Giorno 3
Nel cuore della Numidia
Il sito romano di Tiddis , Constantine con i suoi ponti e il mausoleo di Medracen
Nel cuore della Numidia
Altra mattinata dedicata alla storia romana: un salto a Tiddis, poco distante da Constantine, di minor rilievo rispetto a Djemila o Timgad che vedremo domani, ma sempre ricca d’interesse. Si trova fra morbide colline, anche qui protetta da rilievi su un lato e da canyon sugli altri due, formando una sorta di triangolo naturale protetto. Non c’è praticamente nessuno, il silenzio contribuisce ad animare il sito con la fantasia, immaginando la quotidianità dei legionari all’interno delle mura. Ci sono alcuni dettagli ben conservati, fra i quali spiccano per interesse le latrine: i “seggi” sui quali si prendevano posto gli avventori erano situati uno a fianco dell’altro senza particolare riguardo per la privacy, ma stupisce che venissero preriscaldati da schiavi i quali andavano a sedersi sulla pietra poco prima che arrivasse il signore per fare i suoi bisogni. Di fronte si trova una stretta canalina di acqua corrente dove attingere per lavarsi tramite un batuffolo. Del resto lavarsi rappresentava uno dei principi sanciti per iscritto all’interno di quella comunità: “Venari, lavari, ludere, ridere, hoc est vivere” (cacciare, lavarsi, giocare, ridere, questo è vivere). L’urina che defluiva veniva a sua volta recuperata come ammoniaca nei processi di lavorazione del cuoio. Ovviamente c’era anche acqua corrente nelle latrine, destinata a confluire nel sistema fognario principale sotto il cardo del quale si vedono ancora adesso i tombini in pietra.
Il sole non ancora alto nel cielo illumina le antiche pietre diagonalmente con colori caldi che solo il tramonto potrebbe eguagliare. Tiddis è raccolta, la stradina inizia con un arco straordinariamente intatto e sale assecondando il terreno per culminare all’altezza di un altro arco di pregevole fattura. Quando si visita il sito occorre pensare che fosse molto più esteso (così come Djemila) ma i lavori di scavo sono stati interrotti e si è in attesa che il governo provveda con i relativi stanziamenti.
L’inizio di molti scavi è dovuto ai francesi, che inviarono archeologi i quali diedero vita alle ricerche in forma strutturata; l’indipendenza ha segnato un rallentamento se non la fine dei lavori e ora molte opere d’arte giacciono ancora ricoperte dal terreno, mentre altre restano incustodite e a rischio di degrado o vandalismo (alcuni reperti mutilati li abbiamo visti fra i petroglifi); va parimenti ricordato che la commissione implicita richiesta dai francesi consisteva nel portare tesori in patria, per cui basta visitare il Louvre o altri musei per rendersene conto. A detta degli stessi governati i vari governi algerini preferiscono organizzare feste e occasioni populistiche – versione moderna e riadattata dei giochi circensi, tanto per rimanere nella dialettica romana – piuttosto che investire nella cultura, che in questo caso si tradurrebbe anche nell’incentivazione del turismo; si tratterebbe tuttavia d’investimenti a lungo termine mentre i politici preferiscono assicurarsi rendite tout court, per dirla alla francese, che portino consensi immediati fra la popolazione.
Rientrando, veniamo presi in consegna dalla scorta di polizia e da questo momento li avremo quali angeli custodi per la prima settimana fino a Ghardaia. Rientriamo per la visita di Constantine, che troviamo accogliente oltre le aspettative. Partiamo dal monumento ai martiri della Prima Guerra Mondiale, situato su un podio roccioso con una vista magnifica; all’interno dell’arco si trova l’elenco dei caduti, i cui nomi richiamano più un’origine francese che algerina. Attraversando il ponte Sidi M’Cid, sovrastante il fiume Rhummel situato 175 metri più in basso, raggiungiamo il centro (quella che potremmo definire la Casbah) e andiamo a fare un giro per il souk, ovvero il mercato locale. Come sempre le scene di vita quotidiana sono le più interessanti, con la curiosità di trovarci in un contesto culturale molto diverso dal nostro (arabo e nordafricano) mentre non siamo affatto distanti dal punto di vista geografico, dettaglio facilmente rilevabile dalla frutta e verdure esposte; non essendo distanti dalle coste italiane sui banconi troviamo sostanzialmente quanto cresce nell’area mediterranea. Spiccano invece i datteri presenti con diverse stagionature, pasta di datteri e una sorta di sciroppo. In mezzo al fumo e al profumo di caldarroste e arrosticini ci apprestiamo a un pranzo leggero con successiva passeggiata nella zona che aggetta sul canyon più alto, con vista sullo sfondo della collina dove è situato il monumento ai caduti visitato in precedenza. Riprendiamo camminando nella casbah lungo la via dove si tiene il mercato per arrivare nella piazza antistante la moschea El Bey dove consumiamo un breve pranzo, quindi superando un secondo ponte, il Mellah Slimane, unicamente pedonale. Questo continuo attraversamento di ponti, come in un passaggio da diverse piattaforme e prospettive, quest’ultimo addirittura con scalinata e ascensore che scendono fino al ponte stesso, fanno di Constantine una città unica e attraente.
