Giorno 9

Il deserto, immagini di quando non esisteva

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Altre incisioni rupestri e ksour (fortezze) nel Grande Erg Occidentale

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Il deserto, immagini di quando non esisteva

Da Brezina verso Arbouat

Lasciamo Brezina dove abbiamo fatto pranzo, cena e colazione nella stessa casa di Ahmed, l’autista. Le donne, la moglie, le tre figlie e qualcun’altra hanno partecipato alla preparazione di pasti succulenti pur nella tradizione algerina che non prevede molte varianti. Sono stipate dietro una tenda che funge da cucina, ma noi uomini non abbiamo modo di vederle per una questione di privacy. È una sensazione particolare perché dalle nostre parti quando tu lasci la casa di qualcuno sembra maleducato non salutare. In questo caso è esattamente il contrario, sarebbe stato maleducato vederle e salutare. E dire che avremmo proprio voluto ringraziare per le attenzioni riservateci, lo faranno le “nostre” donne anche per noi.

A Brezina la retorica nazionalista (o patriottica) appare più marcata che altrove. Molti murales inneggiano alla difesa della patria e alcuni più recenti alla resistenza della Palestina; la propaganda fa il suo mestiere in funzione anti Israele, anti Marocco e anti Francia, in quello che rappresenta il trittico di nemici ideali. Questo non significa scarsa o superficiale solidarietà da parte della popolazione, anzi il tema è sentito e partecipato, se ne parla molto. Non vi è dubbio che insieme ad altri murales, monumenti a ricordo dell’indipendenza o inneggianti le forze armate, il complesso formi un sistema coagulante del Paese intorno a un concetto di unità gradito a chi governa, particolarmente utile per tenere insieme una popolazione varia che abita il più grande Paese africano, di conseguenza non facile da controllare.

Una breve fermata nel centro cittadino di fronte alla panetteria ci rende spettatori del viavai mattutino di umanità che va a comprare il pane, spezzando le baguette in due per piazzarle nel portapacchi del motorino o andandosene via con una borsa. Quelle che troviamo sul tavolo di solito sono baguette fresche oppure, nei pasti di ieri ma anche stamattina a colazione, pane fatto in casa non lievitato simile al pane azzimo. Ancora più buono se come sperimentato poco fa vi si adagia sopra della crema o marmellata di datteri.

Ksar Arbouat e Garet El Taleb

Andiamo a vedere lo ksar Arbouat, il quale presenta quattro porte orientate secondo i punti cardinali e all’interno vi si trova una moschea dove ci viene illustrato il dettaglio dei riti praticati. Dispone di un minareto distrutto dai francesi poiché giudicato troppo vicino a una loro postazione militare, dall’alto del quale si poteva spiarne le attività. Nello ksar vivevano circa 500 persone ed è stato abitato fin dopo l’indipendenza, gli ultimi sono andati via all’inizio degli anni 90. Nel frattempo per mano del governo locale è stato ricostruito il minareto. Fa da corollario una bella palmeraie.

Petroglifi visibili su una formazione rocciosa in Algeria sotto un cielo azzurro.

Prossima tappa sono i petroglifi di Garet El Taleb nell’area di Arbouat. Il sito si trova percorrendo 20 minuti lungo una strada sterrata che in certi punti diventa appena una traccia nel deserto, con sabbia ben aderente al terreno; pochi cespugli rompono il silenzio visivo. I petroglifi risalgono a ca. 7.000 anni a.C., vi si vedono animali che un tempo vivevano regolarmente nella regione ma ora sono distanti migliaia di km; difficile realizzare come un tempo quest’area fosse tutt’altro che desertica, fino a ospitare foreste e praterie dove vivevano sia uomini che animali, ora invece è totalmente inospitale. Fra i dipinti spiccano due scorpioni, probabilmente il più piccolo era la bozza dalla quale l’antico artista ha ricavato il più grande, lungo 6 metri. Gli altri animali raffigurati sono pantere, serpenti, gazzelle, mammuth e perfino un grosso uccello che può tranquillamente essere l’antenato di uno struzzo. Il giro dura un’ora e mezza, quando raggiungiamo le vetture che nel frattempo si fanno trovare nel punto convenuto consumiamo il pranzo campestre all’ombra di una pietra sporgente, che fungerebbe perfino da tetto in caso di pioggia. La roccia è costituita da buona arenaria, ideale per ospitare grotte utili come abitazioni per gli uomini dell’antichità nonché per garantire una buona presa alle suole delle scarpe. Alcuni escrementi di lupo, piume di colombi e fori nel terreno probabilmente attribuibili a tane di animali simili ai topi, confermano quanta vita sia possibile anche in luoghi aridi e impervi. Lasciamo questa zona il cui cielo è decisamente frequentato da aerei di linea (stando almeno alla semplice metodica riferita dalla guida locale) e riprendiamo il cammino con i 4×4, quando a un certo punto compaiono campi coltivati, il solito miracolo reso possibile dall’acqua; mentre altri sono appena stati arati. Vedere certe immagini in un contesto arido crea contrasti visivi e mentali la cui sola spiegazione deriva dalla possibilità d’irrigare i terreni, sembra impensabile come tanta acqua possa essere immagazzinata nelle viscere del Sahara (o Grande Erg Occidentale in questa zona). Il resto sono lande desolate, la cui sola eccezione è rappresentata da fili d’erba sottile sui quali pascolano sparuti greggi di pecore, invero neanche tanto magre. Lunga e dritta corre la strada (per parafrasare il cantautore) tanto che in parecchie occasioni si raggiungono i 130 km/h; come sempre c’è poco movimento fatta eccezione per un paio di cani e alcuni termitai.

