtà si tratta di staffette che si danno il cambio ogni 40/50 km aprendoci la strada e attendendoci durante le fermate per pranzi, negli autogrill, ecc. Si fa difficoltà a capire quali siano le ragioni reali dell’accompagnamento: ufficialmente sembra una misura precauzionale per proteggerci in quanto l’Algeria ci tiene a incrementare l’industria del turismo e intende prevenire eventuali incidenti di percorso cagionati da malintenzionati. Oltre al motivo della protezione nei nostri confronti, volendo essere maliziosi si può intuire che vogliano tenere sotto controllo i movimenti degli stranieri, piuttosto che dare occupazione alla massa di dipendenti pubblici al soldo del potere centrale. Le spie non si daranno certo conto di un’auto che li precede ma a Beni Abbes, quando ci muoviamo in solitudine per le vie cittadine, vediamo una bella moschea e chiediamo a un viandante se possiamo entrare per visitarla: ecco materializzarsi la vettura con a bordo un uomo che al mattino in occasione della prima visita in città si era presentato dichiarandosi quale garante della nostra sicurezza, più verosimilmente della sicurezza che non avessimo avuto contatti sospetti. Prendiamo il fatto come un dato di folklore, consapevoli che a Parigi i rischi sarebbero stati di gran lunga superiori rispetto ai villaggi o alle lande semideserte che abbiamo percorso. Alla fine torneremo convinti di essere stati la parte attiva e non quella passiva delle attenzioni da parte della polizia.
Lungo la strada s’incontrano frequenti posti di blocco, alcuni fissi, dove la polizia (responsabile per le aree urbane) o la gendarmerie (nelle zone esterne) sono incaricate dei controlli; mitra spianati e bande chiodate sono evidenti testimoni di un’epoca che sembrerebbe ormai andata. Ferme restando problematiche non indifferenti che richiedono una certa attenzione, in realtà abbiamo sempre e solo incontrato persone che ci davano il benvenuto, un’ospitalità che a scanso di retorica si può definire quella di un popolo amico. I viaggiatori in giro sono veramente pochi, soprattutto fuori dalla capitale: quando la gente ci vedeva, insieme a un cordiale soyez les bienvenus, chiedevano da dove venivamo: alla risposta che eravamo italiani iniziavano sperticate lodi nei confronti del nostro Paese, sottolineando la buona cucina (su tutto pizza e pasta) e il bel calcio; marchi di fabbrica internazionali validi soprattutto fra la gente semplice dei Paesi poveri. Assecondando tanta benevolenza e ricambiandola con elogi (peraltro convinti) sull’Algeria, fare breccia nel cuore degli interlocutori era un passo breve, e non pochi si felicitavano che non fossimo francesi: quelli sì, i veri antipatici a loro dire! Solo (si fa per dire) retaggio della colonizzazione e della sanguinosa guerra d’indipendenza di cui le nuove generazioni hanno appena sentito parlare dai nonni oppure effetto dei rinnovati dissapori e delle recenti tensioni? Sicuramente il regime sta spargendo sale su ferite mai del tutto saldate e in questo momento essere cittadini dell’esagono non è il miglior biglietto da visita per essere graditi in terra algerina. Delle due settimane trascorse, l’unico momento di uno scambio non del tutto amichevole è stato quando alcuni ragazzi ci hanno avvicinati facendoci rilevare come noi in Francia facciamo bella vita e loro in Algeria vivono in condizioni precarie. Anche facendo loro presente che siamo amici provenienti dall’Italia non è servito a cambiare le loro pur pacate rimostranze. Evidentemente non amano la pizza e non sono fanatici del calcio!
PERIODO DI VISITA / CLIMA: il periodo della visita si è rivelato ideale da questo punto di vista. Nel centro desertico le temperature diurne raggiungevano e talvolta andavano oltre i 30 gradi salvo scendere repentinamente dopo il calare del sole, ma all’ombra si stava benissimo e l’umidità era del tutto assente. Curiose le sensazioni a piedi nudi sulle dune: nella parte esposta al sole i piedi affondano con piacevole sensazione nella sabbia calda, talvolta anche troppo; immediatamente oltre la line di cresta, sull’altro versante in ombra la sensazione si fa più fresca.
