Giorno 8

Avventura nel Sahara

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Monumenti della natura a El Ghour, incisioni rupestri e impronte di dinosauri

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Avventura nel Sahara

Verso El Gour

El Gour, Ksar Ben El Khass, Medroufa (petroglifi) e Megioued (impronte dinosauri)

Oggi si presenta come una giornata intensa e interessante nella quale assaporeremo il deserto, le sue sculture naturali e la cultura degli abitanti, presenti e passati. In particolare vedremo dei petroglifi, facendo ancora un passo indietro nella storia rispetto all’arte romana che ci è capitato di vedere fino a un paio di giorni fa. Resta un buon ricordo di Ghardaia e delle sue oasi immerse nella Vallata dello M’zab, fiume normalmente secco che tuttavia raggiunge un’estensione di 500 km.

Ci ritroviamo alle 4 di mattina nella hall dell’albergo senza aver fatto colazione, pronti a partire su 5 jeep riuscendo a evitare la scorta della polizia che inevitabilmente ne avrebbe rallentato la marcia. È ancora notte fonda, nulla si muove a Ghardaia e nella sua periferia; imbocchiamo nuovamente la strada dalla quale siamo arrivati ieri provenienti da Ouargla, in lontananza ondeggia la fiamma scintillante della ciminiera in un campo di estrazione idrocarburi, svoltiamo a destra (ovest) superando alcuni villaggi fatiscenti per trovarci nel pieno del deserto. Non solo non vediamo anima viva in giro, ma le case sembrano disabitate, senza finestre o segni di antropizzazione recente; l’impressione è che comunque ci sia qualcuno dentro, insieme alla miseria. Il nostro autista indossa un turbante blu classico dei tuareg, con l’unica differenza che conduce un Land Rover al posto del dromedario. È simpatico, ma il dialogo con lui si limita ad alcuni termini basici in francese.

Viaggiamo per due ore e mezza dove non si vede nulla se non la strada (in buone condizioni) illuminata dai fari, con radi cespugli sui lati, come ombre perse nel nulla desertico. Di tanto in tanto gli autisti si fermano per ricompattare il gruppo, quindi si riparte: senza l’accompagnamento della polizia possiamo viaggiare più sciolti. Quando sono le 6:30 inizia ad albeggiare, il convoglio si ferma, gli autisti scendono portando con sé il tappetino della preghiera, lo distendono orientato verso La Mecca e iniziano la prima delle cinque preghiere giornaliere, quella dell’alba. Verso est una linea orizzontale inizia a delinearsi, diventando sempre più incandescente e spessa. I nostri uomini sussurrano parole di preghiera e come guidati da un’entità superiore (e in effetti lo sono) s’inginocchiano e si rimettono in piedi diverse volte come il rito prevede. La misticità del momento non può lasciare indifferenti; il profilo di quelle ombre umane che ondeggiano nella devozione, appena illuminate dal primo bagliore di luce, è l’inscindibile connessione fra la natura che ci circonda e un’entità suprema. Che è la stessa ovunque, a prescindere dal nome che le attribuiamo e dai riti praticati. E diventa ancora più intuitivo comprendere come quella che noi definiamo la cattedrale del mondo (in questo caso sarebbe appropriato dire la moschea del mondo) sia proprio il cielo, qui e ora punteggiato di stelle, più vasto ancora dell’immenso Sahara.

Alba nel Sahara

Nelle ore che conducono verso l’alba fa freddo, su buon asfalto riprendiamo la corsa con le jeep. Di tanto in tanto qualche lieve collina interrompe la monotonia costituita da sabbia e pietra. Continuiamo verso ovest, dietro di noi l’orizzonte tratteggia ormai una lama che inizia a diffondere un barlume di luce indicando che un nuovo giorno sta iniziando a delinearsi. Gli autisti rallentano i dromedari metallici, escono dal nastro d’asfalto e quando sono a 500 metri di distanza si fermano e preparano la colazione (ci eravamo quasi dimenticati d’essere ancora digiuni) prelevando alcuni arbusti, creando un piccolo focolare sul quale far bollire il tè. Nel frattempo il sole compie la sua azione giornaliera come fa da circa 4,6 miliardi di anni e mentre uno dei nostri autisti mescola il tè secondo la tradizione locale, da un contenitore all’altro versandolo dall’alto con stile, i primi raggi iniziano a portare la luce, e con essa a stemperare il freddo del deserto tendendo a infiammare sempre più l’oriente. Mentre lo stomaco si sazia con la colazione lo spirito si sazia con l’ambiente che ci circonda, del quale la cerimonia del tè è parte integrante.

Alba su una vasta e arida pianura del deserto algerino.

