Giorno 11
Beni Abbes: le dune come vicino di casa
L’eremo di De Foucault, un granello di sabbia cristiana nel deserto islamico
Da Taghit a Beni Abbes
Alle 8 si parte, oggi la meta è Beni Abbes, distante 140 km su una strada abbastanza scorrevole. Prima però visitiamo lo ksar di Taghit che ha circa 700 anni, e il mercato locale, dove in particolare attira il nostro interesse un negozio che vende spezie ed erbe essiccate di ogni genere: ne avrà a centinaia, peccato solo non conoscerne le proprietà e come vadano usate. Ci limitiamo all’acquisto di cannella in stecche e uvetta. Si vende anche grasso di gobba di cammello ma non ci lasciamo tentare… Il resto del mercato presenta caratteristiche simili ai nostri per le varietà dei prodotti ortofrutticoli esposti. In diversi villaggi abbiamo osservato piante di fichi d’India crescere quasi come arbusti con tanto di frutti appesi, ma non ne abbiamo riscontrata la presenza fra i banchi dei mercati visitati.
Il percorso si presenta lineare come sempre, il deserto di oggi propone varietà di paesaggio fra il pietroso e la terra arida mista a ghiaia. Qualche dromedario si staglia ogni tanto all’orizzonte, mentre sullo sfondo s’intravede il tenue colore della sabbia, colline che spezzano la linea della pianura con una delimitazione netta. Quando mancano 14 km al bivio che conduce a Beni Abbes un altopiano si profila a consentire successivamente la veduta sull’infinito deserto. Facciamo l’ultimo pieno in un’area di servizio arida come l’ambiente circostante: un paio di pompe di benzina, lo scalcagnato ufficetto del gestore, un locale officina e una bottega dove non c’è nessuno. È raro trovare un bar o locale dove bere un caffè o fare provvista di bevande fresche (piaceri peraltro facilmente rinunciabili); in alcuni casi abbiamo visto stazioni di servizio nuove e perfino all’avanguardia, ma chiuse in attesa che cadano a pezzi. Il nuovo, e non lo vediamo solo qui, sovente è già stato rovinato dal tempo e dall’incuria prima ancora che venga messo in funzione; quasi fosse perennemente in attesa della cerimonia d’inaugurazione se ne rimane lì, inutile e inutilizzato.
L’Hermitage di Charles de Foucauld
In tarda mattinata raggiungiamo Beni Abbes, cittadina ancora una volta situata nel luogo dove mai penseresti che la vita umana possa coesistere con l’ambiente che la circonda. Il ponte sul fiume asciutto, ma vedremo foto di quanto possa essere cattivo nelle rare occasioni in cui piove, adduce al maestoso arco d’ingresso in città e da qui in pochi minuti siamo all’Hermitage di Charles de Foucauld, dove veniamo accolti da un signore di una certa età vestito con la tunica (molti la indossano), dai capelli e barba bianchi e radi. Allo stesso tempo un signore ancora assai giovane si presenta annunciando che si sarebbe preoccupato della nostra sicurezza durante il soggiorno in città (affermazione che si presta a varie interpretazioni), lasciandoci quindi alle cure della guida, la quale nel corso del tour ci rivelerà essere un prete, ha dedicato gli ultimi vent’anni a fare il “guardiano” di questo presidio di cristianità in mezzo all’Islam. Ma la sua missione è proprio quella di essere in prima fila, fungere da ponte dialogante fra le religioni; non ce lo dice e nemmeno glielo chiediamo ma non stupirebbe se negli anni abbia ricevuto minacce o intimidazioni da coloro che interpretano il corano secondo la liturgia del kalashnikov, in una forma di esegesi praticata in tempi diversi da molte religioni, per quanto la zona sembri essere tutt’altro che un feudo islamista. Sa benissimo del suo ruolo e dei rischi che ciò comporta; il solo fatto di accettarli gli fa onore, a prescindere che si sia credenti o meno di qualsivoglia religione. Possiede un’ottima oratoria, molto spirituale in certi frangenti mentre ci spiega vita e opere di De Foucauld. Entriamo nella chiesa con pavimento in sabbia, orientata in direzione est ovest come spesso accade, e il transetto conseguentemente da nord a sud. Ci spiega come quest’ultimo stia a simboleggiare l’incontro fra uomini convergenti verso Dio (identificato a oriente con la nascita del sole e formando così una croce). Sulla parete di quella che nelle chiese più complesse sarebbe l’abside si trova un quadro di Gesù Cristo a braccia aperte, in segno di accoglienza; su un lato della piccola navata laterale è invece raffigurata la scena della visitazione, ovvero quando Maria andò a trovare Elisabetta e quest’ultima ebbe un sussulto in grembo nell’udire le parole della Madonna che era incinta; concludendo che lo stesso sussulto dovremmo averlo tutti quando incontriamo il prossimo, al fine unico di fraternizzare. Insieme a lui, qui dimora anche un altro prete, a rappresentare gli epigoni della semina di De Foucauld: di più non ne possono arrivare a causa delle ristrettezze governative nel rilasciare i visti. Difficile credere in una forma di ostracismo verso la religione cristiana, più probabile che si preferisca mantenere circoscritta la presenza di religiosi stranieri, evitando potenziali malintesi a livello locale che avrebbero risonanza ben oltre l’oasi. In sostanza: bene una rappresentanza nel nome del santo, ma senza eccedere.
