Giorno 6

Ghardaïa I

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La pentapoli ibadita: fascino, mistero e senso della tradizione

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Ghardaïa I

Verso la pentapoli mozabita

Percorriamo ancora 200 km nel deserto, su una strada che lo spacca in due come fosse una lama; poco traffico e sole che splende ma non picchia. Il pullman arranca lungo le salite che si presentano di tanto in tanto, scoprendo l’immensità pianeggiante che si apre nel momento in cui scolliniamo. Il paesaggio sempre uguale lascia libero il cervello di pensare, salvo mutare di tanto in tanto con formazioni più rocciose e distese di sabbia, talvolta entrambe contenute all’interno dello stesso orizzonte visivo. L’occhio distrae la mente, ma l’apparente monotonia torna presto a promuovere nuovi pensieri. Il deserto è come il fuoco del camino, sembra sempre uguale in realtà è sempre diverso; magnetizza ben più di uno schermo televisivo. Pochi cespugli, un paio di pozzi di petrolio e qualche dromedario selvatico allo stato brado sono lo scarno bottino raccolto. Una pausa caffè, si riparte e ci ritroviamo in quello che rappresenterà uno degli highlight dell’intero viaggio: siamo di fronte a un’oasi, più propriamente una serie di città oasi rese famose dalla loro storia e dall’ambiente in cui vivono gli abitanti. Si arriva sul bordo di una depressione in cui appaiono i vari nuclei abitati con palmeti annessi: la pentapoli di Ghardaia stupisce tanto per la posizione in cui si trova che per la specificità delle sue tradizioni, inestricabilmente legate fra loro. I mozabiti seguaci della corrente islamica ibadita vennero spinti in queste aree deserte e inospitali dalle comunità sunnite più rigorose fra gli 800 e i 1.000 anni fa, finendo per sviluppare una società molto solidale, elemento necessario per far fronte alle difficoltà che la natura del luogo presentava, costituendo comunità con regole precise seguite ancora oggi.

Sembra di fare un salto nel passato e occorre veramente lasciare occhi e convinzioni occidentali a casa quando si vedono donne interamente vestite e ricoperte dall’haik, il lungo velo bianco, che lascia scoperto appena un occhio (uno solo!). Un aspetto inquietante, come fantasmi provenienti dal passato percorrono timidamente gli stretti viottoli della città vecchia. Ovviamente non si può pretendere un’assoluta omogeneità di atteggiamenti da parte loro: alcune osano guardarci (gli stranieri sono pochi e suscitano almeno curiosità) e ci fanno la radiografia volteggiando l’unica pupilla che ha liceità di osservare dalla sua orbita il mondo esterno, altre si ritraggono e passano radenti i muri cariche di pudore, come se fossero nude, o tornano addirittura sui propri passi. Altre ancora si fermano e si girano contro la parete anche solo vedendo il nostro pullman. In realtà scopriremo che le donne non sono trattate male, semplicemente non fanno parte della società attiva; in casa sono loro a dettare legge, fuori semplicemente non esistono. Su questo argomento è difficile trovare una sintesi fra il nostro e il loro mondo.

Quando arriviamo nella cittadina la densità abitativa e le vie strette ci costringono a fare una decina di minuti di coda, sembra incredibile dal momento che di fatto ci troviamo in pieno deserto. La prima e più importante delle cinque città è proprio quella di Ghardaia, che dà il nome alla pentapoli.

Ghardaia, souk e vita quotidiana

Visitiamo la zona del mercato (souk), risalente a mille anni fa, dove avveniva il baratto fra i cittadini e mercanti provenienti da fuori ed è l’unica zona in cui ci si può muovere da soli. Facciamo una passeggiata destreggiandoci fra banchi variopinti e ricchi: vediamo verdure di cui ignoravamo l’esistenza, pesci e invitanti spezie. Stupendi i negozi che espongono i tappeti berberi, dai colori non troppo vivaci e i disegni geometrici. Anche l’abbigliamento, sobrio e non eccessivo, con i decori berberi risulta davvero elegante. Quando iniziamo innocuamente a salire i primi passi sulla scalinata ci viene gentilmente comunicato che la parte alta può essere visitata solo con l’accompagnamento di una guida, cosa che abbiamo in programma di lì a poco.

Una veduta ampia di un'antica città in mattoni di fango in Algeria sotto un cielo azzurro.

La guida locale parla bene il francese ed è il rappresentante di una delle famiglie locali, che conta 5.000 persone. Essere guida non significa solo mostrare ai visitatori le bellezze e far conoscere la storia della città, è anche una forma di prestigio in quanto si ha la possibilità d’interagire con gli stranieri. Lui ha lavorato quale medico nella gestione del reparto di ginecologia dell’ospedale locale, è andato in pensione e ora riveste questo ruolo amministrativo-politico, oltre a fare la guida.

