Giorno 4

Timgad e El Ghoufi: tra storia e geografia

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Il soggiorno dei legionari romani e l’inizio delle aree desertiche

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Timgad e El Ghoufi: tra storia e geografia

Lambaesis e Timgad

Il cielo stamattina appare coperto di nuvole estremamente basse, più tardi il parabrezza verrà perfino inumidito da un paio di gocce d’acqua; niente di che ma tanto da costringere i pigri tergicristalli del pullman a muoversi, operazione affatto scontata viste le sue condizioni generali. Può sembrare strano a queste latitudini ma – se vogliamo metterla su questi toni – è la “stagione delle piogge”, in cui pochi millimetri possono anche scendere e il grigio di tanto in tanto sostituisce il limpido azzurro che normalmente riveste queste terre. In mezz’ora siamo a Lambaesis, un sito non imprescindibile ma visitabile senza digressioni. Scarno residuo di città romana dimora dei legionari veterani, in realtà presenta qualche interesse grazie all’arco di Commodo e a una sorta di palazzo, il resto è stato asportato in epoche successive, in particolare durante l’occupazione francese, quando le sue pietre vennero utilizzate per costruire un carcere di massima sicurezza, all’interno del quale tutti i regimi che si sono susseguiti hanno profuso privazioni e torture. Ancora oggi il solo nome evoca terrore, tanto che i bambini che si comportano male vengono minacciati di essere portati a Lambaesis. Da piccoli il rischio non sussiste, col tempo e crescendo invece si possono spalancare le sue porte, talvolta anche solo per colpe di ordine ideologico o per opposizione al pensiero mainstream dettato dal “pouvoir”. Anche politici di un certo rilievo sono stati suoi ospiti, come accadde al fratello dell’ex presidente Bouteflika, il quale venne imprigionato per reati di corruzione e traffici illeciti che probabilmente aveva commesso. Di certo perché era caduto in disgrazia.

A un’altra mezz’ora di strada si trova invece una città romana fra le più belle e meglio conservate: Timgad. Fra le rovine e le antiche mura spira una brezza tutt’altro che corroborante, ma il sito è di estremo interesse e ben conservato. Il museo offre un appetitoso antipasto ma trovarsi nella cittadina in cui per generazioni vissero i legionari in pensione è un’emozione a parte. Quando si parla di pensionati non bisogna travisare il concetto: i militari “lavoravano” per 25 anni e verso i 40/45 anni d’età potevano ritirarsi e godere di una rendita fondiaria, che al giorno d’oggi definiremmo pensione; inoltre potevano contare su una serie di benefit che consentivano loro di vivere in condizioni di agio; chiaramente il lavoro duro era condotto dagli schiavi. La guida ci porta con passione lungo il cardo e il decumano, esaltando le caratteristiche degli edifici e narrando interessanti scene della quotidianità di duemila anni orsono. All’interno dei legionari esistevano tre ceti sociali e le relative costruzioni abitative a seconda del grado ricoperto: la standard prevedeva una sorta di condominio anche se erano case a due soli piani, quelli che potremmo chiamare sottufficiali o quadri intermedi disponevano di una domus di 8.000 mq, mentre le alte sfere (poche unità) potevano contare su una villa con 25.000 mq di superficie. Gli uomini potevano sposarsi (era proibito durante la ferma) e provenivano un po’ da ogni parte dell’impero: grazie alle incisioni sono state accertate presenze da Cartagine, da Palmira, in gallico e quindi della Francia odierna. Il comune denominatore era rappresentato dall’uso della lingua latina, il cui studio era d’obbligo per poter accedere alla carriera. Tra le vie della città spicca la biblioteca alla quale gli abitanti potevano attingere per perfezionare la lingua e raffinare la mente.