Il monastero venne costruito proprio qui in quanto la località si trova poco distante dal confine marocchino, Paese del quale De Foucauld era infatuato avendolo visitato alcune volte, e lì aveva progettato di ritornare. Il destino invece lo fece rimanere in questo eremo per tre anni, in una condizione peraltro non facile in quanto unico cattolico in mezzo a musulmani dalla dottrina non estremista ma comunque conservativa, vista la posizione remota in cui si trova: seppe integrarsi bene, rispettando ed essendo rispettato a sua volta. A seguire si recò a piedi fino a Tamanrasset, nel sud dell’Algeria, dove si unì a un gruppo di berberi, depose la tunica con la croce in favore del vestito berbero per non dare nell’occhio, ma soprattutto per non sembrare di parte in quanto la sua predicazione ecumenica andava oltre i recinti posti dalle singole confessioni. Qui aiutò la popolazione locale vivendo una vita di fraternità e carità; venne tuttavia ucciso nel 1916 durante un assalto da parte di altre tribù berbere. A questo punto le narrazioni si dividono: qualcuno sostiene che l’attacco e il suo assassinio erano premeditati, poiché le milizie arrivavano dalla Libia (al tempo occupata dagli italiani) in una sorta di guerra per procura, vedendo De Foucauld come una spia dei francesi che, va ricordato, all’epoca non avevano ancora consolidato la loro presenza nel sud dell’Algeria. Altri invece propendono per l’accidentalità, nell’ambito di rivalità fra opposte fazioni perennemente in lotta fra loro. Tanto la sua figura che la sua vita non depongono in direzione di un doppiogiochista, ma le versioni sono queste.
La sua stessa vita fu drammatica e avventurosa fin dall’inizio: rimase orfano di padre intorno ai 4 anni, poco dopo morì anche la madre di malattia; il nonno era ricco e gli fece iniziare una carriera militare che lo vide congedato pochi anni dopo in quanto non particolarmente portato alla disciplina. La sua opera letteraria principale rimane la creazione di un dizionario dal berbero al francese che non risulta ancora essere stato eguagliato ai giorni nostri. Nominato santo nel 2022 (il prete con la sua modestia non l’ha nemmeno accennato) quale simbolo di una Chiesa che cerca di guardare oltre i propri orizzonti ma lo fa con rispetto, in punta di piedi, si convertì a vita semplice e improntata all’altruismo dopo aver sperimentato intense esperienze di vita temporale.
Lo ksar di Beni Abbes
Accanto alla chiesa si trova un piccolo museo nel quale sono raccolti libri, foto e ricordi del Père. Quando usciamo non possiamo non porci la domanda su quale vita conducano i due preti dell’Hermitage: quando celebrano la messa chi vi partecipa se sono gli unici due cristiani in zona? Esiste diffidenza da parte della popolazione o sono riusciti a fare breccia assimilandosi a loro e alla loro cultura? Va ricordato che i due non solo professano una religione senza fedeli, ma provengono da altri Paesi e altre culture, di solito la Francia. Inoltre, i precetti della religione cristiana richiederebbero di fare proselitismo, ma dubitiamo fortemente ci riescano e nemmeno che ci provino. Sono la bandiera che galleggia su una boa nel deserto oceanico dell’islam, nel ricordo di un personaggio al quale l’Algeria stessa riconosce dei meriti. L’uscita dal monastero si apre sul cortile contornato da un muro; in un angolo ci sono tre tombe, una di una suora morta nel 2009 e quella a fianco di un prete nel 2013, probabilmente il predecessore del nostro accompagnatore. In passato le suore erano assai numerose, arrivavano soprattutto dall’Italia ma perfino dal Vietnam.