La prima curiosità da soddisfare è ovviamente capire come sia possibile il miracolo dell’acqua: ci racconta di come a 40 mt di profondità si trovi una falda e che fra gli anni ’30 e ’40 del secolo scorso i francesi fecero delle esplorazioni per vedere se c’era del petrolio, tuttavia a 400 mt di profondità scoprirono che c’era sì l’oro, ma non quello nero bensì bianco: un oceano d’acqua stivata nelle viscere della terra. Per non restare delusi e non farsi mancare nulla a 800 metri scoprirono anche il petrolio. Grazie al ritrovamento della nuova falda acquifera ci fu un impulso all’agricoltura e il conseguente sviluppo urbano, il tutto nel rispetto delle rigide norme che regolano la società ibadita della pentapoli. Inoltre qui i terreni sono più fertili in quanto meno sfruttati rispetto al nord, il che favorisce una resa decisamente migliore. Molti abitanti dispongono normalmente di due abitazioni: una in città per la stagione invernale e una più semplice per l’estate, nella zona dei palmeti onde approfittare dell’ombrosità creata dalle piante. La pioggia è un evento raro, pochi giorni all’anno e di scarsa intensità nel periodo primaverile o autunnale.

Società mozabita e regole della comunità

L’ordinamento sociale delle cittadine che formano Ghardaia è una forma di comunismo perfetto, una società in cui (così almeno ci viene raccontato) l’uguaglianza e la condivisione sono principi inderogabili: le case sono tutte uguali, chi ha di più è tenuto a condividere con chi ha di meno, tanto che in teoria non dovrebbero esistere i poveri (salvo vedere mendicanti nei souk, soprattutto bambini di colore nero, forse immigrati). Distinguere la narrativa dalla realtà non è semplice, ma la vita condotta in un luogo tanto ostile nei secoli scorsi non poteva prescindere da un fondamento di radicata solidarietà. Un esempio che sembra essere ancora d’attualità sono i matrimoni multipli, nei quali le persone ricche sostengono le spese anche per le coppie più povere così che in un’unica cerimonia tutti possano sposarsi e far festa come se non esistessero differenze sociali, arrivando anche a celebrare una cinquantina di matrimoni in un’unica occasione. L’assemblea delle famiglie ha un valore (e di conseguenza un potere) più elevato dello stesso sindaco o presidente della provincia, e costituisce anche l’autorità di quello che potremmo definire il potere giudiziario. Se ad esempio esiste un dissidio all’interno di una coppia e la moglie esprime il proprio punto di vista o reclamo, il marito viene convocato dal consiglio (che è su base religiosa in quanto rappresentato dall’imam e alcuni saggi), lo ascoltano e se le sue istanze non vengono accolte gli propongono di pentirsi; qualora non lo facesse viene letteralmente ostracizzato: se ha un negozio nessuno compra o vende a lui, non gli si rivolge la parola e, in breve, viene emarginato, in un contesto sociale dove il concetto di comunità risulta molto sentito e caratterizza l’esistenza mozabita.

Nel punto più alto, come nelle altre quattro cittadine, si trova la moschea con annesso minareto a pianta quadrata in stile nordafricano. La tinteggiatura delle case non è liscia, scopriremo essere corrugata per lasciare sempre delle microzone d’ombra e impedire in questo modo l’eccessivo surriscaldamento dell’abitazione. I mozabiti sono una popolazione di commercianti, i cui tappeti sono tra i più pregiati d’Algeria. Gli uomini sovente si trasferiscono in altre città del Paese se non all’estero per poterli commercializzare. Dal punto di vista dell’abbigliamento Ghardaia rappresenta un discorso a parte anche nel panorama algerino: detto delle donne con il vestito bianco (haik) a lasciare libero un solo occhio, altre indossano un abito classico o sfoggiano l’hijab i cui tessuti restituiscono un’immagine di classe alla sola vista, mentre altre ancora (poche) sono in jeans e lasciano comunque il viso avvolto nel velo. Gli uomini indossano buffi pantaloni il cui cavallo scende fin quasi alle caviglie, plissettato con stile, ma abbastanza particolari se guardati coi nostri occhi. Altri indossano invece tuniche più tipiche con il classico turbante sul modello dei tuareg. Anche qui vengono coltivati molti datteri, per quanto la qualità sia leggermente inferiore a Biskra. In zona i locali dove far pranzo sono rari, così riprendiamo il mezzo e andiamo in un lunch restaurant molto affollato ma con piatti di qualità.