Constantine, tra moschee e memoria
Fa piuttosto caldo e in un contesto di clima secco e limpido risaliamo sul pullman alla volta della moschea di Abdelkader, un’opera d’arte nel cui silenzio interno si può vivere l’intera spiritualità dell’islam. Lasciate le calzature nelle apposite celle, si accede all’ampio edificio dove le colonne sono unite fra loro da spesse travi in funzione antisismica. Come tutte le moschee si presenta spoglia di arredi ma ricca di decorazioni floreali su muri e colonne, il tappeto riportante gli stessi motivi si estende ad ampliare il significato di grandezza. Enormi quanto elaborati lampadari scendono ad illuminare, interpretando la luce divina sugli uomini. In fondo, sul lato opposto dell’entrata si trova il mihrab (nicchia che segna l’orientamento verso La Mecca) e il minbar (pulpito dal quale l’imam tiene la predicazione). Visitiamo anche il patio interno, nel quale la cupola si riflette dentro uno specchio d’acqua; a un certo punto il canto dei versetti del Corano in cui si narra la storia di Maria (se ce ne fosse bisogno, testimonianza della stretta relazione parentelare fra islam e cristianesimo) si diffonde nell’aria: è in arabo, non capiamo una parola ma ne comprendiamo il senso mistico. Aggiunge l’unica sensorialità di cui si percepiva ancora la mancanza: il suono, a rompere un silenzio a sua volta espressivo. Ancora un paio di scatti dall’esterno ammirandone la maestosa architettura ci congedano da questa esperienza.
Quando sono passate le 15:00 usciamo da Constantine sempre scortati dalla fedele polizia, che ormai ci precede in ogni spostamento, attendendo pazientemente all’ombra dei radi alberi mentre visitavamo la moschea. Lungo la strada molti pali della luce ospitano nidi di cicogne, che qui arrivano per riposarsi o sostano prima di ripartire nella traversata mediterranea da o per l’Europa. Quando le luci del giorno iniziano a scemare si profila alla vista Medracen, un mausoleo di epoca preromanica (IV sec. a.C.), dove venne tumulato un notabile del Regno di Numidia. In questo momento esteticamente arricchito dal sole al tramonto e dai primi fari ad illuminarlo, la sua forma circolare consente un giro per ammirare le antiche pietre (talune scomposte) che lo costituiscono. Un’opera che sarà stata ritenuta antica perfino dai romani.
Lungo la strada fra Constantine e Medracen auto e furgoni della scorta si alternano a distanza di qualche decina di km, fermandosi su un lato per parlamentare fra di loro e con l’autista, quindi si prosegue. Quando usciamo da Medracen sta facendo buio, i lampeggianti blu che ci precedono illuminano l’oscurità: volendo metterla in battuta non riusciamo a comprendere se possiamo assomigliare più a un pullman di VIP o di carcerati, forse siamo solo gli attori passivi di una farsa burocratica.
Abbiamo ormai superato l’Atlante Telliano (dove si trova la Cabilia), e ci troviamo nella propaggine orientale dell’altopiano Sahariano, aggirando così l’Atlante Sahariano. Gli Atlanti sono due catene montuose che scorrono da ovest in Marocco per spegnersi in Tunisia, attraversando tutto il settentrione algerino. Oltre verso sud, solo l’immensità del Sahara, nella sua sezione del Grande Erg Occidentale; un oceano di aridità interrotto raramente da quel miracolo naturale a cui l’acqua consente d’emergere e presentarsi sotto il nome di oasi, e con essa la vita.
Batna e vita quotidiana
Raggiungiamo Batna, la meta del pernottamento, una città di 300.000 abitanti che sorge a 1.050 mt slm; qui in inverno nevica e lo strato può arrivare fino a 20/30 cm. Turisticamente il posto non ha molto da dire ma è un buon punto d’incontro fra le direttrici verso est e ovest, nonché quelle dal deserto al mare. Cena chez l’habitant, formula che prevede desinare presso una famiglia privata organizzata per ospitare anche gruppi di discrete dimensioni; un modo per poter gustare la cucina locale, avere un occhio sulla loro quotidianità e supportare una sana economia di base. Oltre a mangiare bene stasera avremo modo di scambiare due parole con le simpatiche figlie del padrone di casa, una ha 19 anni l’altra 18 e studiano nella locale università.
L’hotel appare bello dall’esterno ma è assai disastrato nei suoi interni. In breve: c’è tutto ma non c’è nulla che funziona. Soprattutto se ne ricava l’impressione che le camere non abbiano visto ospiti da qualche tempo, altrimenti non si spiegherebbero malfunzionamenti diffusi e soprattutto anomali, come aprire il rubinetto del lavandino… per trovarsi i piedi bagnati perché il tubo di scarico è rotto. Se ce ne fosse il caso, ulteriore avvisaglia che il turismo in Algeria non ha ancora messo le sue radici. Prima di andare a dormire facciamo una passeggiata, c’è poca gente in giro e qualche led illumina le vie, rare auto scorrono lungo i viali. Scambiamo alcune parole con il receptionist dell’albergo, il quale parla un buon italiano avendo lavorato diversi anni in provincia di Brescia (e il suo accento lo anticipa); ci racconta come la vita in Algeria non sia facile a causa delle scarse opportunità, di solito le mogli non lavorano e l’uomo deve farsi carico di tutte le entrate familiari. Nel suo caso ha 4 figli, pertanto non può permettersi passi falsi. Probabilmente è riuscito a mettere da parte dei soldi durante la sua permanenza nel nostro Paese, ma non ha inteso trasferirci la famiglia in quanto non ha voluto sradicare quelle che rappresentano le sue origini.
IT
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