Giorno 10
Verso il confine col Marocco
Le dune di Taghit, il Sahara come lo si vede nei depliants
Da Ain Ouarka a Taghit
Partiamo da Ain Ouarka ripercorrendo la strada di ieri e ammirando il sole che allunga i suoi raggi su un ouad di particolare bellezza. Alcune palme escono dal terreno arido e dispensano un po’ di verde, lo sfondo presenta contemporaneamente uno scenario di pietra grigia e uno tendente all’ocra. Una vista magnifica di cui ieri sera non abbiamo goduto appieno causa il sole già tramontato. Purtroppo notiamo come la strada intrapresa non sia poi quella che conduce ad Ain Sefra, di cui oggi era prevista la visita. Alcune scuse abbastanza puerili sul fatto che il viaggio sarebbe stato più lungo e meno agevole non convincono: basta aprire Maps per accorgersi di come la statale N6 transiti solo a un paio di km dal confine marocchino e di fatto venga sconsigliata, o dove i turisti non siano i benvenuti per evitare curiosità poco gradite. La N6B raggiunge lo stesso Taghit aggirando il confine più a sud; visto il contesto di guerra fredda fra i due stati non si può escludere che la strada sia stata costruita in tempi relativamente recenti a questo proposito. Il fatto non trova tanto motivazione dallo stato di latente conflittualità col regno confinante, quanto l’esigenza di non avere interferenze in un’area delicata. Dopo circa un’ora e mezza di strada facciamo tappa in un villaggio, il bar nel quale dovremmo prendere il caffè non sembra essere particolarmente affidabile in materia d’igiene e puntiamo su una bevanda fresca; il primo serbatoio della Land Rover è ormai vuoto, rimane il secondo che ci consentirà di raggiungere la destinazione. Sotto questo aspetto bisogna rimarcare come in alcuni luoghi le stazioni di servizio siano costituite da containers mobili, che vengono sostituiti quando vuoti. Vedremo inoltre lungo il ciglio della strada improvvisati benzinai che offrono carburante in taniche, le quali vengono riempite da piccole cisterne poste a qualche centinaio di metri di distanza dal nastro d’asfalto. Il deserto torna fin da subito a essere il padrone della strada, tanto che talvolta la invade perfino col vento che sposta la sabbia; in un’occasione la livellatrice è al lavoro per spostare una piccola duna venutasi a formare sull’asfalto. Non mancano i dromedari, mandrie salvatiche intente a brucare il poco che il terreno offre loro, mescolando il colore dei mantelli con quelli del paesaggio. Purtroppo a un certo punto ne vediamo uno steso sul bordo della strada, ucciso probabilmente da uno dei pochi mezzi che vi transitano. Il deserto diventa interamente piatto, senza più dune o asperità rocciose, una distesa lineare a perdita d’occhio. Bassi quanto radi cespugli forniscono una tenue macchia di verde tentando invano di spezzare la monotonia, che tale in realtà non è mai. La strada, manco a dirlo, è una retta che invita alla velocità. Quando mancano una quarantina di km dalla destinazione odierna sperimentiamo due forature a pochi minuti di distanza, prontamente riparate sostituendo il pneumatico (ogni mezzo ha due gomme di scorta). Alle 13:20 raggiungiamo Taghit tra classiche dune del deserto, così come rappresentate sui cataloghi delle agenzie turistiche. La cittadina vorrebbe essere un centro turistico e ne avrebbe le basi naturali, ma continuiamo a vedere solo sparuti gruppi di algerini in vacanza.
Taghit e l’oasi
Il pranzo viene consumato sotto un tendone che a malapena ripara dal caldo, seduti per terra o su bassi cuscini, non esattamente un esempio di comodità per le nostre non più giovani membra. Possiamo gustare ancora una volta gli stessi piatti ma ancora una volta di buona qualità. Un semplice pollo (compagno quotidiano sotto i nostri molari) viene cucinato con ricette leggermente differenti ma soprattutto ha una tenerezza ineguagliabile. Pur avendo nulla che lo faccia assomigliare a un ristorante, l’attenzione a non far mancare nulla è encomiabile, così come le tempistiche e la simpatia del gestore. Che ci mostra il giardino antistante, da lui curato con attenzione, dove crescono aranci, ulivi, limoni e altre piante, in salute ma che stentano a crescere. L’acqua non manca tuttavia il sole torrido dell’estate probabilmente ne impedisce il pieno sviluppo: sono sei anni che ha creato questo spazio (quasi) verde di cui va orgoglioso, ci mostra anche il pozzo al fondo del quale (appena un metro e mezzo) si trova la sorgente d’acqua. Ce ne sono parecchi in giro, per uso domestico o irrigazione: basta un motorino elettrico per tirarla su e il deserto fiorisce.
È sufficiente attraversare la strada per trovarci di fronte a un laghetto contornato da palme, questo sì a immagine e somiglianza dello stereotipo dell’oasi, dove l’acqua sorge spontanea dal sottosuolo. Se ne potrebbe ricavare un giardino paradisiaco ma è comunque piacevole. Ritornando sui nostri passi gli autisti tirano fuori dall’impaccio un gruppo di quattro ragazze in vacanza da sole (caso strano!) impantanatesi nelle sabbie della stradina accanto al cosiddetto ristorante; senza un fuoristrada bisogna stare molto attenti.
Tramonto tra le dune di Taghit
Andiamo a vedere un gruppo di petroglifi poco distante, in parte deturpati da qualche vandalo residuato dagli invasori del V secolo. Nel tardo pomeriggio ci spostiamo fra le dune per fare un po’ di jeep cross sulla sabbia e vedere il tramonto da un punto panoramico. Uno dei fuoristrada si è insabbiato (capita anche a noi!), nel tentativo di tirarlo su un altro fa la stessa fine mentre il primo riacquista la libertà motoria. Nel tentativo di uscirne il radiatore del secondo 4×4 ha la peggio; rientriamo nel cassone di un pickup mentre a seguire trainano quello in panne. Una volta ricongiunti in hotel, gli autisti trovano una colla adatta e aggiustano lo scambiatore di calore con metodi primitivi quanto efficaci, tanto che domattina non avremo problemi a partire come da programma. L’hotel di Taghit è bello e avremo tutti gli spazi a disposizione in quanto non vediamo altri ospiti, il tutto allietato da una cena all’aperto – e quindi sotto le stelle – ben organizzata.
IT
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