Giorno 14
Addio Timimoun, buonasera Algeri
Dal bazar della città-oasi in mezzo al deserto al caos della capitale algerina
Mattina a Timimoun
Osservando la sebkha (ampia depressione di acqua e sale delimitata dal deserto) dalla terrazza della guest house nelle prime ore del mattino, a un certo punto ci si sente avvolgere le spalle da una presenza amica che porta con sé calore, colore e luce laddove fino a quel momento mancavano. Il corpo apprezza il tepore, gli occhi si ammaliano nell’osservare la sabbia che assume le tonalità rossicce mentre l’orizzonte prende forma a dipanare la chiazza d’acqua nella depressione che appariva come un miraggio.
Dopo colazione andiamo in centro a Timimoun dove la guida locale ci racconta con dovizia di particolari la storia della città e le sue architetture. Lui ha 59 anni, tre figli e vive qui da sempre; nei periodi più tranquilli crea oggetti metallici che rivende, conosce tutto e tutti così come tutti conoscono lui. Quando ci si trova all’interno di queste cittadine risulta difficile avere contezza di dove ci si trova realmente, ovvero nel centro dell’Algeria, in pieno deserto, a qualche ora di macchina da altri luoghi simili; distanze che in passato significavano giorni di cammino con un dromedario. Non è difficile pensare che dovessero forzatamente essere società chiuse, indipendenti e solidali al tempo stesso. Gli scambi con l’esterno erano forzatamente limitati, la natura ostile insieme al caldo (e al freddo!) rendevano gli uomini resilienti a qualunque prova. La tecnologia ha accorciato le distanze e portato qualche comodità, ma Timimoun resterà sempre nel deserto.
Il giro porta inevitabilmente a vedere il bazar, che si tiene al coperto sotto un basso capannone, dove sono esposte varie mercanzie e la gente locale o quella delle oasi vicine viene a fare rifornimento di verdure, spezie, vestiti e carne. Anche oggi consumiamo un buon pranzo chez l’habitant dove gustiamo carne di cammello, esperienza già fatta in svariate occasioni e sempre gradita. La signora che ci ospita dispone di una cucina accanto alla sala e la vediamo preparare il pranzo sul momento: c’è un po’ da aspettare, ma ne vale la pena. Stomaco e cuore si trovano molto vicini all’interno del corpo, ma vi sono occasioni in cui possono perfino coincidere; detto in prosa, grazie alla felice idea della nostra guida oggi consumiamo il pranzo nella casa di una signora rimasta vedova anni fa, la quale ha due figli suoi e un paio sono stati da lei adottati in quanto erano ancora più poveri. In questo frangente prendiamo lezione di come non esista un limite alla povertà e del modo encomiabile con cui questa vedova abbia aiutato un’altra famiglia, avendo un minimo di capacità residua. Fra noi, chi avesse voluto, potrebbe aver provato anche un sentimento di disagio che forse non ha corroborato la digestione ma ha fatto bene lo stesso.
Vita quotidiana e partenza da Timimoun
Come spesso avviene nelle zone periferiche e remote del Paese, è raro trovare ristoranti per consumare i pasti; al contrario c’è la possibilità di mangiare in casa di privati che dispongano di una grande sala, il cui pavimento è rivestito da un tappeto con tavoli bassi sui quali vengono messi piatti e vivande, intorno trovano posto sgabelli, cuscini o bassi divani rivestiti da coperte. Accomodarsi tanto in basso non sarà il massimo per lo stomaco, che rimane compresso nella seduta, e per le articolazioni degli arti inferiori, ma è un sistema che aiuta la convivialità e non è difficile adeguarsi. In effetti si vedono poche insegne di ristoranti nel senso classico del termine, salvo alcuni deputati a somministrare un rapido pranzo a chi vi si trova per lavoro o comunque ha poco tempo da dedicare. Quello che ha un po’ sorpreso è che nel corso del viaggio non abbiamo mangiato molto montone o agnello; eravamo partiti col timore di uscirne nauseati ma non è stato così. Sicuramente a farla da padrone è stata la carne di pollo, saporita e tenera, cucinata sempre in modo impeccabile e fantasioso.
Stesso o simile discorso vale per gli hotel: in generale le strutture ricettive sono scarse, tant’è che alcune guest house sembra abbiano più forza contrattuale delle agenzie in quanto operano in un regime di oligopolio. Esistono un paio di hotel dove si va essenzialmente per business e la gente mangia all’interno. L’istinto, forse anche per la cultura intrinseca di questa gente, è di vivere all’aperto e organizzare tutto per conto proprio; di conseguenza il concetto di ristorante come lo intendiamo noi sembra essere superfluo, almeno per la gente locale; ma dal momento che nella sostanza il turismo non esiste e la stagione è corta, ne deriva l’inutilità di certi servizi. Da qualche fonte apprendiamo che l’ondata turistica deve ancora arrivare e fra un mese sarà tutto pieno. Bisogna intenderci sul senso di quanto viene detto: se ci sono pochi posti si fa in fretta a riempirli e, non ultimo, le temperature nel deserto scenderanno per l’inverno.
L’aeroporto di Timimoun è piccolo come da attese, ma organizzato meglio di quanto ci si potesse aspettare da una cittadina spersa nel deserto. Probabilmente la vicina presenza di siti per l’estrazione di idrocarburi ha facilitato gli investimenti, anche se di voli non ne partiranno che due o tre al giorno. Quello che ci porta ad Algeri è comunque un Airbus 320 della Air Algérie, puntuale e con un buon servizio. Atterra con precisione giapponese, al minuto esatto, e quando sono ormai le 20:30 andiamo a consumare la cena in un locale adiacente all’hotel.
IT
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