Giorno 2

Da Algeri a Constantine via Djémila

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Ritorno a Roma (quella antica di Djémila) attraversando le montagne della Cabilia

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Da Algeri a Constantine via Djémila

Da Algeri verso Djemila

Non sono trascorse molte ore da quando ci siamo coricati, ma sufficienti per concedere il minimo di riposo ed essere pronti a dare il via all’avventura. Il cielo è sereno e la temperatura molto gradevole; dopo colazione si esce dalla città in direzione est attraversandola nel giorno semifestivo: in Algeria il venerdì è considerato festivo al pari della nostra domenica, mentre il sabato lo è al pari del nostro…sabato. Va detto che il 1° di novembre sarà festa nazionale; si ricorda la data d’inizio della sollevazione contro l’occupante francese e, approfittando della stagione che offre temperature miti nonché la chiusura delle scuole per una settimana, diversi algerini si concedono qualche giorno di vacanza per visitare il proprio Paese, in un periodo ideale in cui il caldo è passato mentre i mesi freddi devono ancora arrivare. Segno che una piccola ma crescente fetta della popolazione si sta spostando verso la borghesia e ha disponibilità sufficienti per viaggiare.

Visiteremo Algeri negli ultimi giorni, avendo la fortuna di ritornarci in occasione del loro fine settimana. È una città caotica e difficile da gestire in termini di viabilità a causa della sua conformazione collinosa posta prospicente al mare. Ciò non significa che sia priva di fascino, al contrario contiene veri tesori che andremo a scoprire fra due settimane. Alcuni anni fa venne proposto di spostare la capitale amministrativa a ca. 200 km di distanza per rendere la città meno congestionata, poi i governanti decisero di lasciarla dov’è, sembra essenzialmente per interessi legati alla convenienza personale. Lasciata Algeri il paesaggio diventa presto montuoso, siamo nella mitica Cabilia, regione di fiere tradizioni berbere e battagliera contro ogni presunta usurpazione, sia essa di matrice esterna (francese) che interna, il cosiddetto “pouvoir” del ceto di cultura araba dominante dalla capitale sull’intera Algeria. Conquistata ben oltre il 1830 (anno dello sbarco e conquista francese di Algeri) a costo di enormi sacrifici da parte dei coloni, qui ebbero origine moti e insurrezioni contro gli occupanti negli anni prima e post indipendenza nazionale del 1962, per ottenere una nuova forma indipendente di chiara matrice berbera. Fino a qualche anno fa era sconsigliato percorrerne le strade adiacenti, ora non risultano esserci problemi particolari, ma l’orgoglio della Cabilia rimane come un fuoco ardente sotto la cenere. Anche in tempi più vicini a noi agenti stranieri (dal Marocco alla Francia) che puntino alla divisione dell’Algeria e a segnare delle crepe nel regime non disdegnano di far leva sulle ataviche divisioni interne per mettere sale sulla ferita e quindi in crisi il governo con i delicati equilibri che lo reggono.

In questo tratto, ma in generale durante tutto il viaggio, ci imbatteremo in case abitate ma non interamente finite: ci viene raccontato come in tal modo si tenga lontano il malocchio, mentre se fossero completate potrebbero attrarre l’attenzione degli spiriti maligni. In alcuni casi i proprietari sistemano perfino uno pneumatico nelle vicinanze in modo che chi passa venga distratto e non faccia caso che l’abitazione è stata completata. Crediamo fino a un certo punto a questa narrazione, più ragionevolmente esistono concrete convenienze fiscali a supporto, nonché una predisposizione edile in vista della crescita familiare tramite matrimoni o altro. In ultimo, viste le condizioni economiche medie, c’è da pensare che quando il proprietario disponga di qualche risparmio acquisti un lotto di mattoni e ne approfitti per tirare su un muro. La strada si snoda tra i modesti rilievi montuosi su due carreggiate: il traffico, non particolarmente intenso, risulta abbastanza ordinato.