Boussemghoun

Boussemghoun rappresenta l’ultima, interessante, visita odierna. Una cittadina tranquilla dove s’intersecano ampi viali ornati di verde; alberi di fusto medio, quanto può crescere sotto il torrido sole estivo pur con buone possibilità d’irrigazione. Tanto per cambiare è uno ksar sorto all’interno di un’oasi verso il ’300, attualmente in auge per essere il luogo natio dell’attuale Presidente della Repubblica Tebboune, la cui famiglia risulta affiliata alla zawiya locale, dettaglio che gli ha permesso d’intraprendere una brillante carriera politica. In paese vi si trovano 44 pozzi dai quali rifornirsi di acqua per mantenere florida e verde l’oasi. Gli ultimi abitanti hanno lasciato lo ksar nel 1986, ma tutto è ben mantenuto, con piccoli musei sorti nelle casette altrimenti abbandonate, a gettare luce sulla vita del passato. Veniamo a conoscenza di un altro termine, la “twyza”, quella che nelle nostre vallate occitane è conosciuta come “rueido”, ovvero l’unione degli abitanti di un paese per fare lavori utili all’intera comunità. Le luci sul villaggio, per quanto abbandonato e con mura decadenti, restituiscono una varietà di colori caldi in quest’ora prossima al tramonto; la palmeraie è uno splendore grazie al ruscello che sgorga nelle vicinanze e vi scorre nel mezzo a mantenere vivace l’oasi.

Arrivo ad Ain Ouarka

Con un’ultima mezz’ora di strada raggiungiamo Ain Ouarka, al cospetto di un bel lago e circondata da (relativamente) alte montagne. Sembra di essere su Marte, siamo quasi nel centro dell’Algeria, fra deserto sabbioso e deserto pietroso, dove s’incuneano a stento oasi brillanti di verde. Dove pernotteremo stanotte risulta essere anche un centro termale: non ci sono insegne e nulla lascia intuire si possano fare i bagni caldi, si sente solo una terribile puzza di acido solfidrico (uova marce) proveniente dal lago. In una breve passeggiata dopo cena incontriamo solo due coppie di algerini emigrati in Francia attualmente in visita nel loro Paese; oltre non conviene andare, ma non perché sia rischioso, semplicemente c’è solo il buio e il nulla del deserto. Un giardino con annesso parco giochi per i bambini dovrebbe rappresentare il punto d’incontro fra villeggianti, in realtà i lavori sono fermi da chissà quanto tempo e il marciapiedi della passeggiata presenta già crepe tanto da necessitare manutenzione; sull’altro versante si erge una ripida parete corrugata a picco, poco distante dal parcheggio. L’hotel di stasera non offre nemmeno l’illusione di essere bello dall’esterno: camere semplici, letti stretti ma con un buon materasso, lo sciacquone del water sostituito da un secchiello da muratori e riempibile tramite il rubinetto posto a mezz’altezza; due ragazzi prelevati da chissà quale altro mestiere si dannano per cercare improbabili soluzioni alle carenze. Altro non c’è, se non il muezzin che invita alla preghiera e quindi al sonno. La cena riserva invece una sorpresa, in quanto il pollo è condito da erbe aromatiche tali da risultare il migliore fra quanto gustato finora. Bellezze naturali si alternano a brutture civili, una cena appetitosa rende migliore il soggiorno pur in mezzo alla disorganizzazione.

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