Giorno 12

Timimoun: l’ultima oasi

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Città in stile sudanese, crocevia di storia e commerci

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Timimoun: l’ultima oasi

Fossili e arrivo a Timimoun

Verso le 7:30 lasciamo Beni Abbes per andare a vedere un sito dove si trovano figure di pesci fossili. Non ci sono protezioni, ci aggiriamo passeggiando fra grosse pietre che fungono da pavimento e recano in sé questi antichissimi calchi, lasciati ben prima dell’arrivo dell’uomo preistorico, quando l’odierno Sahara era un fondale marino. Andando oltre, il paesaggio si sussegue fra distese desertiche e brevi rilievi montani piuttosto che aree sabbiose terminanti in pianure pietrose. Con un paio di brevi fermate raggiungiamo il bivio, una T stradale disegnata sulla sabbia, che in 90 km ci porta a Timimoun (in totale oggi saranno 350 km). In quest’ultima tratta vediamo diversi camion: non sappiamo dare un perché alla loro presenza vista la zona pressoché disabitata. Un paio di villaggi sorti all’interno degli ouad si nascondono al caldo estivo, incuranti delle ragioni di tattica militare che avrebbero invece voluto posizionarli su alture più difendibili. L’entrata in Timimoun, ormai nel centro dell’Algeria secondo tutti gli orientamenti, evidenzia fin da subito la bellezza caratteristica del suo stile sudanese: decorazioni bianche su sfondo rosso intenso e una serie di archi. Arcate e portici, già visti ieri a Beni Abbes, risultano utili a portare ombra lungo il cammino su marciapiedi, ma anche solo di carattere ornamentale per dividere una carreggiata dall’altra al centro delle strade principali. Pranzo in un ristorante a rapido consumo: si ordina la portata calda dalla vetrina del bancone e la si consuma al tavolo in mezzo al comprensibile trambusto nell’ora deputata al pasto. Anche se si vedono ottimi arrosticini, prendiamo una sorta di ratatouille e un misto di patate, besciamella e altri ingredienti da fare grande invidia ai fast food delle nostre latitudini. Prendiamo possesso delle camere all’interno della guest house gestita da un individuo dai lunghi capelli e dalla barba ancor più lunga, tanto cortese quanto losco. La temperatura si aggira sui 30°, ma il caldo è ventilato a sufficienza per rivelarsi gradevole, grazie anche all’assenza di umidità. Incontriamo la guida locale, orgogliosamente berbero nella sua declinazione tuareg, con l’immancabile turbante blu intenso; andiamo a visitare lo ksar, risalente a 700 anni fa ma abbandonato nel 2004 a causa di un evento atmosferico estremo con piogge intense la cui durata ha superato le 15 ore consecutive. Non è stata nemmeno necessaria una vera inondazione per far crollare le fragili case in argilla, scioltesi come ghiaccio al sole e implose. Il paese finì distrutto, morì una donna e il sito venne abbandonato; ora è meta dei pochi turisti che intendano vedere i moduli abitativi della vecchia Timimoun. Vi si trovano ancora la moschea e alcuni santuari dedicati ai marabut (sorta di santi nella locale interpretazione islamica), tinteggiati di bianco e pertanto in netto contrasto con l’argilla delle case, dove in occasione delle festività si riuniscono intorno le famiglie del paese per banchettare e fare picnic.

Una strada sterrata attraversa una coltivazione di palme da dattero in Algeria.

Ksar, palmeraie e vita nel deserto

Diversamente da come si possa pensare, pur essendo in una zona desertica, la pioggia è seriamente temuta in quanto foriera di danni di gran lunga superiori alla costante siccità. Va detto che la sporadicità dell’evento rappresenta un disincentivo per la popolazione locale a costruire abitazioni e argini sufficientemente robusti per prevenire eventi infausti. In seguito ai tragici eventi il governo ha incentivato la costruzione con blocchi in cemento, meno validi sotto l’aspetto della protezione termica ma più resistenti in caso di pioggia. Poco distante si trova il giardino rivestito e protetto da palme, un vero eden nel quale crescono e proliferano piante da frutta e orti in mezzo ai quali scorrono rigagnoli sapientemente creati e suddivisi per accontentare le esigenze di tutti senza sprecare quella preziosa sostanza liquida e trasparente di cui è ricco il sottosuolo.

