Giorno 7

Ghardaïa II

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Cinque città con i loro palmeti. Intorno, il nulla

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Ghardaïa II

L’acqua di Ghardaia

Continuiamo la visita di Ghardaia, scendendo maggiormente nei dettagli dell’urbanità e cercando di capire come sia possibile la vita di tante persone in questa che altro non è e non può essere considerata che un’oasi, per quanto grande. Siamo in pieno deserto, per raggiungerla si devono percorrere alcune ore in macchina attraversando il nulla spianato delle lande sahariane, poi come un miraggio s’iniziano a vedere i primi palmeti. La risposta di fronte al miracolo (non il miraggio) dell’esistenza di tante persone in un ambiente così ostile è l’acqua. Le domande successive sono come questa fonte di vita arrivi e come venga distribuita: la prima risposta è che l’acqua non arriva, c’è già nel sottosuolo; espressione disarmante dal momento che le precipitazioni sono davvero scarse, ma confortata dal fatto che sotto il deserto esistono riserve di grandi dimensioni; bisogna solo suddividerla con sapienza a seconda delle esigenze. Per fare ciò è stato adottato il sistema delle foggara (o qanat) tramite il quale l’acqua viene condotta fino in città dalla fonte in cui sgorga o dal pozzo dal quale viene pompata; canali sotterranei per impedirne l’evaporazione lunghi anche diversi km sono intervallati da tombini adibiti al controllo e alla pulizia. In quella che potremmo chiamare centrale di smistamento, fori di dimensione variabile e precisione assoluta regolano il flusso per consentire a ogni quartiere o palmeto di disporre dell’acqua che serve, senza sprechi di questa risorsa in grado di decidere sulla vita e la morte di uomini, animali e piante. Visitiamo il luogo in cui il canale principale arrivava e si diramava; attualmente pare sia stato sostituito da altri più efficienti, ma è un utile esempio di come funziona il sistema e può essere riattivato in qualsiasi momento. Il meccanismo di funzionamento rimane lo stesso.

Melika e Bou Noura

A seguire andiamo a Melika, il cui cimitero si trova nella parte alta della cittadina e proseguiamo per il Mausoleum di Sheikh Sidi Aissa. Anche qui vediamo alcune donne che si schermiscono dandoci le spalle mentre transitiamo con il pullman, pur non essendo oggetto di nostre particolari osservazioni. Anche la curiosità di vedere donne velate finisce per scemare dopo averne viste alcune e venendo meno la sorpresa delle loro mise.

Bou Noura è l’ultima visita in quel di Ghardaia: qui c’erano 5 torri di guardia ma ne sono rimaste solo tre. Un tempo comunicavano le une con le altre tramite segnali esplosivi durante il giorno oppure bruciando delle foglie di palma di notte. Non servivano soltanto ad allertare sull’arrivo di eventuali nemici quanto ad avvertire in caso di alluvioni, le quali non necessariamente giungevano con la pioggia caduta in città. Le precipitazioni potevano avvenire a qualche decina di chilometri e d’improvviso arrivava il fiume in piena senza che la gente fosse premunita.

In prossimità della moschea, sul culmine della collina lungo la quale si distende la cittadina, oggi si celebra un matrimonio. La reciproca curiosità ci porta a fare la conoscenza e scambiare un paio di foto con lo sposo, visibilmente teso ma non crediamo sia per l’incontro con un gruppo di turisti italiani. Più disinibiti sono invece i suoi amici, che non mancano l’occasione di aggiungere ulteriore allegria all’evento. La sposa sarà da qualche parte ma non ci è dato di vederla. Così come ci accontentiamo di vedere la moschea da fuori. Anche qui il minareto è a pianta quadrata, parte tozzo dal basso e termina rastremando verso il cielo, oggi abbastanza grigio; prenderemo anche un po’ di pioggia con gocce grosse, mai abbastanza per inumidire il terreno, asciugando immediatamente una volta raggiunto il suolo.

A Ghardaia si ha comunque l’impressione di vivere in un modello sociale più tranquillo, possiamo girare senza la supervisione della polizia e gli unici sguardi che riceviamo sono di curiosità verso lo straniero, mai con accento di sfida o di provocazione. Per il resto, la gente quando ci vede saluta e il fatto di essere italiani, ancora una volta, aiuta a rompere il ghiaccio con una battuta sul calcio, sulla musica o sulla cucina. In tutte le 5 città che compongono la pentapoli si può girare liberamente solo nella parte bassa, quella commerciale; salendo verso le aree residenziali e in cima dove si trova sempre la moschea non ci è concesso senza un accompagnatore; non si tratta di ragioni di sicurezza quanto di riservatezza, soprattutto nei confronti delle donne che vi abitano e transitano per le vie. È una cultura completamente differente, anche se non condivisa va capita e rispettata. La visita con la guida contribuisce a creare un valore aggiunto grazie alle preziose informazioni sulla storia e il presente.