Per ottenere la cittadinanza romana Caracalla, figlio di Settimio Severo e pertanto di stirpe africana, sancì che si sarebbe potuta ottenerla semplicemente con quello che al giorno d’oggi si può definire lo ius soli, ovvero essere nato nella terra dell’impero; tale diritto era tuttavia valido unicamente per gli uomini liberi e in alcun modo riguardava la popolazione schiava. Prima del decreto di Caracalla, i residenti dei paesi colonizzati potevano ottenere la cittadinanza solo dopo 25 anni di militanza nell’esercito. Lo stesso periodo costituiva anche la durata del servizio militare, al termine del quale i legionari avevano diritto alla pensione, si formavano una famiglia e venivano a vivere in queste città. Con l’estensione del diritto concesso da Caracalla l’Impero Romano è arrivato a contare su una popolazione di 65 milioni di abitanti, quando solo Roma superava i 2 milioni e Cartagine più di 300.000.

Il sito di Timgad si estende su 84 ettari, di cui almeno il 25% deve ancora essere scoperto, a differenza di Djemila dove sono circa 35 ettari di cui solo 7 sono stati riportati alla luce. Furono i francesi a iniziare le opere di scavo archeologico mentre negli ultimi decenni tutto è rimasto fermo. Fra gli edifici di maggior pregio vi sono l’anfiteatro, che annovera un interessante sistema di conduzione della voce a distanza per far sì che il suggeritore potesse agire senza essere udito dal pubblico, il foro, l’arco di Traiano. Poco oltre si trova quella che è stata identificata come la casa di tolleranza, facilmente riconoscibile con l’altorilievo di un membro sulla pietra all’ingresso: chiara evidenza di come le insegne fossero già presenti anche in un’epoca precedente all’invenzione dei LED. La guida ci racconta che la casa era abitata da prostitute, le quali quando erano libere usavano un corno per richiamare i clienti, dal quale usciva un suono simile all’ululato; da qui il termine lupanare, prima inteso come verbo successivamente come sostantivo per indicare le meretrici stesse. L’argomento per la verità è dibattuto in quanto alcuni storici sostengono che la forma fallica ritratta stava a significare un indice di prolificità e pertanto sinonimo beneaugurante di prosperità e benessere.

Verso il Sahara

Il tempo vola ed è ora di chiudere la visita per continuare in direzione sud. Qui come altrove s’incontrano paesi sorti nel mezzo del nulla dai quali si ergono palazzoni apparentemente senza un perché; parallelepipedi che chiameremmo di edilizia convenzionata, senza balcone, in un ambiente semidesertico dove si vede una scarna agricoltura, qualche caserma, ma non s’incontrano fabbriche e non si capisce quali servizi possano richiedere tanta manodopera da giustificare un insediamento di qualche migliaio di abitanti. Arriviamo su un colle la cui quota sfiora i 2.000 mt e dove in inverno risulta nevicare parecchio, intorno ci sono coltivazioni di mele con coperture a sembrare i nostri teli antigrandine, in realtà si tratta di ombreggianti per la stagione estiva. Nelle vicinanze vedremo anche un grosso bosco di cedri. Il cielo migliora la sua tonalità lasciando spazio all’azzurro con qualche rara velatura; procediamo verso il Sahara e quello che stiamo attraversando è l’Aurès, ovvero una pendice dell’Atlante Sahariano. Un’altra regione montagnosa roccaforte dei mujahiddin durante la guerra d’indipendenza nonché la guerra civile islamista degli anni ’90. Il paesaggio torna a essere brullo, alcuni villaggi si confondono sui versanti dove il colore ocra rappresenta un unicum che unisce gli insediamenti umani con il paesaggio naturale.

Un profondo canyon arido e roccioso in Algeria mostra antiche rovine di pietra nel paesaggio desertico.