El Gour e Ksar Ben El Khass

Si riparte e quando siamo ormai a metà mattinata sembra di essere arrivati nella Monument Valley, magari con i tuareg al posto dei Navajo. Niente di tutto ciò, quello che ci si apre innanzi è un altopiano crollato di netto in epoche ancestrali, lasciando una caratteristica “mesa” pianeggiante un centinaio di metri sopra la superficie. Siamo a El Gour, in un ambiente di grande interesse; c’è da salire, e ascendere non solo fa bene alla salute ma aiuta ad allargare le vedute (e per chi ne ha la sensibilità, anche quelle mentali). Scambiando qualche parola con un visitatore locale e la sua famiglia una volta raggiunta la sommità, ci racconta come in passato in cima ci fossero accampamenti militari, utili quale punto di osservazione e difesa; da qui infatti la vista si estende a perdita d’occhio. Si transita solo in un punto, dove il tempo ha fatto franare le rocce consentendo una breccia in cui i bipedi hanno disegnato un sentiero, tutto il resto è roccia strapiombante. Una volta su, si apre la pianura a larghezza variabile estesa per circa un chilometro. Dall’alto si osserva il verde di campi coltivati; ci dicono trattarsi di una joint venture fra militari americani e imprenditori locali che, sfruttando la diga a monte di Brezina, riescono ad avere l’acqua per far germogliare delle coltivazioni. Il cielo splendente sulla sabbia orizzontale e sulle rocce verticali tratteggia l’unico momento triste solo quando si deve ripartire, ma andiamo a visitare lo ksar El Khass. Posto sul margine di una piccola oasi e circondato da mura, della fortezza è ancora possibile vedere bene la struttura, seppure in stato di abbandono. Sui lati c’erano le case d’abitazione con caratteristici camini, a riprova che in certi momenti il deserto non è solo sinonimo di calore, e la parte centrale dove si trovavano i servizi comuni. A seguire andiamo in città, a Brezina dove vive uno dei nostri autisti, nella cui casa hanno preparato il pranzo: sembra abbastanza usuale consumare pasti in abitazioni che dispongano di un ampio salone e l’organizzazione adeguata in cucina, stoviglie, ecc.; potremmo definirli ristoranti a uso privato, anche perché in certe zone di ristoranti accettabili non ne esistono affatto: oggi pranziamo con un ottimo couscous e beviamo tè in abbondanza secondo tradizione.

Paesaggio desertico con imponenti scogliere rocciose e una strada sterrata nel deserto algerino.

Petroglifi, impronte e lago di Brezina

Di nuovo in partenza, alla volta dei petroglifi di Medroufa situati 50 km più a nord. In realtà il sito non è niente di particolare, vi si trovano alcuni animali incisi nella pietra che probabilmente potrebbero suscitare più emozione in un esperto, da parte nostra possiamo soltanto tentare d’immaginare come doveva essere il mondo e come dovevano vivere questi pittori almeno 10.000 anni fa.

La zona riveste interesse dal punto di vista paesaggistico per le vallate che si aprono una trentina di chilometri oltre Brezina dove si trova il barrage omonimo, una diga creata artificialmente a formare il lago dal quale trae sostentamento tutta la regione. Si vedono coltivazioni di verdure con irrigazione a pioggia, segno evidente che pur trovandoci in un ambiente arido l’acqua nel sottosuolo non manca e sgorga abbondante in superficie. Un altro dettaglio curioso si palesa quando rientriamo in città: gli alberi di ulivo vengono impiegati come decoro ornamentale lungo i viali, salvo poi sporcare un pochino quando cadono le olive per terra, lasciando una macchia oleosa sulla superficie.

Prima di rientrare deviamo su una sterrata in cattivo stato e senza indicazioni, per trovarci innanzi a un altro omaggio che la storia ha fatto arrivare fin qui: questa volta non si tratta di uomini ma di impronte animali. A Megioued i dinosauri hanno lasciato le loro tracce su una superficie successivamente solidificatasi in pietra (simile a una lastra) chissà quanti milioni di anni fa. Anche qui la parte interessante sta nel rivivere il passato, ancor più che vedere le incisioni stesse. Bassorilievi che parlano alla mente prima che agli occhi. Rientriamo quando i rilievi allungano le loro ombre, le rocce assumono tinte rossastre incandescenti e il lago di Brezina appare ancora di più un miraggio blu scintillante nel deserto. La natura talvolta sembra presentare dei controsensi, ma sono solo la nostra scarsa conoscenza e i limiti mentali condizionati da quanto vediamo in superficie, o superficialmente, a rendere difficile capirne i perché. Il deserto arido non impedisce che sotto di esso ci sia un mare d’acqua: non esiste semplicemente perché non lo vediamo o almeno fino a quando non lo vediamo. Gli esempi come questi sarebbero molteplici: il Sahara ce ne svela almeno uno e invita a far uscire la sabbia annidata nei nostri schemi mentali.

Cena nuovamente nel salone di casa dell’autista con una buona cucina che più casalinga non si potrebbe. Dormiamo in una guest house distante una quindicina di minuti che raggiungiamo con il pullman.

IT

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