Architettura tradizionale in terra cotta con palme in un paesaggio nordafricano.

Pomeriggio libero a Ghardaia

Pranzo nello stesso ristorante di ieri, superaffollato come ci fosse solo questo in tutta Ghardaia, e il fatto di esserci tornati pur non essendo in zona lo lascia supporre; si mangia comunque bene, il problema è che anche se si riuscisse a venire a capo della coda al bancone dove sono esposte interessanti vivande non ci sarebbe poi il posto per sedersi. Facciamo quattro passi sotto il porticato fra un negozio di telefonia e un gommista per trovare un localino dove gusteremo un leggero quanto buon kebab, che qui chiamano in un altro modo. Gestori e ospiti quando ci vedono si fanno in quattro per rendere la nostra permanenza agevole nei limiti di un esercizio non particolarmente confortevole, come fossimo delle persone importanti in visita: in realtà si tratta di semplice quanto educata ospitalità, che ricambiamo come possiamo con l’unico mezzo a disposizione: il sorriso.

Il pomeriggio libero consente di vedere Ghardaia sotto un’altra angolazione, meno turistica e più legata alla realtà quotidiana, per quanto queste due dimensioni in Algeria si mescolino benissimo. Il centro della città bassa si sta spopolando, il mercato è ormai agli sgoccioli e i venditori stanno chiudendo bottega; alcuni si attardano così da permetterci di catturare ancora alcune impressioni; anche i venditori di artigianato locale si sono assentati per una breve pausa pranzo lasciando tappeti e vestiti tradizionali sotto il tiepido sole, solo un bastone in diagonale sta a significare che il titolare è assente; qualche vicino butterà pure un occhio, ma si ha la netta sensazione che a Ghardaia il furto non sia un’attività contemplata. Ci avviamo quindi fuori dal centro per una passeggiata nel quartiere residenziale, consci che non ci sono pericoli, anche percorrendo le viuzze laterali. Ben prima che giunga l’ora prevista per cena ci mettiamo alla ricerca di un ristorante con l’ausilio di Maps; non sarà operazione semplice dal momento che uno non esiste affatto, un altro c’è ma è chiuso, un altro ancora deve aprire ma non si sa quando; il tutto cercando di usare una buona dose d’intuito perché le insegne sono un’opzione poco usata. Alla fine troviamo un locale promettente stando al profumo che ne esce, saliamo la scala e con piacere constatiamo si tratti effettivamente di un ristorante, ma non c’è nessuno; dopo un attimo esce il cuoco dicendoci che prima delle 18 non si può cenare, manca una mezz’ora, ringraziamo e scendiamo le scale quando torna indietro chiamandoci e invitandoci a risalire. Ha cambiato idea, ci sediamo all’interno del locale vuoto ma riccamente arredato e ci porta il menu: sarà un’esperienza positiva in un mix di gusto, simpatia e ambiente.

All’uscita prendiamo un taxi per rientrare all’hotel Belvedere, provando a prenotarlo con una app locale (Yassir) simile a Uber ma senza utilizzo di carte di credito, che in Algeria sono pressoché un pezzo di plastica superfluo. La chiamata funziona ma a un certo punto sembra che il taxista incaricato l’annulli. Nelle vicinanze c’è un punto dove stazionano dei taxi e saliamo su uno senza l’ausilio della tecnologia. Il sole sta tramontando e dall’alto si gode un’ultima bella vista della giornata; rientrati presto perché domani mattina alle 4 in punto c’è il ritrovo per partire con i 4×4 alla volta di Brezina.

Ghardaia è l’unica zona dove si respira minimamente aria di turismo, per quanto limitato e locale. I ristoranti sono pochi e si finisce per ritrovare la stessa gente vista al souk piuttosto che lungo le vie della città vecchia; algerini che sovente vivono in Francia e vengono qui per riscoprire le bellezze del proprio Paese, nonché le loro origini. Lo stesso dicasi per gli hotel, il Belvedere dove soggiorniamo può essere definito un ecomostro che campeggia sulla collina, ma con bella vista panoramica sulla città, molto meno bella è l’immagine dell’edificio dal basso. Anche qui i visitatori vengono convogliati in uno o pochi siti dedicati ai turisti, caratteristica che si traduce in maggiore sorvegliabilità qualora si rendesse necessario. Ma l’interno è piacevole, tutto funziona e si ha bella vista su Bou Noura.

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