Andiamo in hotel, è bello, possiede una struttura moderna con il giardino all’interno; la piscina è ovviamente vuota ma non stupisce tanto che sia vuota quanto il fatto che esista, trovandoci in mezzo al deserto. L’acqua non manca grazie alle sorgenti sotterranee ma non può nemmeno essere sprecata. Si pranza in un ristorante tradizionale con un piatto unico che si chiama berbl, una specie di lasagna fatta con il pane tipo pasta filo rotondo, delle piccole crepes mischiate con sugo apparentemente di pomodoro, spezie e parecchie cipolle sulle quali vengono adagiate polpette di carne nonché un peperone verde; è già abbastanza piccante da non indurci ad assaggiare anche quest’ultima verdura. Ci rechiamo a piedi a visitare lo ksar locale, che conta sugli 800 anni. In origine a stabilirvisi furono 5 gruppi di abitanti provenienti da zone diverse. La sua storia può essere suddivisa in due epoche: quella preistorica con diverse incisioni a testimoniare passaggi umani nell’antichità più remota, nell’alto paleolitico, circa 12.000 anni a.C.; in quella più recente ogni gruppo si era costruito il proprio ksar. Risulta pertanto che verso il 1400 vi fossero da 5 a 8 ksour (plurale di ksar) a seconda dell’origine degli abitanti. A un certo punto un misto fra storia e leggenda narra che arrivò un marabutto il quale propose di unificare gli ksour in un unico per migliorare le possibilità di difesa, che tra l’altro doveva essere limitata contro le scorrerie di bande e predoni, dal momento che non risulta verosimile come un esercito o anche solo una milizia ben strutturata potesse arrivare in forze fino a qui, con tanto di cannoni e artiglieria. In primis perché non ve n’era l’interesse, ma anche perché la distanza ne impediva la convenienza a fronte dello sforzo. Gli ksour, appunto fortezze all’interno delle quali la gente viveva anche in tempo di pace, non dovevano necessariamente presentare fortificazioni imponenti; serviva invece che venissero edificati in prossimità delle fonti d’acqua o vi potesse essere trasportata, pertanto in basso rispetto ai rilievi collinosi, dove sarebbe stato più conveniente erigerli sulla base delle più elementari nozioni di strategia militare. Acqua che in questa zona si può trovare appena a un metro sottoterra, ragion per cui i villaggi vennero fondati sovente negli ouad, ovvero la zona più bassa dove si trova o addirittura scorre; in una posizione che sarebbe risultata difficilmente difendibile qualora fossero avvenuti attacchi massicci. Per disorientare il nemico se fosse riuscito a entrare all’interno, i vicoli si presentavano stretti, non lineari e coperti, in una sorta di labirinto che dava l’impressione di trovarsi in una città sotterranea; impedendone l’orientamento, l’oscurità lasciava i nemici pur ben armati in balia dei difensori che invece avevano contezza del luogo. In tempi recenti son state aperte delle finestre nel tetto in modo da far passare la luce ed evitare incidenti.
Tornando all’unificazione degli ksour, le condizioni poste dal marabutto per costruire un unico ksar utile per la comune strategia difensiva erano fondamentalmente tre: la prima era quella di scegliere egli stesso il luogo in cui costruirlo, la seconda riguardava il fatto che le dispute fra gli abitanti non potevano durare più di 24 ore in modo che la gente tornando nelle proprie case non dovesse continuare la disputa e la terza era che eventuali carovane attraverso il deserto che si fossero fermate in zona avrebbero dovuto essere ospitate all’interno dello ksar gratuitamente e mangiare insieme agli abitanti; questo per evitare che le carovane si accampassero sull’esterno attirando l’attenzione di ladri o assalitori, e implicitamente la colpa venisse attribuita agli abitanti di Beni Abbes. La sosta all’interno di questo caravanserraglio era tanto gratuita quanto obbligatoria. In caso di attacco l’ultimo posto dove i nemici sarebbero riusciti ad arrivare era la moschea, pertanto al suo interno vi rimanevano le donne e i bambini mentre uomini e giovani si occupavano della difesa. Dentro la moschea c’era anche un magazzino collettivo dove ogni famiglia in base alle proprie produzioni doveva stipare una parte del raccolto, in modo che in caso di difficoltà ci sarebbe stato per tutti di che vivere con la riserva accumulata. Oltre a questo, un magazzino privato era presente in ogni casa ed era gestito da una donna.