Colline più basse vengono a sostituire i rilievi spostandoci verso est, fino a lasciare spazio a pianure coltivate dove trovano vita diverse cittadine, dalle quali si ergono curiosamente palazzi relativamente alti, talvolta perfino nelle zone semidesertiche. È vero che si vede qualche fabbrica (alcune sono di gres porcellanato) ma un embrione d’industria non sembra poter giustificare tale abbondanza di appartamenti. Lungo la strada che da Algeri porta a Constantine, o meglio Djemila, incontriamo aree con scarsa vegetazione, a volte quasi desertiche, intervallate da piantagioni d’ulivo. Quando ci fermiamo per un break a El Eulma alcuni venditori propongono mele e melograni freschi a bordo della strada; poco distante si trovano coltivazioni più intensive, macchie verdi a conferma che in zona è stato possibile trovare acqua nel sottosuolo, come testimoniato dalla presenza di pozzi estrattivi; altri campi sono stati erpicati e la terra pare essere in attesa della semina, probabilmente granaglie da mietere nella tarda primavera, vista la presenza di silos in zona. Scene di vita agreste si susseguono fino alla cittadina di Djemila, che si trova a circa 1.000 metri di quota e il cui nome in arabo significa “bella”, evidentemente giustificato dalla posizione su un declivio protetto alla confluenza dei canyon scavati da due torrenti e dalla montagna alle spalle. Fondata già dai berberi nell’epoca del piccolo regno di Numidia, quindi preromana, diventò successivamente residenza di legionari “in pensione”.

Le rovine romane di Djemila in Algeria si estendono su un paesaggio collinare.

Compatibilmente con la zona di certo non fertile i dintorni appaiono rivestiti di un verde vivace; l’autunno è stato decisamente piovoso e anche l’estate non particolarmente calda, accettabile per la latitudine. Pur essendo in Africa nella stagione invernale non mancano le zone fredde: sulla strada vediamo cartelli che mettono in guardia dal verglas e anche qui a Djemila nevica parecchio. In passato un discreto strato si fermava per oltre un mese, negli ultimi anni si registra una nevicata ogni tanto, ma sufficiente per mettere in crisi la circolazione.

Djemila, mosaici e rovine romane

Djemila rappresenta una tappa d’obbligo per visitare il primo sito romano del nostro tour. Una guida ben preparata ci accoglie e descrive i manufatti presenti nel museo dove, oltre a una serie di reperti storici d’epoca romana, si trovano anche pareti di mosaici sottratti alle intemperie esterne. Peculiare la vista di leoni, tigri e grandi felini in genere, animali che un tempo si aggiravano nel nord Africa prima che il cambiamento climatico (non ancora dovuto alle attività umane) li spingesse a sud di quello che oggi chiamiamo il Sahel. La particolarità dei disegni e la precisione degli intarsi lascia stupefatti. Preziose le informazioni circa la vita della cittadina al tempo in cui era abitata: così come Timgad e Tiddis, era dimora dei veterani che avevano combattuto al soldo dell’impero e si erano congedati, conducendo una vita tranquilla e non priva di agi, come stanno a dimostrare le numerose terme, anfiteatri e case di piacere. Le spiegazioni non si limitano a chiarire il perché delle antiche pietre di fronte a noi, ma rappresentano anche un utile ripasso di storia ricordandoci ad esempio che nell’antica Roma Gesù veniva raffigurato simbolicamente con un pesce perché l’acronimo del nome in greco sta a significare Gesù Cristo figlio di Dio salvatore. Questa rappresentazione potrebbe anche essere avvicinata al concetto evangelico della cristianizzazione e dei pesci (l’umanità) che vengono accolti o raccolti nella rete (la fede), tramite la simbolica rappresentanza della figura di Pietro, il pescatore. In epoca romana, quando la religione cristiana era bandita, i fedeli disegnavano un pesce sulle mura delle case in modo da farsi riconoscere; lo stesso accadeva fra persone, se uno disegnava per terra la forma di mezzo pesce e l’altro disegnava l’altra metà significava segno di comprensione e condivisione dello stesso credo, pertanto ci si poteva fidare reciprocamente.