Ad inizio tour il nord si attestava sui 25 gradi, scesi a 18 quando siamo rientrati alla fine delle due settimane. Abbiamo avuto una sola mezza giornata nuvolosa a Timgad e a Ghardaia per qualche minuto è perfino scesa una pioggia svogliata, poche gocce immediatamente evaporate nel momento in cui toccavano la terra arida.
PREZZI: detto che la benzina si aggira sui 0,13€/lt e che sarebbe un bel souvenir da portare a casa, anche il resto non costa molto. Gli hotel dove siamo stati sono ad appannaggio di una clientela straniera (quando c’è) o businessman locali, pertanto i prezzi sono in linea con i corrispettivi occidentali, pur essendo sistemazioni di medio livello. I biglietti d’ingresso ai monumenti turistici davvero modici, tanto che la visita ai più importanti siti della civiltà romana costano appena qualche decimo di dinaro. Diversamente da quanto accade in altri Paesi “poveri” le tariffe non fanno distinzione fra visitatori locali o stranieri a scapito di questi ultimi
CARTE DI CREDITO: uno strumento perfettamente inutile, tutto viaggia in contanti e conviene trovare una fonte affidabile (non per strada) per acquistare Dinari a condizioni decisamente più vantaggiose. Noi l’abbiamo fatto a 220 contro il cambio ufficiale sui 150 dinari per euro.
CUCINA: in Algeria si mangia bene ma non eccelle per la varietà di ricette. Eravamo arrivati con l’idea di mangiare solo agnello e montone, ad averne la peggio sono stati invece i polli e in tre occasioni il cammello, la cui carne si presenza gustosa e morbida. Il couscous è il piatto base, servito con carni e verdure. Altre informazioni sugli aspetti culinari si trovano all’interno del report.
Nonostante agli stranieri non venga proibito di bere alcolici è difficile trovare vino o birra, in nessun caso abbiamo visto bottiglie o lattine esposte. Durante i pasti ci si sazia con acqua e verso la fine con il tè. Quest’ultimo viene preparato secondo un rito particolare ed esteticamente interessante: la bevanda viene mischiata con lo zucchero travasandola da un contenitore all’altro. L’arte sta nel far colare il tè dall’alto creando una scenica cascata a formare una densa schiuma biancastra. Il sapore è aromatico e accattivante.
CURIOSITA’: Forse può non sembrare il paragone migliore quando si parla di un Paese islamico, ma i datteri sono un po’ come da noi il maiale: di loro non si butta via nulla. Dopo averli mangiati così come raccolti, fatte marmellate o sciroppi, i noccioli vengono messi nell’acqua per qualche giorno in modo che si ammorbidiscano, dopodiché vengono tritati e dati in pasto agli animali, i quali sembra che producano così un latte molto più proteico. Sempre i noccioli interi di dattero sono utilizzati per la tinteggiatura esterna degli edifici: messi nel secchiello e mescolati col bianco vengono schizzati contro il muro. In tal modo le pareti risulteranno non lisce e tale corrugazione (i corpi solidi vengono poi staccati) permetterà di poter contare su microzone d’ombra, le quali contribuiscono a evitare il surriscaldamento interno della casa: non esattamente un condizionatore ma pur sempre una forma naturale per attutire il calore. Mischiati con il latte servono invece quale maschera di bellezza per la pelle mentre se polverizzati si utilizzano per fare una bevanda calda surrogata del caffè. Tutte queste proprietà e applicazioni fanno del dattero il frutto nazionale, tuttavia devono essere mangiati in numero dispari, di cui almeno tre al mattino, affinché possano garantire l’effetto desiderato.