Palmeraie e tramonto a Beni Abbes
Attualmente a Beni Abbes, dove Beni significa “figlio di”, vivono circa 15.000 persone. Nella moschea vi si celebrano ancora i matrimoni ed è sede di pellegrinaggio oppure, come dicono loro, di passaggio o transito da parte dei fedeli, ma non vi si celebrano funzioni o la preghiera del venerdì. La facile reperibilità dell’acqua nell’immediato sottosuolo ha probabilmente dato origine a un’altra narrazione sulla fondazione del villaggio, della quale non è facile stabilire i confini fra storia e leggenda: il primo marabut proveniente dall’Egitto arrivò da queste parti insieme a un compagno, dopo qualche tempo sentì che era ormai giunto il tempo per morire e si lamentò con l’amico perché non ci sarebbe stata l’acqua per il rituale lavaggio del cadavere e non c’era modo di chiamare gli amici affinché potessero presenziare alla preghiera funebre. Piantò pertanto il suo bastone nel terreno dicendo che quando fosse arrivato il suo momento da lì sarebbe nata una sorgente e in questo modo si sarebbe anche sparsa la voce del fatto che lui era lì, pertanto la gente sarebbe potuta venire al suo funerale. Al di là degli aspetti epici sembra che la leggenda possa avere un fondamento reale in quanto l’acqua si trova appena sotto la superficie.
A Beni Abbes esistono ben 34 tipi di datteri diversi mentre le coltivazioni prevedono tre strati a seconda dell’altezza: alla base si trova la parte dedicata alle spezie e alle erbe come il prezzemolo, a livello mediano si trovano le piante da frutto e a quello superiore le palme da dattero che assicurano ombra sufficiente ai due inferiori; purtroppo queste ultime sono in fase decadente perché la disponibilità d’acqua è scesa a causa del sovrappopolamento; l’afflusso è sempre di 30 litri/secondo ma, mentre prima venivano utilizzati esclusivamente per la palmeraie ora ne rimangono solo 6 da assegnare a questo utilizzo perché il resto è destinato al consumo degli abitanti. C’è inoltre un problema di carattere fitosanitario poiché esiste un fungo che attacca particolarmente questo tipo di palma ed è resistente a ogni tipo di trattamento. L’unico modo di salvarle è, rispetto alle palme che restano sane, utilizzare i rami per ripiantarli. Ma in tutta la vita della palma ci sono solo 4 o 5 rami, quindi ci sono poche talee con le quali è possibile effettuare l’operazione, e comunque le palme crescono molto lentamente. In passato le palmeraie erano appannaggio di alcune famiglie i cui membri si moltiplicarono con il passare delle generazioni, salvo essere sparsi in giro dall’emigrazione; si è finito per avere delle proprietà frammentate delle quali nella sostanza non interessa nulla a nessuno. In effetti, è proprio la più brutta che vediamo in quanto oltre a ricevere poca acqua non vengono neppure potate, finendo per dare un’idea d’incolto, tanto che non crescono più e in alcuni casi riusciamo addirittura a raccoglierne i datteri direttamente con le mani. Le guide normalmente sono anziani del posto, ben preparate e disponibili, in grado di rispondere a tutta una serie di domande e curiosità che vengono loro poste.
A questo punto si rientra in hotel per uscirne poco dopo e andare a fare una passeggiata in autonomia per un’occhiata alla quotidianità della cittadina: quando ci troviamo nei pressi della moschea e ci avviciniamo per chiedere ad alcuni passanti se possiamo entrare per visitarla, ecco materializzarsi dal nulla il “guardiano della nostra sicurezza” il quale con parole gentili c’informa che è in corso la preghiera e non possiamo entrare. Stupiti di tanta tempestività e con la forte sensazione di essere stati seguiti fino a quel momento concludiamo il pomeriggio sulle dune per godere del tramonto. Qui incontriamo uno strano personaggio in età avanzata, che sembra essere venuto qui per cogliere la magia del momento, raggiunto poco dopo da un ragazzino; evidentemente anche la gente del posto non si annoia nel vedere la sfera incandescente sfilare sotto il manto dorato del Sahara. La particolarità di oggi è che il deserto arriva a lambire la città, incombente con la sua mole sabbiosa sopra di essa. Anche a Beni Abbes non riusciremo a individuare turisti stranieri. Cena ancora una volta sotto i tendoni, simile alle altre sempre buona: stasera cammello!
IT
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