A Timimoun le temperature invernali possono raggiungere lo zero, quando l’acqua tirata su dai pozzi forma un sottile strato gelato, mentre in estate i 40 gradi sono la regola del giorno ma si possono raggiungere anche i 50. In inverno gli abitanti tendono a scaldarsi con il gas, il carbone o legno di palma. I primi due in alcuni casi generano saturazione di monossido di carbonio con conseguenze letali, la palma rappresenta un metodo più sicuro e sembra che la materia prima raccolta nelle palmeraie non manchi. Il periodo turistico inizia adesso e termina a marzo, tenendo conto che i mesi invernali sono decisamente più freddi. La città conta circa 40.000 abitanti, vive di agricoltura (datteri) e, seppur di riflesso, dell’industria petrolifera. In centro vediamo la sede di diverse banche, segno che gli idrocarburi lasciano già una discreta ricchezza fin dal loro punto di origine, in cui vengono estratti. Scambiamo alcune parole con un tecnico arrivato in serata a Timimoun da un campo petrolifero distante 300 km, dormirà qui stanotte e domani ha il volo verso casa (dalle parti di Batna) dove si fermerà per quattro settimane dopo altrettante di lavoro continuato. Oltre ai pozzi di petrolio abbondano quelli del gas, tuttavia ne sono stati chiusi parecchi per evitare d’inflazionare il mercato. Evidentemente le recenti commesse con l’Italia e l’Europa in generale per andare a sostituire il gas russo non sono ancora sufficienti di fronte all’enorme disponibilità che riserva il sottosuolo algerino. Ci viene raccontato come nel deserto vi dimorino parecchi coyote, c’è una discreta popolazione di fennec (volpi del deserto) e alcune gazzelle. In zona ci sono pochi scorpioni. I più pericolosi sono neri, mentre quelli gialli non lo sono particolarmente. Hanno le dimensioni del palmo di una mano e in questo periodo vanno in letargo, come anche i serpenti, i quali da queste parti non risultano essere particolarmente pericolosi mentre nel sud del Paese e nel Sahel (in quella che loro curiosamente definiscono Africa) ci sono specie decisamente più velenose.

Tramonto e quotidianità a Timimoun

Gli abitanti di questa zona sono berberi, di antica origine marocchina e hanno un linguaggio simile a quello tuareg del sud e della Cabilia, seppur con differenze. Le insegne cittadine sono bilingui, arabo e berbero, dove quest’ultimo spicca per la geometricità del suo alfabeto. Anche stasera osserviamo lo spettacolo del tramonto dal pulpito situato sulla cima di una duna; la scelta non manca e la sabbia avvolge nel suo calore i piedi nudi mentre risalgono i pendii. Forse l’aspettativa cromatica del deserto sabbioso di Timimoun era talmente alta che non rileviamo particolari differenze rispetto ai giorni precedenti, il fatto è che ormai siamo ben abituati a questo monocolore dorato tendente al pesca da esserne un po’ viziati. L’altro aspetto positivo è che non c’è nessuno, lasciarsi avvolgere dalla natura e dal silenzio di questo contesto sarà tutt’altro che difficile. Unica nota spiacevole è data dalla cospicua quantità di rifiuti abbandonati sulle dune: la plastica risalta nei suoi colori brillanti mostrando un lato davvero brutto nei confronti degli avventori. Ancora una volta i bravi autisti preparano un tè con il loro sistema tradizionale, mentre l’orizzonte violaceo sta tirando la volata alla notte incombente.

Anche a Timimoun non c’è presenza di stranieri, solo alcuni uomini d’affari algerini probabilmente legati al mondo del petrolio o al suo indotto. Nonostante gli sforzi la capacità di ricezione è scarsa e la stagione utile non è poi particolarmente lunga. Succede addirittura che a causa della poca offerta siano hotel e guest house ad avere il coltello dalla parte del manico nelle trattative con le agenzie. Anche stasera si mangia couscous, normalmente servito insieme a carne di cammello o pollo, talvolta con aggiunta di spezie leggermente piccanti; più a nord il primo viene sostituito con l’agnello.

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