Che i romani possedessero un’inclinazione verso l’estetica e fossero amanti della bella vita lo confermano anche le terme, gli archi e le decorazioni, tutti testimoni di una certa opulenza che caratterizzava le loro città. Camminando oltre la zona residenziale non manca il teatro, così chiamato in quanto disegna metà ellisse e gli spettatori si trovano tutti su un lato con la scena di fronte, a differenza dell’anfiteatro dove l’ellisse di spalti è completa e la scena si trova nel mezzo. La stima delle persone che potevano sedere fornisce indicazioni abbastanza precise sul numero complessivo di abitanti della città, usando un moltiplicatore di 3 o al massimo 4. Pertanto a fronte di 3.500 posti si può pensare che intorno al II sec. D.C. a Djemila vivessero circa 12/14.000 persone.

Se le terme fornivano un comfort per gli abitanti della città, non va dimenticato il ruolo degli schiavi che in prossimità delle vasche bruciavano legna (disboscando e provocando così uno dei primi danni ambientali documentati) in condizioni severe, per riscaldare l’acqua convogliando aria calda sotto il calidarium e il tepidarium. Il primo raggiungeva anche gli 80 gradi, l’equivalente della nostra sauna, cui seguiva il secondo a 50 gradi. Il frigidarium invece era costituito da una vasca d’acqua corrente situata in luogo ombroso. Completano il quadro delle rovine il tempio, il foro e l’arco di Caracalla (figlio di Settimio Severo, stirpe d’imperatori originari di Leptis Magna nella vicina Libia), oltre a una serie interessante di edifici residenziali.

La città risulta suddivisa su almeno tre livelli: uno romano classico, uno romano cristiano e l’ultimo bizantino, che stanno a significare anche la sedimentazione di colonizzazioni nel tempo, alle quali si interposero i vandali succeduti alla caduta romana: questi non lasciarono altri segni del loro passaggio che qualche distruzione. A conferma di quanto visto lungo il percorso che ci ha portati a Djemila, la guida rimarca una buona produzione di grano e orzo, tradizione che risale all’antica Roma quando il Nord Africa veniva considerato il granaio dell’impero. Al tempo la farina veniva utilizzata per produrre il pane distribuito alla popolazione, pratica integrata dai giochi circensi di cui si serviva il potere all’epoca per mantenere la cosiddetta pax romana, la cui traduzione corretta non è pace quanto ordine costituito.

Una visita assolutamente proficua che va ben oltre alle pur interessanti “pietre accatastate”, per quanto in buon stato di conservazione. Colpiscono in particolare i mosaici che ritraggono leoni e pantere in una regione adesso semidesertica e a sempre maggior rischio d’inaridimento. La presenza dei felini dice molto di come doveva essere questa terra solo duemila anni fa, dove alberi di alto fusto assicuravano l’ombra, i prati sui quali brucavano gazzelle e antilopi ammantavano le colline giustificando a loro volta la presenza dei carnivori. Del resto, senza eccedere nell’utilizzo della fantasia, i leoni impiegati nei giochi circensi sicuramente non provenivano dall’Africa centrale (loro habitat attuale) dove i romani non sono mai arrivati.

Si prosegue alla volta di Constantine, città unica nel suo genere, costruita su un altopiano solcato da profondi quanto ripidi canyon sopra i quali sono stati realizzati plastici ponti a collegare il centro con le aree residenziali. Li vediamo di passaggio quando il buio è ormai sceso; si va direttamente in hotel (Ibis), al cui ingresso dobbiamo far passare i bagagli dentro un metal detector a malapena sorvegliato da uno svogliato addetto; l’edificio è interamente isolato dal resto della città tramite alte inferriate e due portoni piantonati da guardie armate. Tutti ricordi di un passato prossimo ma non ancora remoto, che sembra allontanarsi sempre più dal presente, speriamo anche dal futuro. Il consiglio è quello di non uscire nelle ore notturne; probabilmente si potrebbe anche fare, ma siamo sufficientemente stanchi per non cercare ulteriori emozioni in questa lunga giornata. Usciamo solo per andare a cena in un ristorante distante mezz’oretta di pullman, forse muoversi a piedi di sera nelle vie centrali non era quanto di più sicuro; ma l’esperienza gastronomica sarà positiva.

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