Anche oggi non manca l’accompagnamento di un veicolo della polizia; detto ironicamente, ci sentiremmo decisamente insicuri sapendo della sua assenza. Una tappa interessante è rappresentata dalla visita al canyon di El Ghoufi: si tratta di una larga fenditura nella crosta terrestre, la cui profondità arriva a 200 metri ed è lunga ca. 4 km. Sul fondo scorre il timido torrente Abiod, che ogni tanto s’inabissa per tornare alla luce in forma di pozzanghere o rigagnolo. Sui suoi fianchi i palmeti assorbono acqua dal ventre terrestre, rigogliose macchie verdi scintillanti in mezzo al terreno arido. C’è anche una piccola moschea, mentre le abitazioni abbarbicate lungo il ripido declivio risultano ormai abbandonate da tempo, segno evidente che l’incertezza delle precipitazioni tende a minare la stabilità della presenza umana. La vista dall’alto richiama i distanti Deadhorse Point o il Gooseneck di memoria americana. Facciamo una passeggiata senza raggiungere il fondo ma utile per avere un paio di punti di osservazione differenti. L’ambiente è ingentilito dalla presenza di arbusti fioriti che con le loro inflorescenze dai colori brillanti contrastano lo sfondo scuro del cielo e quello caldo della roccia in un contesto silenzioso e idilliaco. Mentre risaliamo incontriamo due ragazze che parlano bene il francese: si tratta di algerine residenti in Francia (forse già di seconda generazione) venute in Algeria per conoscere il Paese dal quale traggono le loro origini. Lungo il viaggio incontreremo parecchi altri turisti franco-algerini, riconoscibili innanzitutto dai vestiti meno castigati e linee più europeizzanti. Oggi il pranzo sarà estremamente frugale: un paio di biscotti per impegnare lo stomaco e si riparte lentamente costeggiando un paesaggio che potrebbe tranquillamente essere la scena di un film di fantascienza ambientato su Marte. Le rocce rossastre dominano ovunque sovrastando il nastro asfaltato, da qualche ora il sole ha preso stabilmente il suo posto in cielo; del resto il Sahara è ormai alle porte. Il paesaggio si sussegue mai uguale, non è il deserto proposto dall’iconografia o dai dépliant delle agenzie, la terra arida si alterna a pietre, che talvolta diventano rocce per spezzare la monotonia; sparuti cespugli tentano di offrire un cenno di vita, dal colore e al tatto sembrano secchi, invece sono vivi e vegeti; la natura li ha creati per sopravvivere in questo ambiente che dichiarare ostico costituirebbe un complimento. E pensare che qualche migliaio di anni fa qui c’erano foreste e praterie: solo loro hanno saputo resistere o probabilmente si sono geneticamente trasformati per assorbire la poca umidità che l’aria e la terra riescono a fornire loro. Alberi di ferro fuoriescono dalla sabbia per portare corrente in tutte le direzioni: una foresta sparsa, senza foglie, che se possibile contribuisce a portare ulteriore desolazione e aridità al quadro che si presenta davanti agli occhi. In zona si trova una centrale elettrica, da qui la presenza degli scheletrici alberi piramidali di fattura umana.

Sidi Okba e arrivo a Biskra

Un’ultima fermata alla moschea di Sidi Okba, bella nella sua originalità più che nello sfarzo. Piccola e allo stesso tempo raccolta, all’interno si trova il mausoleo omonimo, di un condottiero arabo arrivato intorno al 680 portando il credo dell’islam e ucciso proprio in questa zona. Alcuni ragazzi hanno terminato il catechismo nell’adiacente madrasa, si tolgono le scarpe per una rapida preghiera all’interno dell’edificio e volano via per tornare a giocare. Il pullman ogni tanto stenta a partire, ma sarà in virtù delle moschee visitate finora che dopo qualche singhiozzo riesce sempre a continuare la sua corsa.

Questa sera si dorme a Biskra, altra città posta al limite fra i rilievi montani e l’arido deserto; appare come un’oasi attraversata da un ampio fiume asciutto, che in caso di pioggia si riempie immediatamente e scende con carattere torrentizio. Intorno vi si trovano distese di palmeti in un ambito sostanzialmente arido. Risulta essere un sito abbastanza ricco, la cui principale fonte economica è costituita proprio dai datteri. L’hotel presenta caratteristiche simili al precedente: ingresso da 4 stelle, servizi da 2 se va bene. Ma occorre trovare qualcosa d’interessante anche in questa esperienza, così un tocco di originalità naif non può che far bene in tale contesto. Un’esperienza alternativa è invece quella dell’hammam con relativo scrub e massaggio rigenerante, anche se ci siamo trovati un po’ alle strette con i tempi. Cena in un ristorante siriano con buoni piatti d’ispirazione mediorientale: intingolo di melanzane come solo quell’area sa offrire e kebab infilzato sui classici spiedini. Il servizio è rapido ed efficiente, il personale tutto maschile (e questa non è una novità!), in un ambiente allegro frequentato sia da famiglie locali che da giovani.

IT

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