DESERTO e OASI: anche se non costituisce del tutto una novità, il viaggio è servito per sfatare il mito del Sahara come rappresentato dall’iconografia in un’unica distesa di colline sabbiose (le dune) e che le oasi non vadano oltre ad alcune palme intorno a un pozzo o a una macchia lacustre. Il deserto presenta varietà incredibili, il cui unico denominatore comune è l’aridità dell’ecosistema, dove si alternano pianure di terra prosciugata con pietre e cespugli disseminati in ordine sparso, piuttosto che rupi o rilievi montuosi che tendono a spezzare la monotonia del paesaggio. Di tanto in tanto compaiono anche le classiche dune a rendere meno drammatica la vista. Capita d’incontrare vere opere d’arte della natura dove le varie declinazioni del deserto si fondono sotto un unico sguardo, un’unica tavolozza di colori caldi. Altra curiosità è che laddove ora stentano poche piante adattatesi ad assorbire acqua dalla scarsa rugiada notturna, in un passato nemmeno tanto remoto (poche migliaia di anni) vi erano foreste e praterie che consentivano ogni genere di vita. Fatti oggi testimoniati dalle incisioni rupestri che, oltre a provare la presenza umana, ritraggono animali anche di grandi dimensioni.
Le oasi invece possono avere l’estensione di cittadine che raggiungono i 20.000 abitanti, la cui caratteristica è quella di essere distanti alcune ore di auto dal successivo centro abitato, in mezzo solo il deserto. Paradossalmente la natura ha dotato le estensioni aride di veri e propri mari sotterranei, dai quali il prezioso liquido sgorga spontaneamente o può essere estratto tramite pozzi di variabile profondità (da un paio di metri ad alcune centinaia). I nuclei abitati ostentano giardini e fioriture in netto contrasto cromatico con le visioni di sfondo, ogni attività economica può fiorire, talvolta sembra trovarsi in località con precipitazioni regolari, quando in realtà queste non superano i pochi millimetri all’anno. Non è raro che ai giacimenti di oro bianco (acqua) se ne affianchino altri di oro nero (idrocarburi) così da creare condizioni di potenziale prosperità.
Andando più sul frivolo, i giovani che frequentano le discoteche sono soliti pagare il cantante locale per interpretare una canzone da dedicare alla fidanzata, alla moglie o a colei sulla quale s’intende fare colpo. Se qualcun altro offre di più, in una sorta di concorrenza fra machos algerini, il cantante smette e intona un altro motivo su indicazione del secondo offerente. Si narra di un ragazzo di buona famiglia di Biskra, ma soprattutto di buone finanze, che in una notte ha dilapidato l’equivalente di 140.000€ in quest’attività, finendo sui giornali e diventando così l’idiota più famoso dell’Algeria; successivamente sembra essersi pentito sostenendo che quella sera aveva bevuto troppo ma la spesa e la figura non le ha potute cancellare.
Itinerario
Giorni di viaggio
Landing e notte ad Algeri
La capitale fra Mediterraneo e Africa
Da Algeri a Constantine via Djémila
Ritorno a Roma (quella antica di Djémila) attraversando le montagne della Cabilia
Nel cuore della Numidia
Il sito romano di Tiddis , Constantine con i suoi ponti e il mausoleo di Medracen
Timgad e El Ghoufi: tra storia e geografia
Il soggiorno dei legionari romani e l’inizio delle aree desertiche
Verso sud, prime città oasi
Sabbia, arido, cittadine (Toggourt e Tamacine) e una bella moschea
Ghardaïa I
La pentapoli ibadita: fascino, mistero e senso della tradizione
Ghardaïa II
Cinque città con i loro palmeti. Intorno, il nulla
Avventura nel Sahara
Monumenti della natura a El Ghour, incisioni rupestri e impronte di dinosauri
Il deserto, immagini di quando non esisteva
Altre incisioni rupestri e ksour (fortezze) nel Grande Erg Occidentale
Verso il confine col Marocco
Le dune di Taghit, il Sahara come lo si vede nei depliants
Beni Abbes: le dune come vicino di casa
L’eremo di De Foucault, un granello di sabbia cristiana nel deserto islamico
Timimoun: l’ultima oasi
Città in stile sudanese, crocevia di storia e commerci
Oasi e ksour intorno a Timimoun
In nessun luogo come nel deserto l’acqua è fonte di vita
Addio Timimoun, buonasera Algeri
Dal bazar della città-oasi in mezzo al deserto al caos della capitale algerina
Siti romani sul Mediterraneo e Algeri
Tipaza e Cherchell: “dimore degli dei” romani – Algeri: tra architetture islamiche e coloniali
IT
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