È ora di andare a vedere anche la seconda cittadina, quella di El Atteuf: anche qui veniamo presi in consegna dalla guida, un caratteristico quanto energico anzianotto che con i suoi pantaloni tipici e appoggiandosi al bastone ci porta a scoprire quello che potremmo definire il suo piccolo reame. Fa gli onori di casa, racconta storia e aneddoti, allontana ragazzini (e ragazzine) che con malizia sbirciano gli stranieri contravvenendo la regola morale. Fino a qualche tempo fa Ghardaia era suddivisa non solo geograficamente in cinque città, ma ognuna di esse contava su specializzazioni professionali: a El Atteuf c’erano perlopiù macellai mentre Ghardaia spiccava per il commercio, altre si dedicavano per esempio ai tessuti, eccetera. Attualmente non esistono più distinzioni professionali, solo tendenze che si tramandano da una generazione all’altra in un contesto di diversificazione professionale.

Per questione di privacy le finestre della città vecchia non possono guardarsi di fronte da una casa all’altra e anche le porte sono sfalsate in modo da preservare questo concetto di riservatezza. Esistono nicchie simili ai corpi di guardia ricavati all’interno delle pareti degli edifici che consentono agli uomini o alle donne di rintanarsi per far passare il viandante dell’altro sesso. Questa regola vale per entrambi i sessi, ma in linea di principio sono gli uomini a dover fare il primo passo nel nascondere lo sguardo, quantomeno abbassandolo quando s’incrocia una donna. Il fatto che queste siano tenute a un atteggiamento e a un abbigliamento diversi da quanto si riscontri in gran parte del mondo islamico è da ricondursi più a tradizioni radicate e ancestrali che a reali precetti religiosi; nel mondo islamico (fatta eccezione per i Paesi dove regna il fanatismo) è raro vedere una tale separazione unita a segregazione di fatto, che relega la donna al di fuori della società pubblica. Ciò non va tuttavia confuso con il maltrattamento femminile, quantomeno non quello fisico.

El Atteuf e Beni Isguen

Non sfugge come in questa regione ci siano molte persone di colore, frutto di immigrazioni passate e recenti, nonché discendenti di schiavi giunti nei secoli scorsi. Vediamo anche molti bambini in giro: sono a casa perché viene concessa loro una settimana di vacanza in prossimità del primo di novembre, festa della rivoluzione. O meglio, la data in cui è iniziata la guerra per la Liberazione nel 1954.

Con il nostro accompagnatore saliamo lungo le strette vie che adducono alla moschea per poi scendere accanto al cimitero e visitare la modesta moschea bianca adagiata in un piazzale sul fondo di questa piccola valle, all’interno della quale incontriamo alcune signore e ragazzine che “spudoratamente” ci accolgono offrendo torte, biscotti e tè. Il nostro uomo sembra non gradire molto la sorpresa, difficile capire se si tratti di un gesto di ribellione piuttosto che un benvenuto non organizzato o autorizzato. Restiamo favorevolmente impressionati e scambiamo qualche parola con lo scarno francese che conoscono, ma è stata un’esperienza gradita.

La terza visita è a Beni Isguen: in realtà non c’è molta differenza fra le cittadine, ma la bellezza sta proprio nel vedere la quotidianità e le semplici architetture che si abbarbicano lungo la salita che conduce alla moschea, sempre situata nel punto più alto. L’antico portone d’ingresso apre verso la piazza del mercato dove assistiamo a un’asta: di fronte a pochi spettatori il venditore cerca di tirare su il prezzo di un mobile e qualche altro attrezzo di poco valore. In passato tale sistema di vendita era prassi abituale, quando venivano messe all’asta legno e derrate alimentari come lotti di frutta o verdura. Il venditore si trovava di fronte ai potenziali clienti, i quali dovevano guardare avanti senza vedere cosa facevano gli altri. Veniva proposto un prezzo, ad esempio 100 per un certo prodotto, qualcuno annuiva, il venditore lo incrementava, un altro annuiva e la scena si ripeteva fino a quando non c’era più nessuno che diceva di sì; in questo momento il prodotto si considerava venduto. Salendo lungo le stradine in mezzo a un’infanzia festante per il clima vacanziero raggiungiamo il piazzale dove ha sede la moschea, dal quale si può avere una bella vista su gran parte della pentapoli. Il sole ormai si sta eclissando e così facciamo noi per raggiungere l’hotel in posizione dominante e in seguito il ristorante distante una quindicina di minuti di pullman per una buona cena in ambiente tipico, dove tendaggi e tappeti creano un’atmosfera particolare. Impareremo a mangiare datteri con yogurt acido come antipasto e conosceremo il gusto raffinato di bevande e zuppe tipiche della zona, per le quali vengono armoniosamente lavorati il succo di dattero e il couscous abbinato a un medley di gustose spezie.

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